DM 157 MARZO 2006 - Periodico della UILDM Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare

Il diritto di se stessi

di Oriella Orazi

 

C'è la sensazione che quando si parla di sessualità riferita alle persone disabili, tutti diventino sin troppo attenti al "giusto" equilibrio e ai problemi etici. Non dovrebbe invece ogni persona essere libera delle proprie scelte?

 

Vorrei riferirmi al testo La strada del rispetto, pubblicato in DM 154 e dedicato alle questioni della "sessualità disabile". Lo spunto dell'articolo era quello degli assistenti sessuali operanti in alcuni Paesi europei, rispetto ai quali venivano pubblicate le opinioni di don Vinicio Albanesi e del sessuologo Piero Stettini.

Credo innanzitutto che - al di là dell'esprimere moralismi, sani concetti o libere opinioni sulla scelta di fare o non fare uso di certi "servizi" - ciò che andrebbe fatto è lasciar sì che qualsiasi scelta o soluzione fosse a carico di chi è direttamente interessato.

La mia netta sensazione, infatti, è che quando si parla di persone con disabilità, soprattutto in riferimento ad argomenti come questi, tutti diventino quasi esageratamente attenti al "giusto equilibrio", alla tanto agognata dignità e così via. Giusto! Ma perché usare sempre due pesi e due misure? Perché per colui che in qualche modo è svantaggiato si vogliono o si pensano sempre soluzioni "moralmente ineccepibili", quando si sa benissimo che nulla è così ineccepibile?

Cosa fa la differenza fra chi disabile non è e chi invece lo è di fronte alle pulsioni sessuali? Se non che il primo in ogni caso può scegliere di appagarle/placarle come meglio crede, tra l'indifferenza di tutti, con relazioni d'amore o con altri tipi di rapporti, mentre i secondi, ahimè, nella maggior parte dei casi si trovano di fronte all'impossibilità di fare scelte dirette e senza "intermediari"...

Scatta invece puntualmente la molla del "giusto" o dell'"ingiusto", dell'"edificante" o meno. Ma perché, mi chiedo, e chiedo ai lettori, chi è così preoccupato di scelte etico-comportamentali che contribuiscano ad un "sano" ed equilibrato rapporto della persona con la sessualità non incomincia ad applicare tali princìpi in primo luogo su se stesso, lasciando che gli altri, "anche disabili", gestiscano la propria vita nel modo che preferiscono, compresa la sfera sessuale? Perché non lasciare raccontare ad una persona con disabilità quali siano le migliori soluzioni possibili per fronteggiare magari la difficoltà di quel breve tratto che si sostanzia tra una carrozzina e un letto?

Mi si scuserà l'eccessiva prosaicità, ma non è altro che il tentativo, da parte mia, di riflettere sul fatto che una persona, per essere davvero tale, deve avere il diritto delle proprie scelte, disabile o no. Sono convinta invece che l'ambito sul quale occorre lavorare è quello del come creare i mezzi, i luoghi, le possibilità perché le scelte stesse, nobili o meno che siano, possano essere esplicate.

Se poi si intende parlare di etica, di "giusta etica", o di quanto un certo comportamento sia eticamente corretto, potremo sempre farlo, ma senza cadere nel fazioso errore di stabilire parametri diversi se applicati a una persona che sia disabile o no.

In sostanza, e concludo, credo che il modo migliore per rispettare tutti sia proprio quello di lasciare che ognuno viva la propria vita gestendosela direttamente il più possibile e là dove la disabilità è tale da rendere la persona limitata se non impossibilitata nella sua autonomia, trovare appunto il modo di fornirgli i mezzi per riuscire a scegliere.