DM 155 LUGLIO 2005 - Periodico della UILDM Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare

Lo possieda la cura

di Simona Lancioni

 

Troppo scarsa, nel nostro Paese, la considerazione sociale riservata al lavoro di cura. E c'è anche il rischio che lo stesso mondo della disabilità riproduca quelle logiche di sfruttamento esistenti tra Paesi ricchi e Paesi poveri

 

«La Cura mentre stava attraversando un fiume scorse del fango cretoso; pensierosa ne colse un po' e incominciò a dargli forma. Mentre è intenta a stabilire che cosa abbia fatto, interviene Giove. La Cura lo prega di infondere lo spirito a ciò che essa aveva fatto. Giove acconsente volentieri. Ma quando la Cura pretese ivi porre il suo nome a ciò che aveva fatto, Giove glielo proibì e volle che fosse imposto il proprio. Mentre Giove e la Cura disputavano sul nome, intervenne anche la Terra, reclamando che a ciò che era stato fatto fosse imposto il proprio nome, perché aveva dato a esso una parte del proprio corpo. I disputanti elessero Saturno a giudice. Il quale comunicò ai contendenti la seguente decisione: "Tu, Giove, che hai dato lo spirito, al momento della morte riceverai lo spirito; tu, Terra, che hai dato il corpo, riceverai il corpo. Ma poiché fu la Cura che per prima diede forma a questo essere, finché esso vive, lo possieda la Cura. Per quanto concerne la controversia sul nome, si chiami homo perché è stato tratto da humus (Terra)"»
(Martin Heidegger, Essere e tempo, 1927).

 

Se chiedessimo alla gente comune di indicarci le cose cui tiene di più, molto probabilmente ai primi posti della classifica troveremmo categorie di persone o di attività rivolte ad esse. Eppure, davanti all'eventualità di dover ridimensionare i propri spazi di autonomia per prendersi cura delle persone indicate ai vertici dell'immaginaria hit parade, certamente le risposte evasive totalizzerebbero una buona percentuale. Questo perché viviamo in una società che - a torto - sminuisce i lavori di cura.

Che queste mansioni godano di poca considerazione sociale è dimostrato anche dall'esiguità delle misure protettive pensate a tutela delle persone che assistono. Nei dibattiti politici, nei seminari e nei libri non mancano parole di riconoscimento e apprezzamento. Nella realtà, chi svolge questi lavori si espone allo stesso rischio di povertà e di emarginazione sociale cui sovente sono esposte le categorie bisognose di assistenza, come gli anziani o le persone disabili.

Prendersi cura è sempre stato considerato un compito prevalentemente femminile, tanto che ancora oggi la negazione delle pari opportunità tra uomini e donne trova un riscontro importante proprio nell'iniqua spartizione dei lavori domestici e di assistenza.

Il lavoro di cura è davvero un lavoro umile? Probabilmente sì, se chi lo svolge lo fa controvoglia e senza coglierne e apprezzarne la portata relazionale. Sicuramente no, se si interpreta questo lavoro come un'attività capace di restituire ai soggetti agenti una dignità e un decoro pari a quelli resi ai destinatari dell'assistenza.

I movimenti delle persone con disabilità hanno sviluppato abbastanza la riflessione sull'assistenza, concentrandosi prevalentemente sul lato della domanda. Il lato dell'offerta è stato preso in maggiore considerazione in questi ultimi anni, quando i nostri dirigenti, dietro la spinta della cosiddetta emergenza anziani, hanno intuito la convenienza qualitativa ed economica degli interventi domiciliari. Il risultato di queste riflessioni è stato qualche studio conoscitivo del fenomeno, la nascita di qualche gruppo di auto aiuto e poche timide agevolazioni in ambito lavorativo. Gocce nel mare, se si considera l'effettiva utilità sociale del lavoro prestato e la ricaduta, in termini di risparmio economico, sulla comunità.

Quelli che seguono sono piccoli quadretti. Riflessioni e storie vere - salvo alcuni nomi, cambiati a tutela della privacy - scelte per evidenziare il punto di vista di chi presta assistenza e per mettere in luce alcuni aspetti problematici.

Cure globali

Josephine è una bambinaia che ha lasciato il suo Paese, lo Sri Lanka, per venire a lavorare in Europa. Per poter provvedere a se stessa e ai suoi tre figli - di due, nove e tredici anni - Josephine è stata costretta a lasciarli nel suo Paese e ad affidarli alle cure della sorella. Se si eccettua un soggiorno a casa di due mesi, ha vissuto lontana dai figli per dieci anni. I due più piccoli hanno manifestato segni di disagio psichico: il primo attaccando spesso briga o estraniandosi dal mondo, la seconda tentando più volte il suicidio. Il terzo, il più grande, sembra avere buoni rapporti con la madre. «Josephine può vivere con i propri figli in una condizione di povertà senza riscatto, oppure guadagnare vivendo lontana da loro» (Barbara Ehrenreich e Arlie Russell Hochschild, a cura di, Donne globali. Tate, colf e badanti, Milano, Feltrinelli, 2004, p. 8).

Nessun diritto

Mario non ha ancora maturato l'età per la pensione, ma ha lasciato il lavoro per assistere la moglie affetta da sclerosi multipla. La sua età e le sue competenze sono tali da far considerare irrealistica qualsiasi ipotesi di reinserimento nel mercato lavorativo. Ora, con la pensione e l'indennità di accompagnamento della moglie, si mantengono in due. Si è rivolto al sindacato e ad alcuni sportelli informahandicap per chiedere: «Che ne sarà di me quando mia moglie non ci sarà più? Quali diritti posso vantare?». «Nessun diritto, lei non avrebbe dovuto lasciare il lavoro», è la risposta degli operatori.

Compiti

«Mi ha chiesto di aiutarlo con i compiti, ma gli ho risposto che purtroppo non potevo perché dovevo occuparmi del nonno. Ha detto che capiva, ma non credo che avrebbe dovuto capire. Sento che ci stiamo allontanando». (Un genitore carer) (Christine Heron, Aiutare i carer. Il lavoro sociale con i familiari impegnati nell'assistenza, Gardolo (TN), Erickson, ©2002, p. 41).

In piccolo

Valeria è affetta da distrofia muscolare. Il marito, l'unica persona che le prestava assistenza, è morto qualche anno fa. Con l'integrazione dei contributi delle istituzioni Valeria ha potuto continuare a stare nella propria abitazione pagandosi l'assistenza. Rimpiange il marito, non vuole uscire di casa, non mostra gratitudine per l'aiuto che le viene prestato e se può lo sminuisce.

Il lavoro di cura è affidato a una persona extracomunitaria che vive con lei. Poche ore di permesso alla settimana, limitazioni di privacy analoghe a quelle cui è soggetta Valeria, una vita extralavorativa subordinata al vincolo di assistenza notturna, condizioni economiche che nessun cittadino italiano accetterebbe mai. La sensazione che talvolta anche il mondo della disabilità riproduca, nel suo piccolo, le stesse logiche di sfruttamento che regolano i rapporti tra Paesi ricchi e Paesi poveri.