a cura di Angela Berardinelli*
Mioblasti, utrofina, plasmidi e cellule staminali: altri tentativi terapeutici, nella parte conclusiva di questa ampia trattazione, con cui abbiamo cercato di fornire ai lettori un’informazione chiara ed equilibrata
Il nostro resoconto sull’intervento di Francesco Muntoni, del Dubowitz Neuromuscular Centre - Hammersmith Hospital di Londra, in occasione del Convegno Internazionale della World Muscle Society di Taormina, nell’ottobre del 2007, si conclude dunque in questo numero di DM, con la speranza di avere fornito una panoramica ampia sui tentativi terapeutici in corso per alcune forme di distrofie muscolari.
In quest’ultima parte diamo rapidamente spazio ad ulteriori settori di ricerca su cui si sta lavorando.
È questa una strategia che sembrava avere una limitata prospettiva per una somministrazione sistemica, perché la capacità di migrare rispetto alla sede di iniezione è limitata e inoltre le cellule del donatore necessitano di immunosoppressione. E tuttavia l’impiego di particolari cellule staminali dette mesangioblasti, studiate dal gruppo di Maurilio Sanpaolesi (Milano), con capacità di migrazione attraverso i vasi, sembra aprire nuove prospettive.
Anche per il trapianto dei mioblasti restano però alcuni problemi aperti, quali la necessità di un’immunosoppressione per tutta la vita, l’attuazione di protocolli che valutino anche il rischio della formazione di tumori, l’invecchiamento delle popolazioni cellulari in coltura, oltre alla possibilità che diverse procedure di manipolazione delle cellule in vitro (o differenti condizioni “ambientali”) possano alterare le proprietà delle stesse staminali.
L’utrofina è una proteina strutturalmente molto simile alla distrofina, codificata tuttavia da un gene sul cromosoma 6 e normalmente situata alla periferia delle fibre muscolari, in corrispondenza delle giunzioni neuromuscolari. Si sa da tempo che nei soggetti affetti da Duchenne l’utrofina è sovreaespressa e si trova alla periferia di tutta la fibra muscolare, verosimilmente nel tentativo - da parte dell’organismo - di compensare la perdita di distrofina. In natura, tuttavia, la sovraespressione di utrofina non è sufficiente a compensare tale deficit, cosicché da anni si sta cercando di mettere a punto una strategia terapeutica per la Duchenne che si giovi proprio di questo meccanismo, indotto geneticamente.
Nel topo è stato dimostrato che è necessario un incremento di due-tre volte dell’utrofina, per ottenere un miglioramento, e di dieci volte per prevenire la patologia. E del resto, visto che l’utrofina è normalmente presente nell’organismo, è molto improbabile che una sua sovraespressione induca una risposta immunitaria. Si tratta dunque di una strategia terapeutica che potrebbe teoricamente risultare efficace in tutti i casi di Duchenne.
Ora è stata identificata una piccola molecola (VOX C1100), somministrabile per via orale, in grado di determinare la sovraespressione di utrofina. In tal senso è in programma un trial clinico di fase I a - che valuti cioè la sicurezza del farmaco - entro la seconda metà del 2008. Non si sa naturalmente se i livelli del farmaco che risulteranno ben tollerati e sicuri nei bambini affetti da Duchenne saranno in grado di determinare una sovraespressione di utrofina sufficiente a fare la differenza sul piano clinico.
Quando si parla di plasmidi, ci si riferisce a dei piccoli filamenti circolari di DNA superavvolto a doppia elica, presenti nel citoplasma e distinguibili dal cromosoma batterico per le loro dimensioni ridotte. Il materiale genetico che li contraddistingue permette all’organismo ospite di svolgere varie funzioni non essenziali. Essi sono capaci di spostarsi tra le cellule - anche non uguali, ma filogeneticamente affini - influendo sulla variabilità genetica.
Di recente sono stati costruiti dei plasmidi che esprimono una distrofina completa e si sta studiando la possibilità di veicolarli, facendoli arrivare al muscolo. A tale scopo si è utilizzata una somministrazione che si avvale dell’aumento della pressione intravascolare, con una relativa accresciuta permeabilità vascolare e con la transfezione del cosiddetto muscolo target (“muscolo bersaglio”).
Dopo che la procedura è risultata sicura nel topo, nelle scimmie e nei cani golden retriever affetti da Duchenne, la valutazione preclinica dovrà ora essere effettuata su un ampio numero di animali per valutare la sicurezza e l’efficacia. Per questo si ipotizza un trial clinico nel 2009.
Infine un rapido accenno anche a una tecnica tramite la quale già nel 2005 un gruppo di lavoro di Seattle (Stati Uniti) aveva dimostrato la possibilità di ottenere una stabile espressione di una minidistrofina in mioblasti prelevati e geneticamente modificati e poi ritrapiantati nel topo mdx attraverso l’impiego di “virus lenti”.
Una sorta, dunque, di rigenerazione delle cellule satelliti isolate “a fresco” dal muscolo di topo mdx e poi modificate, che è stata dimostrata anche recentemente da un gruppo di ricercatori di Tokyo.
Da quanto si è scritto si evince che siamo sempre più vicini alla “soluzione”, ma è necessario anche ricordare che fino ad ora nessun paziente è stato curato dai vari trattamenti di cui si è detto, né siamo ancora in grado di prevedere quanto ci vorrà per avere una terapia applicabile ed efficace.
Quando si comunicano i risultati di questi studi preliminari - con l’entusiasmo connesso - è difficile mantenere un equilibrio con realtà come quelle dei fondi necessari a svilupparli, fornendo informazioni oneste e chiare sui risultati ottenuti. C’è infatti il rischio di confliggere con le alte aspettative dei pazienti e pertanto, oggi più che mai, è necessario che le informazioni siano equilibrate e corrette. Nel frattempo resta quanto mai importante che vengano applicati sistematicamente i migliori trattamenti possibili e che si studino adeguatamente i risultati via via ottenuti.
Le parti precedenti sono state pubblicate in:
DM 164 (www.uildm.org/dm/164/scienza/32muntoniweb.shtml)
DM 165 (www.uildm.org/dm/165/scienza/07muntoniberaweb.shtml)
*Fondazione Istituto Neurologico “Mondino” di Pavia.