di Luisella Bosisio Fazzi*
È importante che la traduzione in un’altra lingua dei documenti ufficiali utilizzi i termini più appropriati, tenendo conto delle evoluzioni culturali. E a volte parlare con chi se ne occupa può essere assai utile...
Quanto sia importante nella comunicazione l’uso di linguaggi appropriati è da tutti universalmente accettato e addirittura ricercato. E questo vale in particolare per i discorsi ufficiali, i testi scritti e ogni altro mezzo che deve comunicare chiaramente un concetto, un pensiero, un commento o una norma. In questi casi, infatti, la parola scritta deve riflettere fedelmente quel concetto, quel pensiero, quel commento e, nel caso della norma, il valore cogente della stessa.
Se poi all’interno di quei testi si deve dare spazio alle attività umane o peggio ancora alle persone, allora le parole rischiano davvero di diventare “pietre”.
Uno degli obiettivi istituzionali del CND (Consiglio Nazionale sulla Disabilità) è la valutazione della politica complessiva sulla disabilità in Europa e in Italia e la promozione della conoscenza e dell’applicazione nel nostro Paese di atti di indirizzo e di normative internazionali relative a questo settore. Per fare ciò, vi è un’incessante attività di lettura e di analisi dei testi, al fine di valutarne la coerenza tra le parole usate e i concetti che si vogliono trasmettere, in particolare dopo la traduzione in italiano di testi nati in lingua straniera.
Ebbene, all’interno di questa sua specifica attività, il CND ha sempre rilevato una certa rigidità dei termini tradotti e inseriti nei documenti istituzionali europei, rigidità che quasi mai tiene conto dell’evoluzione del linguaggio e usa ancora termini come portatore di handicap, handicappato, qualche volta disabile. Si tratta per altro di una rigidità che non possiamo considerare un male in assoluto, pensando ai comunicati stampa di alcuni parlamentari europei o nazionali, ove si “scatena” letteralmente la fantasia del “politicamente corretto” che può portare al terribile uso di terminologie come diversamente abile...
L’occasione più recente per intervenire si è presentata comunque dopo la pubblicazione di una Sentenza della Corte di Giustizia delle Comunità Europee, relativa al ricorso di una cittadina spagnola e riguardante l’applicazione, nel Paese iberico, della Direttiva Europea 78/2000 sulla non discriminazione nei luoghi di lavoro.
Ebbene, le parole di quella Sentenza Concepto de discapacidad, tradotte in inglese con Concept of disability, in italiano sono diventate Nozione di handicap, evidenziando come, nel passaggio alla traduzione italiana, il termine usato fosse appunto diventato handicap, ovvero senza tenere in alcun conto l’evoluzione culturale e sostanziale suggerita dalla stessa OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) che dall’handicappato della Classificazione ICDH, nel 1980, ha introdotto già nel 2001, con l’ICF (Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute), la terminologia di persona con disabilità.
Addirittura, leggendo la Sentenza, questo uso delle parole portatore di handicap e handicappato, intercalate da disabile (forse per problemi stilistici? Non ci è dato saperlo...), stravolge l’intero senso del testo.
La segnalazione ci è giunta da Claudia Corsolini, una cara amica e attenta professionista impegnata nella nostra rete associativa, giurista, esperta in diritti umani e disabilità, oltreché docente di Diritto Pubblico e già responsabile di un’organizzazione non governativa che si occupa di bambini con disabilità nei Paesi in Via di Sviluppo. Una persona, quindi, che non poteva certo accettare tranquillamente una traduzione pessima come quella italiana, tanto da stravolgere lo stesso concetto giuridico della Sentenza.
Detto fatto, con l’aiuto della nostra corrispondente a Bruxelles, la giornalista Maria Cristina Coccoluto, ci siamo messe alla ricerca dei contatti istituzionali utili ad arrivare a chi si occupa di tradurre i testi ufficiali europei, arrivando finalmente a coloro i quali lavorano sulle traduzioni italiane presso la Commissione e il Consiglio dell’Unione Europea. Sono quindi volata a Bruxelles per incontrarmi con loro, ciò che è stato utile anche per allacciare nuove proficue collaborazioni.
L’accoglienza è stata all’insegna di un’inaspettata apertura, quasi di entusiasmo - come se ci aspettassero da sempre - e sin da subito abbiamo dialogato sulle reciproche necessità linguistiche.
Conoscere il lavoro dei traduttori è stato particolarmente importante, perché sono proprio loro i protagonisti essenziali della trasmissione fedele di un concetto che dev’essere tale in ogni lingua ufficiale. Ecco allora la necessità - in ambito di disabilità - non di trovare forme nuove o parole “di moda”, ma di descrivere il concetto tenendo conto in primo luogo delle evoluzioni culturali del termine e quindi del concetto stesso.
Nel nostro caso la differenza tra la nozione di handicap e quella di disabilità sta tutta nell’evoluzione vissuta da queste parole prima nei documenti ufficiali (dalle Regole Standard fissate dalle Nazioni Unite nel 1993, fino alla recente Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, passando per altri importanti testi) e poi nei linguaggi. Una differenza che con la parola handicap riconduce tutto ad una persona discriminata a causa di una menomazione che le impedisce di partecipare, mentre con disabilità la discriminazione è originata dagli ostacoli che impediscono alla persona stessa di partecipare, indipendentemente dalla sua menomazione.
E allora, mantenendo il termine handicap, intenderemo sempre un’originaria incapacità della persona, mentre parlando di disabilità ci riferiremo ad una capacità della persona ostacolata o facilitata dall’ambiente, a seconda delle caratteristiche e della struttura di quest’ultimo.
Tornando comunque al nostro incontro con il Dipartimento della Lingua Italiana all’Unione Europea, possiamo senz’altro affermare di aver gettato un nuovo ponte con una parte della società che dovrà “descriverci” nei testi di comunicazione come in quelli normativi. E solo un uso corretto dei termini adottati per parlare di noi potrà essere alla base di norme coerenti e rispettose del cambiamento concettuale associato alla disabilità.
Nuove sfide ci aspettano, il CND e anche la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) sono pronti a raccoglierle.
*Presidente del CND (Consiglio Nazionale sulla Disabilità).