DM 165 - marzo 2008 - Periodico della UILDM Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare

Scatti bloccati

a cura di Barbara Pianca

 

Tre fotografi che hanno esposto i loro lavori a «Scatti bloccati», mostra recentemente promossa dalla Sezione UILDM di Milano, ci raccontano la loro esperienza di rappresentazione della disabilità

 

Ancora una volta DM torna a conversare con i fotografi. L’immagine e il suo utilizzo sono infatti temi fondamentali nella società contemporanea e per noi è importante analizzare il fenomeno dal punto di vista del mondo della disabilità.

In alcuni precedenti articoli abbiamo intervistato nomi importanti della fotografia italiana e internazionale, quali Luciano D’Alessandro e Gianni Berengo Gardin (Quando l’immagine denuncia, in DM 160). Prima di loro, avevamo incontrato anche Pietro Sparaco e Piero Cavagna, due fotografi che avevano realizzato servizi a tema in collaborazione con associazioni di persone con disabilità (Fotografi del XXI secolo, in DM 159).

Questa volta chiacchieriamo con Paola Cominetta, Stefano Zarpellon e Antonio Bruschini che hanno recentemente partecipato all’iniziativa della UILDM di Milano Scatti bloccati, mostra fotografica organizzata per festeggiare l’anniversario dei quarant’anni dell’associazione, in cui ad artisti con background diversi è stato chiesto di misurarsi con il tema della disabilità.

 

Cominetta: un mestiere molto “umano”

immagine realizzata da Paola Cominetta

Grace: immagine realizzata da Paola
Cominetta per la mostra Scatti bloccati

Specializzata in reportage sociali e di viaggio, Paola Cominetta è amica di un socio UILDM che le ha proposto di aderire alla manifestazione. È iniziata così la sua esperienza artistica sul tema. «Avevo realizzato un servizio per un ospedale del Benin ed ero stata anche nel reparto di ortopedia. Ecco, quello era stato il mio unico approccio al tema, fino alla proposta della UILDM», ci racconta.

 

Quanto tempo ha dedicato alla realizzazione del servizio?

«Intorno a novembre e dicembre 2007 ho realizzato tre sessioni di ripresa, una per argomento. Quattro giorni a Roma e due a Milano. La postproduzione è stata piuttosto laboriosa perché ho creato dei pannelli contenenti gruppi di immagini: le ho selezionate, ne ho scelto la posizione e l’impaginazione. Infine ho partecipato alle riunioni e al montaggio della mostra: insomma, è stato un impegno importante».

 

Potrebbe descriverci a parole il suo lavoro?

«Quello che mi ha colpito delle persone con disabilità che ho conosciuto è la loro autoironia. Per rendere giustizia alla loro grinta mi premeva realizzare un lavoro privo di sentimentalismo. Ho scelto allora di incentrarlo sulla parte dinamica sociale, immortalando situazioni di socializzazione in cui la disabilità è poco o per niente invalidante. Così, in sei pannelli, ho presentato una squadra di hockey, un pomeriggio in piscina e le prove di una nota band musicale, i Ladri di Carrozzelle. Per ogni pannello ho preparato delle didascalie esplicative, in stile giornalistico».

 

Com’è andata con i musicisti?

«Ci siamo trovati nella loro sala prove, dove la luce era poca e la scenografia piuttosto disordinata. Perciò alla fine, tra gli scatti, ne ho scelti cinque in bianco e nero che raccontano la performance di Mister President, cioè Domenico, il tastierista e l’unico distrofico rimasto dei componenti originari insieme al bassista».

 

E le altre due esperienze?

«All’hockey ho dedicato tre pannelli composti di nove ritratti che mostrano soprattutto i volti e talvolta i corpi. Sono stati scattati durante il “Frattini Memorial” al Forum di Assago, dove ho cercato la mutevolezza delle espressioni. Non volevo mostrarli solo allegri o solo tristi: volevo mostrare le sfumature dell’animo umano. Li ho stampati in bianco e nero, così come anche quasi tutte le fotografie in piscina, dove solo una è a colori.

In piscina, la mia “modella” è stata Graziella, una donna bellissima cui ho dedicato interamente due pannelli. In uno ho raccolto diverse immagini, nell’altro ne ho scelta solo una. Si tratta dell’unica foto d’arte, cioè non esclusivamente descrittiva. Graziella nuota a dorso nell’acqua. Ho girato in verticale l’immagine che originariamente era in orizzontale, per rafforzarne la tensione drammatica: sembra un crocefisso. L’ho intitolata Grace, anche per via del suo nome».

 

Che tipo di preparazione ha affrontato per realizzare le foto?

«C’è stato un lavoro di ricerca per individuare le situazioni da rappresentare. Ho cercato di capire cosa volevo esprimere, senza pianificare a tavolino. Le idee mi si sono chiarite man mano che procedevo».

 

Che reazioni ha colto nelle persone che hanno guardato il suo lavoro?

«Sono stata felice di notare che la mia idea di proporre più scatti in un singolo pannello abbia colpito. Volevo consegnare delle sfumature come in un reportage, senza proporre un tema. Un’altra cosa che mi è piaciuta molto è stata la possibilità di incontrare alla mostra le persone che avevo fotografato e ascoltare le loro impressioni nel guardarsi. Non mi capita spesso e mi ha ricordato che il mio mestiere è molto “umano”, mi mette in relazione con le persone che fotografo».

 

Zarpellon: piccoli dettagli, grandi storie

Fotografo pubblicitario e di moda, Stefano Zarpellon è stato invitato da un amico e collega - già coinvolto nel progetto - a prendere parte a Scatti bloccati e così, ispirandosi ai propri lavori personali, nell’arco di quattro mesi, tra il 2007 e il 2008, ha realizzato un servizio sulla disabilità.

 

Potrebbe descriverci a parole il suo lavoro?

«Sono rimasto fedele alla linea che distingue essenzialmente il mio lavoro. Ogni immagine rappresenta un disabile nella propria abitazione privata e ne racconta la quotidianità. Volevo catturare la vitalità e la normalità di queste persone, uomini e donne come altri con molte problematiche in più, ma non per questo da vivere come dei “diversi”. Altra testimonianza della vitalità di alcuni distrofici è stata rappresentata dagli scatti dell’hockey. Ho realizzato anche un’animazione sull’hockey, proiettata in occasione della mostra».

 

Come si è preparato alla realizzazione del servizio?

«Ci sono stati vari incontri preparatori al progetto nella sede della UILDM. Ho conosciuto alcuni soci che ho frequentato successivamente, sono stato ospitato a casa loro per conoscerli meglio e realizzare gli scatti. C’è stata molta collaborazione e disponibilità da parte dei protagonisti e delle famiglie: per come mi hanno accolto, mi sento di ringraziare tutti».

 

Quali reazioni ha colto nelle persone che hanno guardato il suo lavoro?

«Sorpresa e interesse. Non ci si rapporta immediatamente con questo tipo di immagini ed è necessario rivederle forse più volte. Un osservatore attento può cogliere piccoli dettagli che raccontano grandi storie di chi vive la distrofia in prima persona».

 

Bruschini: gli oggetti del quotidiano

immagine realizzata da Antonio Bruschini

Il respiro: immagine realizzata da
Antonio Bruschini per la mostra Scatti bloccati

Infine, ha partecipato a Scatti bloccati anche Antonio Bruschini, fotografo di moda e still-life.

 

Come è entrato in contatto con la disabilità?

«L’estate scorsa Giorgio Ambiveri, mio carissimo amico nonché ex compagno di scuola, mi chiamò per parlarmi del progetto Scatti bloccati. Dopo avere accettato, volli entrare immediatamente in contatto con questo mondo».

 

Quando ha realizzato il lavoro che ha partecipato alla mostra e quanto tempo ci ha dedicato?

«L’ho realizzato da ottobre a dicembre 2007, due mesi tra idee buttate giù e scatti veri e propri, più un’altra settimana per la produzione delle stampe».

 

Potrebbe descriverci a parole il suo lavoro?

«Questo è il pensiero che descrive il concetto sul quale si è basato il mio lavoro: “Leggere questa esperienza in chiave macroscopica. Avvicinarsi a tal punto da concentrare l’attenzione solamente sui dettagli: determinanti, unici, inequivocabili dettagli che fanno la differenza”. Ho voluto rappresentare gli oggetti che quotidianamente permettono alle persone interessate dalla malattia di avvicinarsi alla normalità, di compiere uno sforzo grande per cercare di compensare il “gap” che li separa da una vita... “normale”».

 

Come si è preparato alla realizzazione del servizio?

«Cercando di stare il più possibile con questi ragazzi, seguirli durante le loro quotidiane attività e visitando i loro spazi, gli ambienti dove vivono, giocano o lavorano».

 

Come ha deciso di rappresentare le persone con disabilità?

«Come ho già detto, ho voluto rappresentare non le persone, ma i loro “oggetti quotidiani”».

 

Che reazioni ha colto in chi ha guardato il suo lavoro?

«Nonostante avessi paura che il mio lavoro non fosse capito e interpretato nel modo in cui desideravo, durante la mostra ho riscontrato pareri molto positivi e sono molto felice del risultato ottenuto».