Dentro/Fuori (la disabilità)

a cura di Barbara Pianca

 

Dedichiamo questa volta la nostra rubrica al cinema horror, genere suggestivo e dal forte valore simbolico. Quattro i film che segnaliamo, proponendo anche alcune «chiavi horror» per leggere la disabilità

 

Il filo rosso di questa rubrica è un genere cinematografico spesso sottovalutato eppure denso di significati e ricco di opere che hanno segnato non solo la storia, ma anche il pensiero del cinema.

Parliamo del cinema horror, un genere libero perché non è attaccato alla realtà e si inoltra nel mistero, in quello che non si vede, in quello che potrebbe essere, in ciò che non conosciamo e che perciò ci spaventa. Raccontare la disabilità attraverso questa prospettiva è delicato e rischioso, ma anche stimolante, perché offre la possibilità di lasciare andare perbenismi e pregiudizi e mostrare ciò che di solito non si fa vedere. Senza retorica.

Qui di seguito troverete due titoli che indagano il tema della disabilità in modo disincantato e profondo. E altri due titoli che segnaliamo perché - in modo molto diverso l’uno dall’altro - ci sembrano efficaci e originali.

Dentro: Monkey Shines (George A. Romero)

Romero è il regista che ha inventato gli zombi. Meno conosciuto è Monkey Shines - Esperimento nel terrore, suo film del 1988, che racconta la storia di Allan, studente tetraplegico a seguito di un incidente. Invece di ricorrere alla casa domotica, Allan riprende confidenza con gli spazi grazie all’aiuto di Ella, una scimmietta addomesticata. Parlandole, può chiederle di compiere azioni per suo conto, portargli degli oggetti, aprire la porta, eccetera. Ma lo scienziato che gliel’ha prestata stava facendo degli esperimenti con lei, innestandole cellule di cervello umano. Ella sviluppa dunque, al tempo stesso, intelligenza e attaccamento per Allan, pur di difendere il quale si rende colpevole di azioni aberranti.

Interessante e coraggiosa nel film è la descrizione della disabilità come situazione di impotenza fisica. Si insiste sul trauma del protagonista che non può più muovere il proprio corpo e rimane in balìa della madre invadente. Forte la scena dell’omone con un fisico ancora prestante, nudo e seduto a penzoloni su una sedia a gancio sopra la vasca, mentre viene lavato dalla madre. L’unica via d’uscita a questo stato - sembra suggerire Romero grazie anche a una regia semplice e diretta - risiede nella forza di volontà del singolo, che spinge l’arguzia a inventare soluzioni sempre più raffinate per tutelare la propria autonomia, soprattutto quella psichica.

Dentro: La mosca (David Cronenberg)

Se si considera la disabilità come una mutazione del corpo, allora Cronenberg è senz’altro il regista che più di tutti ha approfondito questo tema. Il corpo che muta da dentro oppure da fuori, fondendosi a protesi tecnologiche, è l’oggetto preferito della sua indagine cinematografica.

La mosca è il lavoro che, per eccellenza, racconta la mutazione del corpo e affronta il tema dello sguardo. Girato nel 1986 e interpretato da Jeff Goldblum e Geena Davis, il film descrive le vicende dello scienziato Seth Brundle, impegnato nella sperimentazione del teletrasporto. Durante un esperimento, per errore, il suo DNA si mescola a quello di una mosca e inizia in lui una mutazione descritta in chiave horror, chiave che permette di esplorare anche il senso dell’orrido che l’essere umano prova di fronte a ciò che non conosce, come un corpo diverso rispetto a quelli che è abituato a vedere, nel quale non ritrova più i parametri di armonia che ha interiorizzato. Lo sguardo spaventato è prima di tutto quello della persona che subisce questa mutazione e poi di chi lo incontra. Anzi, di più: per timore dello sguardo di chi lo incontra, Seth non esce mai dalla sua stanza, dove progressivamente e inesorabilmente continua a mutare e a trasformarsi in una gigantesca mosca. 

Fuori: Kairo (Kiyoshi Kurosawa)

Questo è un film horror giapponese del 2001 di cui nel 2006 è stato girato anche un remake hollywoodiano dal titolo Pulse (anche l’originale gira da noi con questo titolo). Difficile scriverne la trama perché la sua qualità più peculiare è l’impalpabilità della vicenda.

Si tratta di un horror metafisico dove lo spavento non c’è e non conta, dove l’orrore si insinua in modo sotterraneo, con un sapore profondamente esistenziale. È una storia di fantasmi, realtà parallele e fisica quantistica, una riflessione sul mistero della morte o, più ancora, sulla fragilità della vita. Una storia in cui le persone si dissolvono e lasciano una macchia scura. Tutto qui, solo una macchia. Dopo che il loro sguardo si è posato su un’immagine proibita - diffusa tramite internet - iniziano infatti la confusione, la paura, la depressione, l’apatia, il lento lasciarsi andare fino a scomparire. La disperazione silenziosa si dipana attraverso immagini descritte per lo più con riprese in totale, scandite da un ritmo lento e, al contempo, pregnante.

Fuori: The Mist (Frank Darabont)

Infine un film recente, del 2007, tratto dal racconto La nebbia di Stephen King. Gli amanti del genere si divertiranno e si stupiranno di fronte a un’opera che cita e reinventa, senza mai prendersi sul serio e, al contempo, analizza la difficoltà di comunicazione nelle relazioni umane, la follia che scaturisce dalla paura, le soluzioni diverse proposte dalla religione e dalla scienza di fronte al mistero. E la solitudine di chi sceglie di non credere in niente e di rischiare.

La vicenda narrativa è classica. Un gruppo di estranei rimane chiuso in un supermercato perché fuori una nebbia si alza, diventando talmente densa che dai vetri del negozio non si riesce a vedere altro che fumo. Finché, dal fumo, arriva un uomo insanguinato. E poi i tentacoli di un essere mostruoso.

Prigionieri di un luogo poco protetto e costretti alla convivenza, i componenti del gruppo di consumatori si arrabattano per inventare una forma di resistenza. E le idee diverse cozzano. Una fanatica religiosa predica il castigo divino, mentre i razionalisti non credono al soprannaturale finché la tragedia non si compie innanzi ai loro occhi. Il finale è molto forte. Perché anche la scelta di accettare l’ineluttabilità della tragedia rischia di aprire le porte a un’altra tragedia di portata ancora più grande. Come dire: non c’è una soluzione vincente in partenza, tutto è solo da vivere, assumendosene il rischio.