Intervista a Edvige Invernici
La Legge 328 del 2000 ha segnato il coinvolgimento del Terzo Settore nella formulazione delle politiche sociali territoriali e c’è chi, come la UILDM di Bergamo, da cinque anni fa sentire la propria voce
Secondo la Legge 328/2000, il Terzo Settore è chiamato a partecipare alla definizione delle politiche sociali territoriali. Ogni Provincia stende un documento chiamato Piano di Zona e, dal 2000 appunto, gli esponenti locali di cooperazione, volontariato e sindacati hanno un posto riservato ai relativi tavoli decisionali. Con l’intenzione - da qui e nei prossimi numeri di DM - di provare ad esplorare le realtà locali, per capire quanto le Sezioni UILDM abbiano potuto essere coinvolte in questo processo, partiamo con il riportare ai lettori il caso di eccellenza della Sezione bergamasca.
A Bergamo il Piano di Zona è prodotto dall’Ufficio di Piano, che programma e distribuisce le risorse sotto l’indirizzo dell’Assemblea dei Sindaci. Al suo tavolo siedono rappresentanti dei Comuni, dell’ASL, della Provincia, dell’Ufficio Scolastico Regionale, della Cooperazione, del Volontariato, della Caritas, un esponente della Consulta delle Famiglie e i coordinatori per ognuno di otto Tavoli Tematici. Tra loro, da cinque anni, c’è anche Edvige Invernici, per conto della UILDM locale, della quale è presidente dalla primavera del 2007.
Qual è esattamente il tuo ruolo?
«La Provincia di Bergamo è suddivisa in 14 ambiti, ciascuno dei quali raggruppa un certo numero dei 244 Comuni di cui è composta. L’Ambito 1 ha istituito l’Ufficio di Piano e otto Tavoli Tematici, tra cui quello sulla Disabilità. Io faccio parte sia dell’Ufficio di Piano che del Tavolo Tematico sulla Disabilità e di quello del Terzo Settore, costituito dall’ASL di Bergamo e dalla Consulta di Orientamento (con cui il Consiglio di Rappresentanza dei Sindaci indirizza le linee politiche).
In ognuna di queste sedi rappresento il Forum delle Associazioni di Volontariato Sociosanitario Bergamasche, ventidue organizzazioni con cui sono in costante rapporto, che vivono la prossimità con malati oncologici, persone non autosufficienti, ricoverate, terminali, con problemi psichici e disabilità motoria».
Ci parli del Tavolo sulla disabilità?
«Si riunisce ogni due mesi e siamo esattamente in sedici tra rappresentanti del Consultorio dell’ASL e di scuola, Provincia, cooperazione sociale, volontariato, associazionismo di promozione sociale, formazione professionale e collocamento al lavoro.
Abbiamo scelto di porre al centro il progetto di vita e di coniugare tutti gli aspetti della vita della persona con disabilità, raccordando gli interventi di ciascun componente e prospettandone di nuovi dove necessario. Abbiamo finanziato un’équipe psico-socio-pedagogica per orientare le scelte dei disabili anche maggiorenni, introdotto sussidi economici per chi frequenta percorsi formativi o educativi liberamente scelti, istituito un nucleo per l’orientamento al mondo del lavoro. E, novità recentissima: mi è stato proposta il coordinamento del Tavolo. Posso dire di avere fatto una bella carriera!».
Nel corso della tua esperienza, quali linee di evoluzione hai individuato nell’atteggiamento del Terzo Settore e in quello degli altri partecipanti nei tuoi confronti?
«Si è esercitato molto confronto ed è stato possibile fruire di approfondimenti sui vari temi. È come se fossimo diventati “padroni della materia” e ciò ha permesso di affrontare i problemi nella loro complessità. Va detto poi che tra le parti si è costruita molta coesione. Infatti, se i primi anni ognuno difendeva le proprie ragioni, negli ultimi tre mettiamo al centro la persona con disabilità e valutiamo quanto consultorio, scuola, collocamento al lavoro, extrascuola e servizi le offrono per costruire un progetto individuale. Insieme, stiamo ragionando sull’autonomia, sulla residenzialità, sul dopo di noi. Non tutti i progetti trovano realizzazione per la scarsità di risorse economiche, ma le idee circolano e raggiungono i vertici (il ruolo che rivesto mi permette tra l’altro di verificare la circolazione delle proposte)».
Cosa ritieni di offrire ai Tavoli, in quanto rappresentante della UILDM?
«La UILDM di Bergamo ha sempre tentato di lavorare in rete con le organizzazioni pubbliche e private del territorio, anche prima della Legge 328. Nello specifico, ha lavorato per individuare l’esistenza di malati neuromuscolari, raggiungendone centosessanta. Attraverso un contatto settimanale (Help-line), che raggiunge al telefono tutti almeno due volte all’anno, monitoriamo la qualità delle politiche sociali portando ai Tavoli dati oggettivi. Inoltre, il sostegno di HandyLex, della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap (FISH) e della Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità (LEDHA), ci permette di partecipare ai processi con cognizione di causa.
I punti di forza per eccellenza sono il confronto costante e le relazioni consolidate nel tempo con chi si occupa, a vario titolo, delle persone con disabilità».
Il nuovo ruolo attivo del Terzo Settore nelle politiche sociali ha prodotto delle ricadute positive per la UILDM?
«Ha permesso la conoscenza della realtà delle persone con malattie neuromuscolari e di quelle non legate ai cosiddetti “servizi” (Centri Diurni, Centri Socio Educativi, Residenze Protette). Ha messo in circolo una cultura che si discosta dall’assistenzialismo. Ha indotto altri soggetti ad operare in rete, come le cooperative sociali che, con il proprio radicamento sul territorio, apportano ulteriori elementi per migliorare la qualità degli interventi. Ha messo infine in luce una serie di carenze e, in qualche caso, gravi lacune in campo sanitario e sociale, su cui stiamo lavorando in vista della scadenza del Piano di Zona in vigore».
Secondo il Centro Servizi per il Volontariato lombardo, molte associazioni non si sono presentate ai tavoli, soprattutto enti non abbastanza strutturati e non in grado di investire tempo e personale né di formare competenze ad hoc. Come commenti questo fenomeno?
«Con una risposta secca: nel 2007 la nostra Sezione ha dedicato settecento ore a questa attività. Si può immaginare quanto sia faticoso e, in certi casi, davvero impossibile partecipare.
Sento spesso dire: “Non chiudo l’associazione per andare ai Tavoli. Tanto i progetti non vengono nemmeno finanziati!”. Credo invece sia importante sforzarsi, trovare un volontario diverso da quelli che già fanno parte dell’associazione, coinvolgere chi ha più tempo, dividersi i compiti».