di Anna Paola Peratoner*
Si conclude la riflessione stimolata da una mostra della fotografa Leslie McIntyre, dedicata alla figlia nata con una grave disabilità fisica. E lo fa parlando ancora di corpi, di gesti di cura e di “cuori pensanti”
Quel che ci vuole, dunque, è il diritto, lo scambio e la buona funzionalità ed efficienza delle prestazioni delle istituzioni sociali deputate, ma tutto questo va ricondotto continuamente alla sua origine vera che è collocata nel riconoscimento reciproco della vulnerabilità nella quale passiamo tutti, siamo passati da piccolini, passiamo da malati, passeremo in fine.
Passiamo tutti perché è la verità del vivere: il fatto che viviamo e siamo riconosciuti come uomini e donne perché tra noi si dà la cura, l’assunzione reciproca dei nostri destini.
Simone Weil dice che il mondo entra nelle nostre anime attraverso la gioia e la bellezza, entra invece nei nostri corpi attraverso la sofferenza, l’esperienza della sofferenza, l’incontro con il dolore. Per questo credo sia importante che restiamo esposti e reciprocamente non protetti, nella nostra nudità, corpo a corpo, portatori di handicap e di risorse.
Il corpo muove il profondo, l’immaginario che abbiamo dentro: esposti e non protetti come quando siamo nati. Torniamo all’evidenza di essere nate figlie e nati figli, tutti, poi, siamo diventati fratelli e sorelle maggiori e padri e madri, ma occorre ricordarsi di essere nati figli e figlie, cioè affidati gli uni agli altri. Lo siamo e lo restiamo perché abbiamo bisogno dell’affidamento reciproco anche quando siamo chiamati in responsabilità di fronte ai volti.
Una riflessione centrale è quella sulle donne, che a maggior ragione deve passare per il corpo in un momento storico come quello che stiamo vivendo in cui il loro corpo è minacciato su più fronti: quello delle guerre (non dimentichiamo che le donne costituiscono la percentuale più elevata delle vittime civili); quello del lavoro (la precarietà è “precarizzazione” dei corpi prima ancora che delle intelligenze); quello dei diritti civili (non possiamo accettare che lo stato civile e l’orientamento sessuale di una donna condizionino la sua vita e le sue scelte); e da ultimo, ma non per ultimo, il fronte dell’aborto, che è prima di tutto un dramma (nessuna donna può dire il contrario), ma rispetto al quale l’attacco alla Legge 194 è deplorevole proprio per le ragioni su cui abbiamo riflettuto: il momento di massima vulnerabilità del corpo di una donna è quello successivo al concepimento e il ritrovarsi di un corpo di fronte alla domanda cruciale se portare avanti la gravidanza o meno coincide con l’apice di quella massima vulnerabilità. Penalizzare quindi una scelta difficile e comunque dolorosa è esecrabile, perché è la negazione dell’esistenza di quella vulnerabilità e del diritto di viverla liberamente
Ma perché infine parlare del corpo delle donne? Perché crediamo fondamentale dire che un altro modo, un altro metodo per raccontare la storia, le storie, da protagoniste del nostro tempo, sia proprio quello che passa per il racconto dei corpi.
Crediamo che “abitare il corpo e il mondo” sia più che conoscere, perché è un comunicare di sensi che trascendono l’oggettività, esperienza comune che si vive quando con il corpo troviamo l’incontro... Senso e significati si dileguano, invece, quando si considera l’organismo isolato, come non può che fare in alcuni momenti la scienza...
Ma quando la malattia e la disabilità ci riportano al corpo come limite, come “barriera”, perché ci fa sentire il corpo e non più il mondo (o, almeno, il mondo non più abitabile come prima), con i tratti del corpo costruiti e rappresentati che si dileguano o sono resi incerti... allora solo il gesto di cura, la presenza prossima d’altri corpi possono aiutare a reggere questo “ritiro” e a “riaprire un’abitabilità”. Abitabilità rispettosa dei ritmi della vita e della relazione, che chiede di indagare la sintonizzazione di questi ritmi, ospitando sia le comuni pulsioni che gli affaticanti spasmi.
Ritrovarsi nei ritmi del pulsare della vita ci chiede almeno due condizioni, la prima delle quali è il silenzio. Non un silenzio muto, bensì quel silenzio in cui si sente il proprio cuore pulsare, si sente il ritmo del proprio corpo, si sente quel ritmo che permette di ospitare le sintonie e le distonie con i ritmi degli altri corpi, quei corpi vicini e lontani, che si sentono col proprio corpo. È quel silenzio che permette di conoscere cosa sta nel cuore, cosa preme sul cuore: conoscendo, così, il proprio cuore.
La seconda condizione è l’avviarsi lungo quel sentiero che permette a ogni donna e ogni uomo di conoscere sé riconoscendo le proprie emozioni. È possibile un conoscere a partire dal riconoscere ciò da cui ci lasciamo emozionare? Sì, conoscere sé conoscendo “in verità” ciò che ci muove dentro è conoscere la verità del nostro cuore. Diventando, così, “cuori pensanti”.
Simone Weil, Maria Zambrano, Edith Stein, Etty Hillesum e molte grandi donne della fine del Novecento hanno voluto essere “cuori pensanti”, direi quasi “corpi pensanti”. Corpi ricondotti alla nudità dei ritmi della vita che pulsa nel corpo e quindi, proprio per questo, capaci di cogliere il volto dell’altra e dell’altro nell’impossibilità di evitare il contatto con il mondo: nel dramma dello schiacciamento, come nella tenerezza dell’amore.
*Consigliera comunale di Udine con delega al Bilancio Partecipativo, amica della UILDM locale.