DM 164 - DICEMBRE 2007 - Periodico della UILDM Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare

Nel silenzio e nel rumore

di Gianfranco Bastianello

 

Una volta si diceva che la morte ci accomuna tutti, ma forse non sempre funziona così e anche quando ognuno potrà scrivere il proprio testamento biologico, qualcuno dirà che forse non era la sua vera volontà...

 

Si riesce a far rumore anche quando si muore? C’è una morte da “ricchi e famosi” e una da “poveri e disperati”? Una volta si diceva che la morte ci unisce, ci affratella, ci accomuna. Non credo sia così, siamo divisi e diversi anche nella morte. Forse per i credenti l’unica speranza è che, varcata quella soglia, ci sia un po’ di giustizia in più rispetto a quella che c’è qui in terra.

Welby, papa Giovanni Paolo II, Pavarotti, Biagi: uniti nello stesso stadio della morte, ma...? Paradossalmente quello che ha fatto più rumore è stato il meno famoso: Welby. Tutti gli altri ci hanno lasciato più o meno in punta di piedi, con i loro ricordi, qualche gossip, un po’ di mancanza.

Ma ci si è chiesti perché Welby è stato il più “chiassoso” di tutti? Perché voleva morire, voleva essere lasciato morire. E gli altri? Lo stesso. Si sa per certo, perché ce l’hanno raccontato, che il Santo Padre disse più o meno «lasciatemi tornare alla casa del Padre» e quindi sostanzialmente voleva dire «sospendete tutto». Posso immaginare che anche gli altri nomi noti, abbiano detto, vista la loro situazione, «lasciate perdere, è inutile soffrire e far soffrire ancora».

Certo, sono supposizioni, ma dentro di me c’è un po’ di rabbia per tutte quelle persone che nel periodo della lotta di Welby si stracciarono le vesti pur di non lasciarlo morire in pace. Chiedo ai signori medici che ci leggono: volendo, e ripeto, volendo, i signori già citati sarebbe stato possibile tenerli in vita con macchinari adeguati per giorni, mesi o anni? Credo di sì, perché lo si può fare. E allora perché non lo si e fatto? Non attacchiamoci ora alla solita frase «evitare l’accanimento terapeutico», perché nel caso di Welby non solo questo ma anche molto altro è stato fatto. Dico semplicemente che quei signori, visto il loro ruolo e il loro carisma, vista la possibilità di dire quelle due paroline «lasciatemi andare», hanno avuto un’opportunità in più di convincere i medici al loro capezzale che quella era la loro scelta, che era giunto il loro momento.

Ecco la differenza fra - mi si passi il termine antipatico - i “ricchi e famosi” e noi “poveri e disgraziati”. Welby, e tutti coloro che si trovano e si troveranno nella sua stessa situazione, potranno scrivere tutti i testamenti biologici che vorranno, quando ancora saranno in forma, potranno anche tappezzare la stanza della loro camera, scrivendo «lasciatemi andare quando sarà il momento in cui...». Possiamo star certi che qualche solone dirà che «è necessario capire se effettivamente il paziente aveva espresso chiaramente il desiderio di rinunciare a delle cure che gli permettessero di poter continuare a respirare, bere, mangiare ancorché attraverso delle cannule ecc. ecc.»...

No, anche nella morte, noi poveri disabili, handicappati, saremo diversi. Dopo aver sofferto una vita, dovremo anche far di tutto per raggiungere l’agognata pace... eterna.