di Enrico Lombardi
Che la mozione parlamentare sulle cosiddette “classi ponte” per gli scolari stranieri possa essere anche una “prova generale” per il ritorno alle “classi speciali” per disabili? Il timore, purtroppo, è concreto
Ci sono termini, frasi, che più di altri hanno la forza di evocare in noi angoscia e inquietudine. Parole capaci di suscitare scenari, immagini, situazioni che pur non avendo conosciuto direttamente, in prima persona, appartengono al nostro immaginario collettivo. Pensiamo ad esempio a termini come Olocausto, razzismo, ghetto. Non occorre averne avuto un’esperienza diretta per avvertire, alla sola pronuncia, un profondo senso di disagio.
Per quanto mi riguarda, da persona con disabilità, da sempre è il termine istituto a crearmi ansia. «Basta la parola!», come diceva un vecchio spot pubblicitario, per evocare immense stanze grigie, dai soffitti alti e con i letti allineati con una perfezione da caserma militare. Oggi è un termine in disuso, infatti non c’è legge che riguardi la disabilità che non preveda il superamento delle istituzioni totalizzanti. Magari poi ipocritamente vengono chiamate in altro modo...
Altra definizione che, data la mia condizione fisica, mi provoca una sorta di orticaria è quella di classe differenziale. Forse fra i lettori più giovani c’è chi non sa nemmeno esattamente che cosa significhi, abituato a pensare alla scuola come ad un luogo di incontro privilegiato. Dove si può trovare un po’ di tutto. Dal giovane rampollo della famiglia benestante al figlio dell’operaio, dal bambino con la pelle colorata a quello con la pelle candida come il latte, dal ragazzino con disagio familiare a quello con disabilità. Questa è sempre stata l’immagine (reale) che ho avuto della scuola. Prima come allievo, poi come volontario, poi anche come “addetto ai lavori”.
Ho sempre pensato che questa fosse la vera forza della scuola italiana. Favorire l’integrazione, il senso di appartenenza ad una comunità, un gruppo, la solidarietà fra simili. Al di là dei programmi ministeriali da rispettare, del fare un autore in più o in meno, di conoscere un evento storico, una formula matematica, ho sempre ritenuto che il compito, la missione primaria della scuola fosse questa. Educare alla convivenza e al rispetto reciproco. Forse per qualcuno saranno frasi fatte, concezioni superate, però mai come in questo momento ci sarebbe bisogno che la scuola tornasse a svolgere questo ruolo fondamentale.
Purtroppo, però, i fatti sembrano andare, anzi vanno, contro questa tendenza. Sono ormai anni che assistiamo inesorabilmente - al di là del colore politico del governo di turno - a tagli più o meno indiscriminati al mondo della scuola. E ogni volta a farne le spese sono i soggetti più deboli.
Si parlava di “classi differenziali”, una definizione che stava ad indicare un percorso scolastico alternativo rispetto ai loro coetanei per gli alunni con disabilità o con qualche altro tipo di problema. In realtà si trattava di vere e proprie “scuole riservate”. Furono abolite nel 1971 e da allora la scuola italiana è diventata il paradigma dell’integrazione delle persone con disabilità in tutto il mondo.
Oggi, una mozione presentata, votata e approvata dalla Camera dei Deputati in pratica le reintroduce. Certo, per il momento riguardano soltanto i ragazzi stranieri che ancora non hanno la padronanza della nostra lingua. Si è utilizzato il termine “classe ponte”, ma come giustificazione si è detto che non si può rallentare la didattica degli altri studenti. Guarda caso la stessa argomentazione che veniva usata - e talvolta viene usata tuttora - da chi sosteneva la legittimità della separazione degli studenti disabili da quelli senza disabilità.
Un interessante articolo a firma di Gabriela Jacomella, pubblicato da Corriere.it del 20 ottobre scorso, mette in luce come ormai da tempo questa separazione sia già di fatto ripresa nelle nostre scuole. Mancano i mezzi, la formazione, gli investimenti e così apprendiamo che, malgrado le leggi prevedano che il sostegno debba essere fatto a tutta la classe, di fatto gli alunni con disabilità passano gran parte del loro tempo scolastico al di fuori della classe stessa.
Stando così le cose, non è difficile immaginare a chi toccherà la prossima volta...