Intervista a Vincenzo Nigro
Ha “respirato” UILDM” in casa sin da ragazzo e successivamente ha scelto di impegnarsi proprio nella ricerca sulle distrofie muscolari. È Vincenzo Nigro, ricercatore della “prima ora” nel TIGEM di Napoli
Fa parte sin dagli inizi della squadra di ricercatori del TIGEM - l’Istituto Telethon per la Genetica e la Medicina di Napoli - ed è anche figlio di Giovanni, figura “storica” della UILDM, noto cardiologo cui si deve la nascita dell’Associazione a Napoli nel 1967.
“Viaggiamo” dunque tra passato e futuro, in questa intervista con Vincenzo Nigro.
Immaginiamo che di distrofie lei abbia sentito parlare in casa sin da ragazzo. Ma quando è avvenuta la sua scelta professionale di rivolgersi a questo settore?
«Fin da bambino feci esperienza diretta della distrofia di Duchenne, perché mio padre - Giovanni Nigro - rese sempre partecipi tutti in famiglia del suo impegno. Fu lui, insieme ai suoi collaboratori, a fare grandissimi sforzi per “sdoganare” una condizione che portava all’isolamento e per offrire una speranza attraverso la ricerca.
E tuttavia la mia vera passione era l’astrofisica, tanto che mi iscrissi dapprima proprio alla facoltà di fisica, trasferendomi in seguito a medicina, dove, a partire dal secondo anno, fui interno nell’Istituto di Patologia Generale, sotto la guida del professor Gianfredo Puca, occupandomi del meccanismi d’azione del recettore degli estrogeni. Dopo la laurea, vinsi una borsa di studio triennale dell’AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) e successivamente fui ospite di Edoardo Boncinelli all’Istituto Internazionale di Genetica e Biofisica del CNR, lavorando sui geni dello sviluppo e imparando da Antonio Simeone e Dario Acampora quelle nuove e straordinarie tecniche di genetica molecolare che consentivano di “tagliare e ricucire” il DNA.
Fu allora che mio padre mi chiese se avessi potuto fornire qualche suggerimento per alcuni problemi incontrati nella tecnica del southern blot per le pionieristiche diagnosi di delezioni della distrofina. All’inizio mi defilai, poi iniziai a collaborare e mi appassionai alle tante cose che si potevano fare, mettendo a punto una nuova tecnica con cui scoprii le prime mutazioni puntiformi del gene della distrofina nel 1992. Qualche anno dopo (1996) scoprii un nuovo gene (delta-sarcoglicano) che causa la distrofia dei cingoli nota come LGMD2F e anche la cardiomiopatia del criceto».
Tra circa due anni Napoli ospiterà il XII Congresso Internazionale sulle Malattie Neuromuscolari. Cosa ci può dire su questo importante evento?
«Il XII Congresso Internazionale di Napoli sarà un evento molto importante nel campo delle malattie neuromuscolari ed è anche una vittoria personale di mio padre. Spero che la città di Napoli e le sue istituzioni sappiano apprezzare questi sforzi e non si lascino andare al degrado e alla rassegnazione. Sarà infatti l’occasione per presentare tanti risultati ottenuti dai ricercatori di tutto il mondo e tra questi anche contributi della ricerca promossa da Telethon e dalla UILDM».
Che cosa ha significato per Napoli avere l’opportunità di ospitare il TIGEM?
«Il TIGEM funziona come un grande istituto internazionale: ognuno dà il meglio di sé, con poca burocrazia, tanta professionalità e tanta meritocrazia. Secondo me è il modello di come potrebbe essere competitiva tutta la società italiana se smettesse di cercare motivi per non fare invece di fare. Inoltre a Napoli c’è la grande forza della UILDM con cui ho un rapporto costante. È importante per i ricercatori avere accanto i ragazzi distrofici che sostengono e aiutano la ricerca scientifica».
Dal suo osservatorio “privilegiato” che la vede impegnata da tempo sul fronte della ricerca riguardante le distrofie, qual è il quadro che ci può tracciare rispetto all’attuale situazione, ai possibili successi, agli ostacoli e soprattutto alle prospettive per i pazienti e i loro familiari?
«Siamo ad un passaggio epocale: per la prima volta nella storia, infatti, si intravede la possibilità concreta di curare i difetti genetici. È una tappa straordinaria e i primi passi sono stati compiuti sugli animali da laboratorio. Ma è di queste settimane la notizia del primo trattamento nell’uomo di una malattia genetica dell’occhio (amaurosi congenita di Leber), con vettori AAV, studio cui hanno lavorato Alberto Auricchio e Sandro Banfi al TIGEM. E alcuni pazienti hanno ricominciato a vedere.
Con gli stessi vettori AAV, oggi si possono trattare anche gli animali di laboratorio (topi e criceti) che presentano forme di distrofia. Le difficoltà maggiori sono dovute ai dosaggi che sarebbero necessari nell’uomo e ai possibili imprevedibili effetti secondari. Per la distrofia di Duchenne c’è una difficoltà in più rappresentata delle grandi dimensioni del cDNA [DNA complementare, N.d.R.] della distrofina che eccede la capacità massima di un normale vettore AAV. Ci vorrà dunque un po’ di tempo per superare questi problemi e trattare in modo sicuro tutti i muscoli con adeguati dosaggi di vettore virale, ma le tappe potranno e dovranno essere bruciate».
Un gruppo di studio da lei coordinato ha recentemente presentato una ricerca finanziata da Telethon riguardante un nuovo strumento diagnostico per la distrofia di Duchenne. Di che cosa si tratta?
«Ogni anno si calcola che nel mondo nascano 20.000 bambini affetti da Duchenne o Becker. La diagnosi di delezioni e duplicazioni si basa sulla multiplex PCR e, nei laboratori che hanno un sequenziatore automatico, sulla MLPA. Ma la multiplex PCR non identifica le duplicazioni e alcune delezioni, mentre la MLPA in alcuni casi necessita di un test alternativo di conferma.
La ricerca, pubblicata da «Clinical Chemistry» (primo autore Amelia Trimarco), presenta una nuova tecnica, chiamata LOG-PCR, che in sei ore permette la completa visualizzazione e quantizzazione di ottanta frammenti del gene della distrofina, senza necessità di alcuno strumento costoso. Si tratta di un’idea semplice, basata su modifiche profonde della chimica in cui si svolge la replicazione in vitro del DNA. Come prova di efficacia, sono stati analizzati con successo 506 campioni di Duchenne o Becker, mettendo in evidenza l’85% di tutte le mutazioni.
Abbiamo quindi uno strumento diagnostico affidabile che si potrebbe estendere anche ad altre malattie genetiche».