di Alberto Fontana*
Oltre a rendere parte attiva i cittadini con disabilità, la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata recentemente anche dall’Italia, sancisce vari princìpi di portata universale
La stipula della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità e la conseguente ratifica da parte del Parlamento Italiano (Legge 18/09) sono certamente due momenti di importanza storica, che ritengo abbiano una portata universale per tutti.
Qualche giorno fa leggevo il primo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, firmata a Parigi il 10 dicembre del 1948. Ebbene, le prime parole di quel documento sono semplici, ma al tempo stesso assai profonde: «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza». Il secondo periodo dell’articolo ci consegna poi una bella indicazione di solidarietà, ricordandoci che siamo dotati di «ragione e coscienza» e che è dunque nostro dovere utilizzare tali strumenti al meglio, come del resto è stato fatto nelle lunghe battaglie di rivendicazione dei diritti umani.
La Convenzione sui nostri diritti non è quindi un punto di partenza, ma l’esito della continua lotta che tutti gli uomini dotati di «ragione e coscienza» hanno condotto con l’obiettivo di contribuire alla composizione di una società più giusta e più attenta ai bisogni di felicità di ciascuno.
Ora, al giorno d’oggi, mi sembra che siamo pronti per fare un salto di qualità, imprimendo un’accelerazione a questo percorso. I Governi che hanno ratificato e ratificheranno la Convenzione saranno obbligati a trattare le persone con disabilità come soggetti di legge con diritti meglio definiti e finalmente sanciti da apposite norme.
Le ratifiche, insomma, richiederanno ai Paesi di lavorare progressivamente verso misure che consentano alle persone con disabilità un migliore accesso ai trasporti, all'educazione, alla salute e al tempo libero. È un testo - quello della Convenzione - che vale la pena leggere, perché ci rinfresca la memoria e ci può accompagnare nel nostro cammino. Oltre ai diritti per cosi dire “classici”, come l’accessibilità e il lavoro, esso ne aggiunge altri che valgono per noi, ma anche, universalmente, per tutti. Ad esempio, il 10°, che focalizza il diritto alla vita, connaturato alla persona umana, o il 6°, riferito alle donne con disabilità, spesso doppiamente discriminate. Splende anche l’accenno all’accesso alla giustizia (13) e le parti che riguardano la libertà di movimento e cittadinanza (18) o anche gli articoli relativi al diritto alla salute, che ci ha visto troppo spesso impegnati in continue rivendicazioni.
Tutte enunciazioni, quindi, che vanno oltre la disabilità e che ora hanno trovato definitiva sistemazione anche in Italia, con la ratifica sancita da una legge dello Stato.
In questo anche le persone con disabilità hanno avuto il loro ruolo importante, per definire un documento di portata generale. E ce lo prendiamo tutto questo merito, visto che per anni siamo stati considerati un “peso sociale”, soggetti esclusivamente da aiutare, sostenere e a volte anche compatire, in quanto dis-abili, portatori cioè di una difficoltà che è in evidenza, davanti a noi e che ha occultato tutto il buono che invece è dentro di noi.
Ce lo prendiamo tutto il merito, consapevoli anche che la Convenzione dovrà valere in ogni angolo del pianeta: pensiamo ad esempio ai tanti Paesi in via di sviluppo e a quali penose condizioni - ultimi tra gli ultimi - si trovino a vivere in quelle situazioni le persone con disabilità.
Quindi proprio a noi - qui e ora - tocca un compito fondamentale, quello di vigilare, affinché non si sottovaluti la portata di questa ratifica; se lo scopo della Convenzione è proteggere e garantire il pieno e uguale godimento di tutti i diritti umani e promuovere il rispetto per la loro intrinseca dignità, allora noi dobbiamo essere presenti in ogni luogo a difesa delle persone sottoposte alle limitazioni dei loro diritti fondamentali.
È un’attenzione che dobbiamo avere tutti e che la UILDM ha già, come momento prioritario delle proprie attività. La ratifica, infatti, ha portato molte luci, ma anche qualche ombra: sulla costituzione dell'Osservatorio Nazionale sulla Disabilità, ad esempio, l’organismo incaricato di promuovere e monitorare l'applicazione della Convenzione, qualcosa da dire c’è già.
Forse bisognerebbe ragionare insieme e meglio sulla sua composizione e sul numero dei partecipanti: è importante che sia efficacemente rappresentativo e che l’eccessivo numero di membri non ne determini una diminuita capacità operativa. Ugualmente è importante che la composizione dell’Osservatorio sia coerente con le sue finalità e che si dia voce alle organizzazioni rappresentative del Terzo Settore. Se così non fosse, continueremo allora ad autorappresentarci come abbiamo fatto efficacemente finora, anche attraverso organizzazioni come la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap). E in ogni caso la UILDM farà la sua parte per non cadere nell’errore consueto: belle enunciazioni di principio che poi nei fatti non producono risultati.
Ovviamente tale Osservatorio dovrà poi essere in relazione anche con i centri di ricerca, con le università e - tramite le associazioni - con le famiglie che più di tutti hanno la consapevolezza di ciò che succede nella vita reale. È bene infatti ricordare sempre che la disabilità colpisce una parte rilevante della popolazione e che nella quasi totalità dei casi è proprio la famiglia al centro dell'assistenza; è evidente, quindi, che serve un ammodernamento delle politiche sociali, attuabile solo con un’efficace e rapida riforma strutturale, all’insegna della velocità, dell’autonomia decisionale e di adeguati finanziamenti.
Forse c’è un’aria nuova e finalmente si sta capendo che non siamo solo i destinatari dei diritti, ma siamo soggetti attivi e coinvolgibili nei processi decisionali che ci toccano direttamente.
Ma vorrei chiudere ricordando qui il compianto e noto giornalista Candido Cannavò, che a suo tempo era venuto di persona ad incontrarci. Ci aveva guardato negli occhi e nel cuore e aveva visto anche la nostra forza. A noi che sembrava tanto strano che una persona così importante avesse un’umiltà e una curiosità così sensazionali. E nel libro E li chiamano disabili ci ha mostrato che le persone con disabilità possono anche avere delle vite speciali. Come succede per tutti. Grazie Candido.
*Presidente nazionale UILDM