Sei chiavi per la scuola

a cura di Barbara Pianca

 

Grande successo anche quest’anno per «Le Chiavi di Scuola», il concorso nato per dare evidenza alle buone prassi di inclusione scolastica degli alunni con disabilità. Il racconto degli insegnanti premiati

 

Si è conclusa con grande successo (431 progetti pervenuti!) anche la seconda edizione delle Chiavi di Scuola, il concorso promosso dalla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) - in collaborazione con Enel Cuore ONLUS - per favorire la massima visibilità alle buone prassi di inclusione scolastica degli alunni con disabilità.

Quattro i riconoscimenti assegnati per le diverse categorie, insieme a due menzioni speciali. E sono proprio gli insegnanti di sostegno delle scuole premiate a raccontarci la loro esperienza.

Per la scuola dell’infanzia ha vinto il progetto Insieme è… meglio della Direzione Didattica di Magione (Perugia). Ne parliamo con l’insegnante di sostegno Anna Rita Covarelli, che ha lavorato con un bambino con un disturbo pervasivo dello sviluppo. Il progetto è consistito nel creare un ponte tra la scuola d’infanzia e quella elementare. L’alunno, invece che frequentare la prima elementare, è rimasto alla scuola d’infanzia, iniziando però a familiarizzare con quella nuova.

 

Come è stata organizzata la compenetrazione?

«Il bambino ha partecipato a laboratori della prima classe insieme ai compagni della scuola d’infanzia. Gli abbiamo fatto conoscere gli spazi della nuova scuola e le future insegnanti».

 

Quest’anno come si trova?

«Se prima si rifiutava di impugnare uno strumento grafico, ora scrive. Inoltre i compagni con cui aveva legato sono rimasti con lui anche nella scuola primaria».

Per la scuola primaria (le elementari) è stato premiato invece il doppio progetto della Direzione Didattica di Maddalena (Genova). L’insegnante di sostegno Stefania Coli ha lavorato con un alunno autistico e ha elaborato in équipe due progetti che partono dalla sua passione per la musica e il mondo marino. Nel primo, L’orca volante, il bimbo ha costruito insieme alla classe un alfabetiere del mare. Nel secondo si è visto coinvolto in un laboratorio musicale.

 

In quale modo i progetti hanno favorito l’integrazione?

«Sul piano affettivo relazionale e nella crescita delle autonomie del bambino. Grazie ai compagni e attraverso le attività ludiche, egli ha imparato infatti a moderare atteggiamenti non accettati in gruppo. E nello spettacolo di Natale ha cantato da solo una strofa in inglese».

Per quanto poi riguarda la scuola secondaria di primo grado (le medie inferiori) ha vinto il progetto Integrautismo dell’Istituto Galvaligi di Solbiate Arno (Varese). L’insegnante di sostegno Iuana Prezioso ha lavorato insieme a un ragazzino con sindrome di Asperger. «Il progetto - come ci racconta lei stessa - riguardava l’attività in prima media, ma esiste dalla quinta elementare e proseguirà fino alla terza media. È dalla quinta, infatti, che è stata elaborata una strategia di accoglienza per il suo ingresso nella scuola media con percorsi differenziati».

 

Qual è la caratteristica peculiare dell’iniziativa?

«Il coordinamento affidato a un ortopedagogista, vale a dire un pedagogista con competenze specifiche per questo tipo di disturbo autistico».

 

Come ha interagito il ragazzo con i compagni?

«Ha partecipato alle attività della classe e gli altri ora lo vedono anche come risorsa. In alcuni ambiti cercano il suo aiuto, per esempio nelle lingue e nell’informatica, dove se la cava bene».

Per la scuola secondaria di secondo grado (le medie superiori) ha vinto infine l’Istituto De Sanctis di Sant’Angelo dei Lombardi (Avellino), con il progetto Percorsi Misti Scuola-Lavoro. Ne parliamo con l’insegnante di sostegno Michelangelo Fischetti, che insieme a una collega avvia al lavoro i ragazzi con disabilità del triennio in un percorso di alternanza scuola-lavoro collaudato da dieci anni.

 

Qual è il punto forte dell’iniziativa?

«È la rete. Infatti, la Provincia mette il trasporto (dalla scuola all’impresa) e il personale socio assistenziale; il Piano di Zona ricerca le aziende; l’Unità Multidisciplinare della ASL analizza le inclinazioni dell’allievo. Infine, ci hanno dato disponibilità alcune aziende artigiane. Per il concorso abbiamo presentato i due casi più significativi, ma lo scorso anno ne abbiamo seguiti cinque».

 

Durante il progetto i ragazzi interagiscono con i compagni?

«Nella prima parte sono previsti lavori in classe per individuare le inclinazioni di ciascuno e, nella prima fase di presenza in azienda, i ragazzi con disabilità sono affiancati da un compagno».

 

Con questo metodo qualcuno ha trovato un lavoro?

«L’anno scorso un ragazzo con sindrome di Down che lavorava in un ristorante ha instaurato un rapporto diretto con il datore di lavoro. Al termine dell’attività didattica ha continuato a lavorare da lui».

E ora passiamo alle due menzioni d’onore, riservate ad altrettanti progetti giudicati come “eccellenti”. Il primo è Incontriamoci nel movimento dell’IPSSCT Almerico da Schio di Vicenza, ove l’insegnante di sostegno Barbara Anni ha lavorato con un ragazzo con un disturbo generalizzato, che frequenta il CEOD Il Nuovo Ponte, insieme ad altre sei persone con disabilità. «Il ragazzo - ci spiega - fa un percorso misto: dal lunedì al mercoledì al CEOD e giovedì e venerdì a scuola. Nell’ora settimanale di educazione fisica, i compagni di classe e quelli del CEOD giocano insieme».

 

Che risultati avete ottenuto?

«Se alle medie rimaneva seduto pochi minuti, ora rimane in classe. Il progetto ci è sembrato tanto efficace che durerà per il triennio».

L’altra menzione, infine, è andata a Fjalët e Tjetrit (“Le parole dell'altro”) della scuola secondaria di primo grado Muratori di Vignola (Modena).

«Nel novembre del 2007 - racconta Silvia Ranuzzi, insegnante di sostegno - è arrivato un tredicenne albanese con una disabilità intellettiva. Bisognava insegnargli l’italiano e inoltre era molto aggressivo. Abbiamo pensato di avvicinarlo attraverso due connazionali coetanei che hanno fatto da “mediatori”. Uno mi ha insegnato l’albanese nelle frasi comunicative immediate e ogni tanto “mi interrogava”. L’altro ha mediato sul piano relazionale, cercando di smorzare l’atteggiamento oppositivo del connazionale disabile.

 

Quali risultati avete ottenuto?

«La prima volta che ha pronunciato una parola in italiano è stato quando mi ha sentito parlare per la prima volta in albanese. Ora il progetto continua, anche se non è più necessaria una mediazione sistematica. Il ragazzo ha imparato l’italiano e perso quasi completamente l’aggressività iniziale».