Intervista a Gianni Minasso
Nato come testata autonoma della UILDM per sdrammatizzare, divertire e far pensare, compie cinque anni «Il Mio Distrofico», spazio satirico fisso del nostro giornale. E il suo bilancio è certamente positivo...
«Il Mio Distrofico», testata uscita per la prima volta durante le Manifestazioni Nazionali UILDM del 2003 e successivamente in DM (dal numero 153), compie cinque anni. Per festeggiarli e per fare un bilancio, ne abbiamo parlato con il suo creatore, Gianni Minasso.
«Il Mio Distrofico» è un progetto unico nel suo genere, sei d’accordo?
«Nell’ambito della UILDM e delle distrofie credo proprio di sì; invece in altri contesti legati alla disabilità, penso che esista sicuramente qualcosa di simile».
Come procedi per elaborare ciascun numero del «Mio Distrofico»?
«Succede che vengo colpito da qualche fatto, da qualcosa che leggo o che vivo e che decido di archiviare, catalogando un’immagine o trascrivendo un pensiero o due righe riassuntive. Quindi - e questo è il terzo passaggio - quando mi trovo a realizzare la rubrica procedo alla scelta: apro i vari “cassetti” del mio archivio - vastissimo, diviso per argomenti - e seleziono quello che in quel momento mi ispira di più. Poi c’è l’elaborazione finale, con le ultime modifiche e correzioni. Questi sono i passaggi, generalmente. Non succede quasi mai, invece, che io viva o veda una cosa oggi e che su questa scriva subito un testo completo. Archivio solo l’ispirazione, l’idea, che al momento giusto andrò ad attingere».
Hai mai pensato di diffondere «Il Mio Distrofico» attraverso canali diversi da DM?
«Negli anni scorsi è balenata l’idea di realizzare un volume, ma per ora non si è mai andati oltre».
Da cosa o da dove trai la maggiore ispirazione: letture, navigazione, vita vissuta, TV?
«Innanzitutto dalle situazioni che vivo in prima persona, poi da quelle che mi vengono raccontate o che emergono parlando con gli altri. Ancora, dalle mie tante e svariate letture, e infine dalla navigazione in rete. Escludo invece la TV, che non guardo mai».
Immagino che realizzare «Il Mio Distrofico» abbia risposto e risponda a un’esigenza personale...
«Per rispondere in modo chiaro dovrei fare un accenno al percorso di accettazione della mia distrofia, che è stato molto lungo e difficoltoso. Credo che non si accetti mai totalmente una grave malattia, però, per quanto mi riguarda, credo di averla metabolizzata in buona parte. Diciamo che a un certo punto del percorso, che è stato assai doloroso, sono arrivato a sentire il bisogno di scherzarci sopra, sulla malattia, tentando così di esorcizzarla. Solo dopo, però, ho capito che questa esigenza di sdrammatizzare era il segnale che ero arrivato a un buon livello di accettazione, e non viceversa. Sono stati venticinque anni di cammino, anche se naturalmente il processo è ancora in atto e continuerà fino all’ultimo dei miei giorni».
Con quali obiettivi hai creato il primo numero?
«In primo luogo per sdrammatizzare, poi anche per divertire! A questo proposito vorrei ricordare una massima Zen che ho inserito nel numero 3 del “Mio Distrofico”: “Anche se il mio corpo sta morendo, lo spirito deve rimanere saldo”, cosa che ritengo possa valere proprio per tutti. Direi che in questa citazione è riassunto il mio obiettivo principale. Da ultimo, in ordine di importanza, inserirei invece il riuscire a scuotere gli animi, inducendo qualcuno a riflettere, non dico a cambiare idea, ma almeno prospettiva, punto di vista».
Credi di averli raggiunti?
«Sdrammatizzare sì, divertire lo spero e per quanto riguarda invece lo scuotere gli animi, temo di esserci riuscito poco, almeno in base ai riscontri che ho ricevuto. Forse ho sbagliato io stesso, non sono stato abbastanza cattivo perché mi sono sempre tenuto un margine fin troppo ampio per evitare di ferire qualcuno.
D’altra parte a queste malattie si accompagnano già tantissime sofferenze, al punto che a volte basta spostare anche solo una virgola per “fare danni” e non mi è mai sembrato il caso. In partenza pensavo che avrei usato “gli artigli di una tigre” e invece forse poi ho solo graffiato come un micino. Probabilmente è per questo che sotto certi aspetti la cosa non ha funzionato. Comunque sono più contento così, preferisco essere ignorato e non raggiungere i miei obiettivi, piuttosto che rischiare di creare altro dolore.
Censuro molto i miei pezzi, li addolcisco e se un giorno dovessi ferire qualcuno, sarebbe veramente per un infortunio, oltre che per un gesto [inutile dirlo, N.d.R.] involontario. D’altra parte ho vissuto e vivo in prima persona questa malattia, quindi anche se sono stato fortunato perché la mia forma è più benigna di altre, mi rendo lo stesso ben conto del grande tormento che circonda tanti casi peggiori del mio. E questo mi sprona a fare il possibile per non aggiungere ulteriori danni».
Da Lignano 2003 a Lignano 2008: è possibile fare un bilancio, dopo cinque anni?
«Nel primo numero del “Mio Distrofico” avevo promesso che la testata non sarebbe mai diventata una pubblicazione periodica e non si sarebbe mai ammorbidita. In realtà non è andata proprio così, quindi mi sono autosmentito. Però posso dire che nel tempo gli intenti e i contenuti degli articoli non sono cambiati e queste sono le ragioni per cui il mio bilancio è tutto sommato in attivo. A queste unisco poi qualche messaggio e commento positivo ricevuto da più parti e l’apprezzata collaborazione di Riccardo [Rutigliano, N.d.R.] ad un’uscita, anche se mi sarebbe piaciuto avere più contributi dall’esterno.
Ho gradito molto anche le citazioni dal “Mio Distrofico” di Tiziana Mongini durante gli incontri della Commissione Medico-Scientifica alle Manifestazioni della UILDM e un’emozione particolare ammetto di averla provata quando ho sentito, trasmessi da una radio locale di Brescia, da parte del caro Annibale Bianchini, alcuni brani del mio lavoro. La prima voce nel mio bilancio positivo, comunque, rimane il fatto di non aver mai ricevuto - almeno fino ad oggi - lamentele di persone che si siano sentite offese o ferite da quanto ho realizzato.
Tra le voci negative, invece, al primo posto metto sicuramente gli scarsi riscontri ottenuti, poi la convinzione che molte cose avrei potuto farle meglio, sia per i testi che per le immagini... diciamo - come usa in questi casi - che penso di avere ancora ampi margini di miglioramento!».