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Gialli politicamente (s)corretti!di Stefano Andreoli e Bruno Esposito Succede periodicamente che, in occasione dell'uscita di un film in cui vi sia un personaggio disabile, si riapra l'eterno dibattito sul "politicamente corretto". La rappresentazione di quel personaggio è rispettosa della dignità delle persone con handicap o ne costituisce un oltraggio? E' questo il metro di giudizio con cui, molto spesso, il mondo dell'associazionismo interviene a tutela dell'immagine degli handicappati. Tutti pazzi per Mary - un caso tra i tanti possibili - si è attirato ad esempio lo sdegno della Lega del Filo d'Oro, tramite il testimonial dell'associazione Renzo Arbore, in particolare per due sequenze: nella prima un gesto d'affetto del malcapitato Matt Dillon scatena involontariamente la violenta reazione di un ragazzo psicotico e piuttosto robusto (il fratello di Mary), costretto inoltre a subire anche le ire dei genitori del ragazzo, mentre nella seconda, un uomo in carrozzina si comporta da negriero sempre con il povero Matt Dillon, che sfatica come un mulo per trasportare a spalla i mobili del paraplegico. Ciò che può aver scandalizzato è che sia un normodotato a trovarsi in una posizione di svantaggio rispetto al disabile, vittima dell'iperprotezionismo di una coppia di genitori verso il loro figlio e delle angherie di un paraplegico. In altre parole si ritiene scorretto che la comicità prenda a bersaglio un soggetto già di per sé "debole", in quanto è moralmente deprecabile ridere delle disgrazie altrui. Dietro a questo tipo di polemiche c'è, a nostro avviso, l'incapacità (cosciente o meno) di distinguere il comico dallo "sfottò". "Sfottò" significa proprio sfottere, cioè ridere ad esempio di un disabile, semplicemente per i suoi difetti fisici, per via della gobba o (pensate ad uno spastico) per via del modo di muoversi e di parlare. Nel comico invece il riso non è concluso in se stesso, ma anche quando ha come oggetto un oppresso se ne serve per svelarci la radice della sua oppressione. Oppure per rimettere in discussione luoghi comuni consolidati. Il comico insomma è un discorso critico sulla realtà e sulla vita. "Esso esige, per produrre tutto il suo effetto - ha scritto il filosofo Henri Bergson - qualcosa come un'anestesia momentanea del cuore: si dirige alla pura intelligenza". Proprio per questo suo essere pensiero e non emozione, la (vera) comicità ha invece il merito di far riflettere lo spettatore e non certo quello di sfottere un soggetto debole. Gli esempi a dimostrazione di quanto detto si sprecano nella storia del cinema e ce ne sarebbe da riempire un'intera cineteca. Per una volta tanto, quindi, ci rivolgeremo alla televisione, e in particolare ai "gialli", intesi non come genere, ma nel senso del colore dei personaggi della famiglia Simpson, la sit-com a cartoni animati nata dalla matita di Matt Groening. La loro apparizione nel 1989 in prima serata sulla rete Fox del magnate Murdoch fu una vera e propria sfida ai grandi network americani e allo stile da sempre imperante nelle sit-com (pensate alla serie coeva trasmessa in quel periodo dalla NBC, I Robinson): la Famiglia Felice come specchio di un grande Paese libero in cui non c'è conflitto di classe o di razza che prima o poi non venga a comporsi, non c'è cittadino che prima o poi non abbia almeno un'opportunità di riuscire nella vita. Insomma l'illustrazione dell'american way of life, così come lo fu il cinema dei "telefoni bianchi" negli anni Trenta nel delineare un acritico italiano piccolo-borghese dedito solo alla casetta, alla mogliettina, a raggiungere le mille lire al mese e, proprio per questo, tacitamente ossequioso verso il regime fascista. Sin dal primo episodio, I Simpson azzerano le coordinate del telefilm, sia perché si presentano come un prodotto d'autore estremamente raffinato (l'animazione ha uno stile iperrealista con un uso vivacissimo dei colori, vi sono continue citazioni di film, i dialoghi sono secchi e taglienti ecc.), sia perché nella scelta dei contenuti e delle situazioni, mostrano con ironia corrosiva e grottesca il lato reale dell'american way of life. Non a caso, infatti, ogni volta che gli autori hanno toccato temi etici o sociali rilevanti, i "gialli" hanno suscitato polemiche a non finire tra gli ordini religiosi o i gruppi politici. Persino uno spettatore non qualunque come George W. Bush li ha citati in un suo recente discorso, incoraggiando i cittadini statunitensi a essere "più come i membri della famiglia Walton [i vicini di Homer & c.] che come quelli della famiglia Simpson". Perché dunque molti considerano dei "cattivi maestri" i Simpson (e la serie in generale)? Per rispondere a questa domanda (per ogni altro approfondimento rimandiamo al bel saggio di Pierluca Marchisio e Guido Michelone, I Simpson. L'allucinazione di una sit-com, edito da Castelvecchi) abbiamo selezionato alcuni episodi che trattano il tema della disabilità e che non potevano non avere per protagonista Homer. Homer, infatti, nonostante riesca talvolta a spiazzarci con gesti eroici, si caratterizza prevalentemente per aver fatto della pigrizia una filosofia di vita, i cui principi ispiratori sono la TV e la birra. E' innamorato della moglie e dei figli, ma capace di educarli con affermazioni del tipo: "figliolo, ci hai provato con tutte le tue forze e hai fallito miseramente, la lezione è non provare mai". Un concentrato di ingenuità e cinismo, di altruismo e di individualismo, difficile da inquadrare in una definizione univoca. Vediamo poi come Homer applica questa personale filosofia di vita all'handicap. Ausili 1. Homer vuole comprare una scimmia addestrata, in grado di compiere determinate operazioni per chi non è in grado di muoversi. Al commesso che gli chiede: "Signore posso chiederle in cosa lei è diversamente abile?", Homer risponde: "Oh, io non sono handicappato, sono solo un po' pigrino". "Signore, le scimmie sono solo per chi ha una menomazione fisica". Allora Homer va a prendere l'anziano padre, lo costringe a comprare la scimmietta e poi se ne va con l'animale, lasciando il padre fuori dal negozio. Ausili 2. Fattosi ricoverare nella casa di riposo del padre fingendosi un altro ospite, Homer vi si trova perfettamente a proprio agio. Nota subito le carrozzine e dice: "Hanno la sedia con le ruote e io sto qui ad usare le mie gambe!". In camera un vicino di letto moribondo è tenuto in vita con un respiratore; Homer, con la massima noncuranza, dopo aver chiesto all'infermiera a cosa serve quel macchinario, esclama: "E io che sto qui ad usare i miei polmoni!". Falsi invalidi. Alla vigilia di Natale, Homer e Margie vanno ai grandi magazzini a fare compere. Ovviamente i parcheggi sono tutti occupati; allora Homer parcheggia trasversalmente a tre posti auto riservati ai disabili e uscendo dalla macchina trascina una gamba fingendosi invalido. Veri invalidi. E' il fulcro dell'episodio intitolato Maxi Homer, interamente dedicato al tema della disabilità. Homer, stanco degli oneri di una vita da "sano" (svegliarsi presto la mattina, dover andare al lavoro, rimanere imbottigliati nel traffico, l'obbligo della ginnastica in fabbrica, ecc.), decide di ingrassare (è gia sulla buona strada) fino a 130 chili, la soglia di peso oltre la quale, venendo riconosciuto invalido, gli vien data la possibilità di lavorare da casa tramite il computer. Ottenuto il telelavoro, con tanto di pubblicità da parte dei giornali (tutta a favore del proprio datore di lavoro, Mr Burns), compito di Homer è controllare il livello di sicurezza della centrale nucleare di cui era già dipendente. Naturalmente Homer finisce per combinare il solito pasticcio, rischiando di far saltare in aria l'intera centrale. Riparerà all'incuria con un gesto eroico (tappando con la propria mole l'enorme bombola in procinto di scoppiare, rimanendone incastrato) e a Mr Burns che gli chiede di esprimere un desiderio dirà: "Voglio tornare magro!". In questo episodio Homer, dopo l'iniziale entusiasmo per i vantaggi che il telelavoro gli offre, sperimenta anche le discriminazioni della gente comune nei confronti dei disabili. La sua stazza non solo è oggetto di derisione (lo "sfottò"), ma anche di discriminazione: un gestore infatti gli impedisce di entrare nel proprio cinema, perché le poltrone non sono in grado di contenerla e le norme antincendio vietano di sedersi in corridoio. A scopo di riparazione, ma con sottile crudeltà, il gestore gli offre un bidone dell'immondizia di pop-corn, sdegnatamente rifiutato da Homer. Non abbiamo notizie certe in proposito, ma c'è da star sicuri che qualche associazione avrà protestato accusando gli autori di trattare in modo corrivo e irrispettoso i problemi della disabilità e, cosa ancor più grave, di farlo di fronte ad un pubblico composto non solo di adulti, ma anche di bambini e di adolescenti. Crediamo invece sia vero il contrario, come ha dimostrato Kris Jozatis, ricercatore della Stirling University in Scozia. Jozatis, valutando l'impatto sociale che i "gialli" possono avere a livello educativo, ha sottolineato che "i Simpson ogni volta che sollevano una polemica, in realtà hanno il merito di focalizzare l'attenzione dell'opinione pubblica su un problema etico e/o sociale rilevante". E il modo migliore per farlo, come bene hanno intuito gli autori, è quello del rovesciamento dei ruoli (Homer che vuole diventare disabile per fare meno fatica), quello di agire per "contrasto" (è questa una delle basi della comicità), portando alle estreme conseguenze una situazione apparentemente paradossale. Insomma, ancora una volta i Simpson dimostrano che anche nel caso dell'handicap e dell'invalidità, una risata non cambierà certo le cose, ma sicuramente contribuirà a renderle migliori.
Articolo tratto da DM 145 - aprile 2002. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com |