DM 145 Aprile 2002 Sociale Ricerca Opinioni Vita UILDM TeleThon Rubriche Miscellanea

 

Il prezzo del piacere

"Un parlamentare belga propone l'istituzione di un fondo di 620 euro mensili per consentire agli uomini disabili di visitare prostitute". E' la notizia che abbiamo letto in marzo, seguita da alcune dichiarazioni dello stesso parlamentare - che da dieci anni vive in carrozzina - il quale afferma: "Non è solo un'idea. Ho parlato con l'organizzazione di categoria delle prostitute e le ho trovate disponibili e molto interessate a trovare una soluzione al problema. Hanno anche proposto di fare degli sconti ai clienti disabili". Inevitabile il dibattito politico e le reazioni di segno diverso.

Sono temi che DM segue con attenzione da molto tempo: addirittura dal 1993, quando ci occupammo di una sentenza olandese di contenuto molto simile a questa proposta (DM 111: C'era una volta... una sentenza in Olanda). E oggi, come allora, ci sembra quasi logico dare spazio a due donne (una delle quali con problemi di disabilità) per riflettere sulla questione.

Senza tendere la mano

di Francesca Arcadu

La notizia non è esattamente inedita, la proposta avanzata da un parlamentare belga di istituire un fondo di 620 euro mensili per consentire agli uomini disabili di vivere la propria sessualità grazie all'aiuto delle prostitute sa di vecchio. Il fatto però che se ne parli e che l'argomento sia ancora oggetto di discussioni e confronti a più livelli, vorrà pur dire qualcosa...

Un tema senza dubbio difficile quello della sessualità, che investe la sfera del privato e, ancora, quella della moralità di tutti, persone disabili e non. Per questo, quando viene affrontato - in questo caso associandolo a soluzioni più o meno innovative - si rischia sempre di scontentare qualcuno, di invadere sfere altrui di pensiero, di etica, di moralità.

Disabilità e prostituzione sono un binomio spesso considerato come logica conseguenza di due fenomeni diversi. Il problema e la soluzione, la domanda e l'offerta... Troppo freddo, troppo elementare come ragionamento! Difficile giudicare la scelta di chi, per il proprio vissuto, i problemi, le paure, decide di vivere la sessualità a pagamento, ottenendo col danaro piacere e soddisfazione, appagamento il cui desiderio è assolutamente normale, fisiologico. Difficile immedesimarsi in chi vede questa soluzione come l'unico modo, senza alternative, in chi non riesce a trovare altre soluzioni, in chi le ha provate tutte o ha paura di provare ancora.

Io credo però, come donna disabile, che in tal senso non si possano e non si debbano fare differenze tra persone disabili e non. Quante persone cosiddette normodotate hanno difficoltà a vivere la propria sfera sessuale e affettiva in maniera serena, quanti non riescono a tirar fuori sentimenti, pulsioni, fantasie e desideri? Non credo all'equazione normodotato = appagato e per questo mi riesce difficile concepire una corsia preferenziale per il piacere esclusivamente a favore di coloro i cui problemi risultano più evidenti. Fondamentalmente perché non credo, per mia forma mentale, a un tipo di piacere "istituzionalizzato", finanziato, garantito...

Sarebbe troppo facile ottenere per legge ciò che tante persone senza disabilità non ottengono mai, solo perché la loro condizione di apparente normalità non gli consente di pretenderlo per legge, gli nega questo "diritto".

Non credo che in questa particolare sfera dell'essere possa essere utilizzato il criterio delle "quote riservate", delle azioni positive, che invece garantiscono alle persone disabili la possibilità - in virtù della loro condizione di svantaggio sociale - di trovare un impiego. La sessualità, l'affettività non possono essere garantite da una legge che nella sua proposta belga, peraltro, sembra non contemplare le donne o le persone omosessuali, nella comune logica che l'uomo, in quanto maschio, senta maggiormente il bisogno, la necessità di soddisfare i propri istinti... Loro, dove li lasciamo? Doppiamente penalizzati?

Già, mentre scrivo continuo a chiedermi se alla fine il mio punto di vista sia troppo drastico, forse poco democratico... Ma so, dentro di me, che nasce dalla profonda convinzione che ognuno di noi ha prima di tutto il dovere, prima che il diritto, di vivere la propria vita provando a emanciparsi dalla condizione fisica che rende in alcuni casi disabili (in tanti altri casi, invece, goffi, timidi, chiusi...). La convinzione che la disabilità non ci rende diversi nel bisogno di amare ed essere amati, che non ci dà il diritto di pretendere di amare ed essere amati e se questo poi non accade, di pretendere dei soldi dallo Stato per procurarci il sesso, l'appagamento, il piacere. Così facendo ci si rende ancora più diversi, si legalizza quella che troppo spesso è una convinzione di molti, che le persone disabili non possano vivere l'amore disinteressato...

Ciascuno di noi è libero di trovare la propria felicità nel modo che preferisce, che la vita gli consente, di trovare appagamento nei modi e con le persone che vuole, ma per favore, lasciateci ancora il piacere di farlo senza tendere la mano...

Ma è vera libertà?

di Simona Lancioni

La proposta del parlamentare belga induce ad una serie di riflessioni. La prima riguarda sicuramente la legittimità o meno della prostituzione. A tal proposito va osservato che il modo in cui le persone (uomini e donne) dispongono del proprio corpo rientra nelle libertà individuali di ciascuno*. Prostituirsi per scelta può sembrare un'opzione discutibile e di difficile comprensione, ma è una scelta che non lede i diritti di nessuno, è un atto volontario e, in quanto tale, va rispettato.

Gli studi sul fenomeno dimostrano però che la maggior parte delle persone che si prostituiscono non lo fanno per scelta, ma perché costrette (si pensi agli immigrati clandestini) o perché versanti in situazioni economiche e sociali tali da non consentire alternative. In queste situazioni (che, lo ripetiamo, sono le più frequenti) utilizzare la prostituzione significa collaborare a ledere i diritti delle persone deboli.

Davanti a queste considerazioni diventa quanto meno discutibile sostenere che lo svantaggio sociale, cui spesso sono costrette le persone disabili in materia sessuale, possa essere colmato calpestando i diritti di altre persone anch'esse socialmente deboli (sia pure per motivi diversi dalla disabilità).

Un'altra riflessione riguarda il diritto (sacrosanto) di ogni persona ad avere una sessualità libera e appagante. Siamo davvero sicuri che questa meta si possa raggiungere attraverso la prostituzione? Dubitare è lecito. In primo luogo solitamente il mercato della prostituzione tende a privilegiare i clienti maschi e a discriminare le donne (disabili e non). A questo poi si deve aggiungere la considerazione che se da un lato non vi sono motivi per dubitare che la prestazione di una prostituta sia sessualmente appagante, dall'altro lato si apre l'inquietante quesito sul fatto che questa espressione della sessualità possa realmente definirsi libera. Pagare per poter esprimere la propria sessualità corrisponde davvero alla nostra idea di sessualità libera? E, a un livello ancora più elevato, questo tipo di approccio si muove realmente in una direzione di integrazione, o invece contribuisce a rafforzare lo stereotipo secondo cui la sessualità delle persone disabili debba legittimamente cercare vie alternative a quelle consuete per potersi esprimere? Non è ghettizzazione questa?

Rimane comunque in piedi la convinzione che un approccio corretto alla sessualità non può contenere giudizi di valore (soprattutto se di condanna, quali quelli, ad esempio, propinati dalla Chiesa cattolica), ma di rispetto e di tolleranza, anche quando le scelte prese dagli altri sono molto distanti da quelle che, in analoghe situazioni, avremmo preso noi.

Forse, in alcuni casi, la prostituzione potrebbe essere una risposta, non necessariamente la risposta. Chi può dirlo? I soggetti interessati: persone disabili e prostitute (queste ultime volontariamente tali: naturalmente!). Non c'è alcun motivo di sentirsi "disturbati e minacciati" dai rapporti intercorrenti tra persone libere e consenzienti; ce ne sarebbero molti (di motivi) quando la volontà delle persone coinvolte è viziata dallo stato di necessità.

Una provocazione: è libera la volontà della persona disabile che sceglie di rivolgersi alla prostituzione perché convinta di non avere altri modi per esprimere la propria sessualità?

*Fatti salvi i limiti sanciti dall'art. 5 del Codice Civile che in materia di Atti di disposizione del proprio corpo recita così: "Gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica, o quando siano altrimenti contrari alla legge, all'ordine pubblico o al buon costume". E fatta salva, naturalmente, anche la disciplina giuridica sull'aborto, quella sui trapianti di organi e tessuti, quella sui trattamenti sanitari obbligatori, quella sull'eutanasia, quella sulla gestione giuridica del cadavere.

 

Articolo tratto da DM 145 - aprile 2002. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com

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