DM 164 - DICEMBRE 2007 - Periodico della UILDM Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare

Le donne con disabilità e il lavoro

a cura di Simona Lancioni

 

Una società ancora impreparata ad accogliere le donne con disabilità nel lavoro è quella che emerge da un’interessante ricerca recentemente presentata a Bologna, condotta con il contributo della UILDM locale

 

Il 17 novembre sono stati presentati a Bologna, nel corso di un convegno, i primi dati dell’indagine Donne, disabilità e lavoro e, a quel che risulta, in Italia è stata fatta solo un’altra indagine su questa tematica, un dato, questo, già di per sé sufficiente a rendere interessante il lavoro di ricerca realizzato nella provincia felsinea e promosso dall’Ufficio Consigliere di Parità della provincia di Bologna, in collaborazione con la UILDM locale, con il contributo del CERPA Italia (Centro Europeo di Ricerca e Promozione dell’Accessibilità) e di altre associazioni del settore.

Un altro elemento di interesse riguarda la scelta metodologica attuata, orientata più al comprendere che al misurare. Infatti l’indagine è stata realizzata attraverso cinquanta interviste narrative rivolte ad altrettante donne con disabilità motoria. La scelta di tale metodo consente di indagare a fondo gli argomenti proposti, favorendo l’emersione del vissuto individuale dell’intervistato, la sua personale prospettiva, la propria storia di vita. Il limite di questo approccio consiste invece nel fatto che tra i soggetti coinvolti nell’intervista si deve instaurare un rapporto di fiducia tale da favorire il maggior grado di libertà espressiva da parte dell’intervistato.

Nella ricerca in esame questa fiducia è stata conquistata grazie alla presenza della UILDM, come ha ben spiegato nel suo intervento Lucia Lella, vicepresidente della Sezione bolognese.

I temi e l’analisi dei dati

La ricerca ha cercato di indagare tutti gli aspetti connessi al tema individuato, rilevando dati sull’accesso al lavoro, sui cosiddetti inserimenti mirati, sul trasporto, sulla flessibilità e la possibilità di conciliare i tempi e le esigenze del lavoro con quelli della vita, sulle barriere architettoniche, il sostegno psicofisico, l’assistenza sociale e sanitaria e così via.

L’analisi dei dati è stata affidata ad alcune professioniste: Rita Bencivenga - coordinatrice di CIAO!Women, un progetto di ricerca cofinanziato dall’Unione Europea sull’analisi degli stereotipi legati alle donne e alla loro percezione della tecnologia, oltre che membro del CERPA e attiva in progetti che trattano le tematiche di genere e la disabilità - ha curato il report complessivo dell’indagine; Giovanna Cantoni, dell’Università di Bologna, ha analizzato gli aspetti inerenti l’istruzione; Piera Nobili, infine, architetto e presidente del CERPA Italia, ha riflettuto sulle barriere ambientali (spazi lavorativi, arredi, attrezzature, trasporti).

Per ragioni di sintesi ci limiteremo a fornire solo alcune fra le considerazioni emerse, rimandando gli eventuali interessati al report integrale, presto disponibile presso la UILDM di Bologna.

Difficoltà e discriminazioni

Il documento finale complessivo è stato redatto assumendo come riferimenti teorici da un lato il pensiero femminile (e la filosofia della differenza), dall’altro il modello sociale della disabilità, quello che rigetta un’idea di disabilità intesa come problema (o tragedia) personale dell’individuo, per considerarla un processo nel quale la società ha responsabilità determinanti.

Rispetto a quest’ultimo aspetto, i livelli di consapevolezza delle intervistate variano molto. Per alcune, infatti, la disabilità è ancora un problema della persona: «[…] no, no, se io non riesco a lavorare come voglio io, io mi ritiro, e mi sono ritirata», per altre, invece: «[…] il problema non credo di essere io, ma le strutture».

Riguardo all’inserimento lavorativo le affermazioni sono assai critiche. Eccone alcune: «Per quanto riguarda più le progressioni verticali, la crescita professionale, il disabile è doppiamente penalizzato […]»; «Non c’è la disponibilità o l’apertura a rendere il disabile partecipe al suo processo di collocazione [...]».

In merito poi ai rapporti con i colleghi di lavoro, alcune intervistate evidenziano come, nel complesso, le aspettative nei loro confronti siano basse. Altre esplicitano come le difficoltà maggiori riguardino i rapporti con le altre donne: «[…] io mi sono sempre trovata meglio con gli uomini, tendono a sdrammatizzare, a non impuntarsi, le donne sono più tremende e tra noi tendiamo a sbranarci».

Dall’analisi complessiva emerge inoltre come queste persone siano nella realtà soggette a una forma di discriminazione non sempre intenzionale (assertive disablism), da alcune sminuita attraverso un atteggiamento comprensivo, da altre fotografata con crudezza: «La giornata dell’handicap, ma perché? […] guarda che noi siamo già sensibili. Fatti una giornata delle persone che non accettano l’handicap, ma no, fatti la giornata mondiale delle persone che non accettano che si può vivere anche in un’altra maniera».

Istruzione e barriere ambientali

In materia di istruzione, Giovanna Cantoni ha evidenziato come le donne più giovani abbiano usufruito dell’integrazione scolastica in misura maggiore rispetto alle intervistate più anziane e come la percentuale di coloro che hanno conseguito la laurea o il master aumenti col diminuire dell’età. E tuttavia va sottolineato come la scuola abbia delle grandi responsabilità nel non essere ancora riuscita a trasmettere competenze come saper collaborare e partecipare, ma anche saper convivere e confrontarsi con la diversità.

Anche sul versante delle barriere ambientali la situazione è abbastanza preoccupante, se si considera che i servizi sono ancora impostati con logiche assistenziali che favoriscono l’instaurarsi di rapporti di dipendenza dal contesto familiare e/o dalla rete amicale, e che sono tesi a tutelare alcuni bisogni considerati primari, ma non a garantire la possibilità di partecipare a tutte le attività e i servizi offerti dalla comunità di riferimento.

In conclusione, da questo studio sembra emergere una società ancora impreparata ad accogliere le donne con disabilità negli ambienti di lavoro. Un’inadeguatezza che nella pratica si traduce in discriminazione. Colpisce molto riscontrare in alcune delle intervistate un atteggiamento rassegnato o rinunciatario. Forse non è ancora sufficientemente chiaro che, in ultima analisi, alla disuguaglianza d’accesso corrisponde sempre una disparità a livello di libertà.