Non si risolve separando

Intervista a Grazia Honegger Fresco

 

Concludiamo la nostra intervista con una delle ultime allieve di Maria Montessori che nel ricordarne il fondamentale concetto di «società per coesione», apre una strada chiara verso la vera vita indipendente

 

«Quel bambino spastico - continua a raccontare Grazia Honegger Fresco - giunto a scuola accompagnato dalla madre, lentamente si spogliava da solo senza aiuto, anche se con fatica (la madre non interveniva, come consigliato dall’insegnante), salvo appendere il cappotto perché non arrivava all’attaccapanni. Per entrare poi nella sua classe, una corda appesa alla maniglia gli consentiva di aprire la porta. La maestra lo salutava, i suoi compagni anche. Lui conosceva tutte le posizioni dei materiali predisposti, in modo da poter operare da solo con essi. L’idea era quella di predisporre tutti gli aiuti indiretti che consentissero al bambino un’autonomia, senza l’aiuto diretto da parte degli altri. Anziché appendere l’asciugamano ad altezza dell’adulto, basta infatti predisporlo all’altezza adeguata per consentire l’autonomia».

 

È importante rilevare che l’ambiente montessoriano è concepito su misura del bambino: l’ambiente costruito su misura degli adulti presenta infatti barriere per l’accessibilità e l’agibilità dei bambini. Così anche la logica dell’abbattimento delle barriere architettoniche e dell’uso di ausili è proprio quella di porre la persona con disabilità in condizioni di non dipendere dall’altro, di agire autonomamente, per quanto possibile, di “fare da sola”.

«Sì, è proprio questa la linea forte che guida tutte le scuole montessoriane, dal nido alla scuola elementare, dove tutto è ad altezza adeguata per dare la possibilità ai bambini di fare da soli. C’è una cura assoluta dell’ordine, funzionale alle capacità del bambino, anche per chi ha difficoltà.  Ricordo Lina Mannucci, che lavorò molti anni con Adriano Milani Comparetti, presso il Centro “Anna Torrigiani” di Firenze, dove operavano secondo lo stesso principio di favorire l’autonomia del bambino con difficoltà.

Diritto a fare da sé e non giudizio, sono due punti fondamentali che impediscono che nel gruppo, nella classe, nella scuola si sviluppi il pietismo, la protezione del “poverino” che dev’essere aiutato. Ogni intervento non necessario è come tagliare le ali; Maria Montessori affermava: “Ogni aiuto inutile è un arresto dello sviluppo”.

Alla scuola di Monaco di cui ho parlato [promossa da Theodore Hellbrügge; se ne legga in DM 167, N.d.R.], dove vi sono studenti dai tre ai diciotto anni, osservammo in una classe di ragazzi già grandi - diciassette anni - una ragazza con difficoltà di comunicazione, di linguaggio, che per parlare impiegava un tempo molto lungo, diversi minuti per dire una frase. Ciò che mi ha colpito è stata la pazienza e l’attenzione dei compagni per ciò che lei, con fatica e sforzo, stava esprimendo.

Anche la famiglia ha tutta un’altra vita se riconosce che il proprio figlio, pure avendo qualcosa di meno rispetto a un ideale di “normalità” (del tutto relativo), ha altre risorse e capacità grandi, sociali, affettive».

 

Penso al tema dell’integrazione sociale delle persone con disabilità, della cosiddetta “inclusione sociale”. Da ciò che mi sta descrivendo, capisco che l’ambiente ha la funzione di favorire l’inclusione, ma che questo processo deve muovere proprio dalla persona stessa...

«Maria Montessori lavorò molto per la socializzazione (anche se alcuni erroneamente sostengono che non se ne occupò), mirando all’indipendenza e allo sviluppo delle capacità di essere attivi in modo costruttivo; tendeva a fare in modo che i bambini, insieme alle loro diversità (quanto più sono diversi tanto meglio stanno), riuscissero a costruire una collettività, una comunità, che Maria Montessori chiamava “società per coesione”.

Ebbene, una società per coesione può essere costruita  da persone che, grazie a questo ambiente preparato e all’atteggiamento non violento degli adulti, quindi senza giudizi, senza voti, senza confronto e competizione, hanno maturato. Il cosiddetto “bullismo” matura dove c’è un clima e un atteggiamento giudicante e di competizione, come nello sport agonistico, dove il valore è quello del vincere, di “chi vince”. Anche nella scuola si trasmette questo atteggiamento. Chi si occupa degli esclusi? Un bambino in difficoltà, che ha difficoltà motorie, come gioca? Gioca come può. Bisogna iniziare subito su tutto quello che permette al bambino di fare da sé.

Il bambino sordo, il bambino cieco possono fare tantissimo da sé. Bisogna guardare a ciò che hanno, e non a quello che non hanno. Perché se la scuola è basata sul giudizio, sul “tu non sei capace, quindi non vali”, è come dire “ti metto da parte, ti affido a qualcun altro, io non me ne occupo”. La soluzione non sta nel separare per meglio addestrare, ma nel creare un clima sociale non competitivo, evitando di programmare a priori. Dobbiamo mettere nelle mani del bambino la chiave del suo sviluppo, riconoscendogli capacità autocostruttive.

Al termine dell’interessante colloquio con Grazia Honegger Fresco, si può dunque concludere che la logica della “vita indipendente” sia quella di avviare un processo che, fin dai primi anni di vita, rispetti la persona, creando e favorendo tutte le condizioni che la pongono in grado di “fare da sola”, in contatto diretto con la realtà, interagendo e partecipando alla vita sociale, respingendo le situazioni che conducono ad un’indesiderata dipendenza, a una passiva assistenza.

Ritengo che il messaggio di Maria Montessori possa essere fatto “nostro”. È stato poco ascoltato, da un secolo, da pedagogisti e mondo della scuola, soprattutto in Italia. Per questo ho proposto a DM di ricordarlo e di riconoscerlo a rinforzo e a sostegno del progetto di vita autonoma e di inclusione sociale per il quale la nostra associazione si sta mobilitando da molti anni.

(Marco Buttafava)