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Giovani davvero autonomiVorrei rispondere alla lettera pubblicata da DM 143/144 (Esperienze da diffondere), rispetto alla quale mi sono sentita chiamata in causa sia come insegnante con funzione di sostegno, sia come persona disabile attenta alla propria e altrui disabilità e soprattutto alle possibilità, alle potenzialità che una disabilità non può mai azzerare. Non credo che la signora che scrive abbia esagerato. Esistono interventi di qualità, ma esistono, purtroppo, delle disfunzioni generate sia dal sistema delle nomine dei docenti - spesso sono insegnanti non specializzati a svolgere la funzione del sostegno (anche se ciò non è una pregiudiziale: ho incontrato colleghi senza specializzazione che hanno operato in modo eccellente) - sia da false credenze. Una di queste, ad esempio, è il ritenere che il bambino o ragazzo soffra nello svolgere attività diverse dagli altri. Se si educasse l'intera classe alla diversità, questo non accadrebbe. Un'altra credenza sta nel dover accontentare la famiglia, attribuendo spesso a quest'ultima desideri non espressi. Un maggiore coinvolgimento della famiglia - senza pietismi e falsi pudori - e una maggiore assunzione di responsabilità da tutte le parti eviterebbero fraintendimenti e interventi errati. Ho sentito capi d'istituto "progressisti" ordinare di non portare assolutamente i ragazzi fuori della classe, come se si potesse decidere "a priori" dove e come attuare un intervento. Questa filosofia avrebbe una propria validità nel caso in cui i dirigenti si preoccupassero di verificare il lavoro svolto in classe. Molto più apprezzabile la mia collega che dalla prima alla terza media programma esercizi e verifiche differenti per tutti i ragazzi della classe e manda nei laboratori di attività manuali interi gruppi eterogenei oppure ci va lei stessa con tutta la classe perché crede che ogni ragazzo abbia qualcosa da esprimere e che non sempre riesca a dimostrarlo nella sua materia, la matematica. Nel corso degli anni di insegnamento, ho avuto modo di mettere in atto metodologie didattiche e strategie apprese nei corsi o attraverso letture e confronti, ho avuto anche modo di operare affidandomi al buon senso e alla creatività. Queste sono alcune considerazioni "sparse" su quello che ho imparato. L'insegnante di sostegno non è il titolare dell'integrazione. Non si può garantire il diritto all'educazione, all'istruzione, né tanto meno a un'integrazione scolastica e sociale, se non si coinvolge la comunità scolastica nella sua interezza: se i Collegi Docenti, i Consigli di Classe, il personale ATA, gli allievi tutti non si fanno carico di gestire l'accoglienza prima, la permanenza poi, lo spazio aula, i tempi e tutto quanto possa rendere efficace un intervento. I ragazzi possono essere a disagio sia dentro che fuori della classe. La socializzazione da sola non basta: l'inserimento al di fuori dell'apprendimento emargina ancora di più. Ogni allievo - anche con ritardo mentale - percepisce ciò che vale attraverso quello che gli altri gli rimandano. Occorre garantire degli apprendimenti, non importa in quale area e per quali abilità. A quell'età - e forse anche dopo - vali per ciò che sai: è necessario rendere visibili a se stessi e agli altri i progressi, altrimenti il senso di autoefficacia finisce letteralmente "sotto i tacchi". Tutto questo non si può garantire se manca un approccio sinergico e coerente da parte di tutti. Non dimentichiamo che il Piano Educativo Individualizzato è un atto collegiale al quale partecipano operatori sociosanitari e scolastici, gli Enti locali, l'extrascuola, la famiglia e rappresentanti delle associazioni dei disabili. Una buona prassi è appunto quella di far partecipare alle riunioni un esperto che può essere indicato dalla scuola e/o dalla famiglia e ricercato anche nelle associazioni (ad esempio, un familiare di un ragazzo con la stessa disabilità che abbia già affrontato un analogo percorso scolastico). Ancora una riflessione, non per contraddire la signora che scrive, ma per aprire un dibattito: la disabilità fisica, a scuola, è ancora più difficile da affrontare di quella psichica. Parlo di una disabilità motoria senza deficit cognitivi. I corsi di specializzazione, infatti, non affrontano tale problematica. Sul campo, gli insegnanti oscillano tra due atteggiamenti che qui estremizzo: E' normale intellettivamente, quindi può fare come gli altri. Quindi nessuno si preoccupa degli ausili o sussidi necessari, né di strutturare un orario ad hoc per quella classe, né di cercare un mezzo di trasporto adeguato per una gita, "tanto lui rimane a casa"... Oppure: Poverino, è malato, fa terapia, si stanca, non posso pretendere che faccia anche i compiti! Disturba? E' meglio che vada fuori con l'insegnante di sostegno... non posso mettergli una nota come agli altri... Poverino! Si arriva così alla fine dell'anno e si comincia ad avere il sospetto che abbia imparato poco, che abbia grosse lacune, e... "dove lo mandiamo dopo la terza media?". Non farà il meccanico, ma per uno studio più speculativo abbiamo ormai "perso il treno"; rimane il computer, ma anche con questo strumento ci siamo limitati a fare i giochini... Mi rendo conto di essere stata forse un po' brutale: la mia voleva essere una provocazione perché mi stanno a cuore i ragazzi - come penso anche a tutti i miei colleghi (che spero non me ne vogliano per questo sfogo) - e in particolare i bambini miodistrofici che hanno tutto il diritto di arrivare ad essere giovani autonomi, cioè capaci di pensare con la propria testa. La scuola ha tra le sue finalità quella di formare il cittadino e spero che si attrezzi sempre di più per rimanere quell'agenzia educativa nella quale molti di noi continuano ancora a credere. Mariangela Caroppo (Udine)
Articolo tratto da DM 145 - aprile 2002. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com |