|
Voci dalla Palestinadi Alberto Trevisan Palestina: momenti e fatti drammatici della storia contemporanea. Per i nostri lettori, il ricordo non può che andare al bel reportage di Alberto Trevisan, pubblicato in DM 137/138 (Un Paese nella valigia), con la visita ad un Centro riabilitativo, nel corso della quale erano state proprio le carrozzine a diventare un possibile "veicolo di dialogo", affiancando in un originale parallelo la ricerca della "Vita Indipendente" con la lotta per uno "Stato indipendente". Oggi - è quasi superfluo dirlo, vista la situazione - è stato molto più difficile, quasi improbo, riprendere i contatti con quel Centro. Ma alla fine Alberto Trevisan ce l'ha fatta e fortunatamente le notizie sono in certa misura meno drammatiche di quello che temevamo. E' una testimonianza "vera e viva", che ha emozionato molto tutta la nostra redazione. (Stefano Borgato) Tutto tace in questa tarda serata di metà aprile quando, con grande emozione e sofferenza, cerco di riprendere un dialogo con gli amici di DM, iniziato nel maggio del 2000, dopo che l'anno precedente avevo avuto l'onore di essere invitato alle Manifestazioni Nazionali UILDM di Genova. Ho da poco sentito al telefono, dopo tanti giorni di inutili tentativi - proprio dalla sede nazionale UILDM di Padova - gli amici, i fratelli, le "carrozzine" del Centro arabo di riabilitazione di Bed Jala, a pochi passi da Betlemme. Il Centro splende di luce propria, o meglio di luce riflessa della bianca pietra di Palestina, dall'alto di una collina proprio di fronte a uno dei più grandi insediamenti israeliani, Gilo, da dove sono iniziati gli scontri di questa tragica guerra. Si riesce a vedere il Convento a fianco della Chiesa della Natività a Betlemme, dove, mentre scrivo, da oltre quindici giorni frati, palestinesi armati e non, ammalati e feriti, ormai senza cibo, acqua e luce, cercano di risolvere una situazione che tiene con il fiato sospeso tutto il mondo, milioni di credenti di diverse religioni. Se non fossi riuscito a sentire le voci degli amici del Centro di Bed Jala, assieme a Stefano della redazione di DM avevamo ipotizzato un'intervista "ideale": è molto bello, è un segno importante e non casuale che questa intervista, qui di seguito riportata, possa essere invece il frutto vero dei "vissuti" dei nostri amici comuni. Avevo immaginato di salutare Padre Adib Zoomot, animatore del Centro, esprimendogli tutta la mia solidarietà e quella degli amici della UILDM, tanto ero preoccupato che il "suo" Centro fosse stato bersagliato dagli scontri, colpendo la struttura, chi vi opera, chi è ospitato: tutto ciò non è accaduto. Voglio quindi gridare la mia gioia e dire che il Centro è funzionante, non solo sempre bello, ma ancora più aggiornato, più qualificato per affrontare nuovi scenari: dispone di nuove sale operatorie, grazie a una collaborazione con l'ospedale San Raffaele di Milano, continua a curare pazienti gravi in coma (feriti della prima Intifada), i suoi ospiti sono ben seguiti, a cominciare dai bambini, e gli operatori, gran parte dei quali in carrozzina, svolgono regolarmente il loro lavoro. Non importa se le medicine scarseggiano, se le autoambulanze a fatica possono trasportare i feriti, non importa se due o tre ore di libertà dopo giorni di coprifuoco non permettono regolari rifornimenti di cibo o altro, non importa se solo oggi due ambulanze sono entrate a Betlemme, non importa se il forno dei Salesiani non può sfamare la popolazione civile in cerca di tutto, non importa se i vecchi e saggi palestinesi da soli in città deserte si incaricano di sfidare i tanks israeliani per procurare cibo ai figli e ai nipoti: questa è la triste realtà di ogni guerra, dovunque si svolga dove le parti in conflitto in maniera speculare raccolgono i corpi dei loro fratelli, tutti con le loro ragioni, tutti con gli stessi sogni, però difficilmente realizzabili, perché la storia ci dice che non ci sarà né una Grande Israele né tutta la Palestina solo per i palestinesi. Sono due popoli cugini, entrambi discendenti dal Padre Abramo, che da oltre cinquant'anni non trovano il modo di vivere accanto almeno come buoni vicini. "Una pace ancora bambina", come racconta il vecchio cronista del Medio Oriente Igor Man, ma che, malgrado tutto (Spes contra Spem: G. La Pira), alla fine diventerà adulta, cosicché i cugini potranno dimostrare al mondo intero come il Medio Oriente sia stato (e dovrà essere) il crocevia di storia e cultura dell'integrazione, del rispetto reciproco per la prospettiva di un futuro migliore per le nuove generazioni. Confesso che da giorni non riesco a vedere le immagini delle varie televisioni, di questi inviati che si improvvisano cronisti di guerra senza conoscere storia, radici e motivi del conflitto e forse quello che più è impressionante è il fatto che ciò che vediamo è solo una minima parte della dura realtà di distruzione, di pulizie etniche, di fosse comuni che da qualche anno ci siamo abituati a vedere anche alle porte di casa nostra, come durante il conflitto nei territori della ex Jugoslavia. Ma non ho rinunciato a leggere, a informarmi, a sentire direttamente le voci e i vissuti dei protagonisti, quindi anche a informare. Ecco la voce di Suor Pasqualina, sarda di Torralba, da anni a Bed Jala, che ci chiede di pregare, che crede al miracolo, dato che il Centro non è stato toccato, oppure la voce di un volontario dell'Ospedale San Raffaele, che da più di un mese non riesce neppure a visitare la Chiesa della Natività, o ancora la voce tremula di una volontaria australiana ferita durante una manifestazione a mani nude di fronte ad una tanks israeliana, centrata all'addome da un giovane soldato di leva israeliano, convinto di difendere il proprio Paese sparando contro una coetanea: tutti hanno bisogno di sentirvi vicini, con una telefonata, un messaggio, una E-mail, con piccoli ma costanti contributi, che hanno fatto di Bed Jala il più importante Centro di riabilitazione per il martoriato popolo palestinese. Penso che anche nel ricordo di amici come Milcovich e Bressanello, veri "padri fondatori", soprattutto per l'impegno e per le idee, possiamo con poco dare anche agli amici di Bed Jala la possibilità di realizzare quel bellissimo manifesto, sia etico che politico, della "Vita Indipendente", che come ho già ricordato a suo tempo ai lettori di DM, tanto mi è sembrato simile alla voglia di Indipendenza di un popolo che vuole costruire, a fianco di Israele, uno Stato libero e indipendente, lo Stato di Palestina, con capitale Gerusalemme Est. Gerusalemme, città simbolo delle tre più grandi religioni, non solo deve ancora essere "liberata", ma deve nascere "condivisa", pacifica e non violenta. La presenza a Bed Jala, presso il Centro di riabilitazione, di suore italiane (Pasqualina e Aldina), di una suora indiana (Matilde) e di altre sorelle argentine che nelle poche ore libere tornano al Centro per dare il cambio a chi da mesi vive una condizione di dura resistenza, sono la testimonianza che il diritto di cittadinanza universale ci accomuna tutti. A Bed Jala esso accomuna operatori e ospiti, il più delle volte tutti con le loro carrozzine che si muovono in un Centro a misura d'uomo, dove l'handicap rimane solo nelle menti di chi non vuol vedere, di chi crede esista solo una grigia normalità. I piccoli presepi scolpiti in miniatura nel legno di Palestina, l'ulivo simbolo della pace, i ricami di mani delicate, le protesi per i feriti, i nuovi ambulatori sono il frutto di un lavoro normale, di una vita normale, dove le carrozzine si notano solo per il colore giallo sgargiante con cui attraversano i corridoi del Centro. Stasera, quando ho chiuso la lunga conversazione che ho cercato di riportare in sintesi per ragioni di spazio, mi sono accorto che il cuore si era aperto, si era liberato di un triste presagio, dell'idea che il Centro - come tanti altri edifici - fosse sparito dalla collina di Bed Jala ed è stato in questo momento che ho sentito Voi lettori e gli Amici palestinesi sempre più vicini, stretti in un lungo e forte abbraccio fraterno. E le foto pubblicate due anni fa in DM sono già vecchie, perché il Centro è sempre più bello, ancora più splendente sulla collina che sovrasta Betlemme. Con questo mio breve racconto non ho voluto aggiungere una sola riga di inchiostro a ciò che oggi ci raccontano i media. "Carrozzine che lasci, carrozzine che ritrovi...": ho voluto rileggere il mio primo racconto di Bed Jala e non lo cambierei di una sola parola. Ora che l'ho ripreso posso aggiungere solo questo. Carrozzine che siete veicolo di dialogo, vi aspetto a Gerusalemme e, come dicono gli amici ebrei, "saliremo" insieme a Bed Jala, per realizzare la vera globalizzazione, quella dei diritti umani, dei popoli e non dei governi armati o delle bombe "umanitarie". A presto in pace, in terra di Palestina, in un Paese non più rinchiuso in una valigia, ma con le sue case, i suoi costumi, le sue tradizioni, con la sua libertà. Grazie.
Articolo tratto da DM 145 - aprile 2002. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com |