|
Rebecca ed iodi Gianni Minasso Rebecca ed io siamo nati nello stesso giorno. Naturalmente, pur essendo coetanei, non l'ho conosciuta subito, ma ho dovuto aspettare quasi diciotto anni per incontrarla. Sorrido all'idea di dover coniare un'espressione così ampollosa, riservata in genere agli amori cosiddetti "eterni", ma devo ammettere che mentre poppavo il latte materno, lei, in qualche modo, era già ben radicata dentro me. Anche se inattiva, fin da allora la sua presenza silenziosa aveva provveduto a modificare la traiettoria del mio tragitto terreno. Il nostro non è stato quindi uno di quegli amori precoci, teneri da ricordare, magari sbocciato sui banchi delle elementari e con una lunga sfilza di anni davanti. Eppure è come se un destino ineluttabile, al di sopra dei nostri stessi voleri, avesse cementato la nostra inscindibile unione. L'esordio del nostro idillio, poi, era stato abbastanza ordinario, simile alla gran parte degli amori che nascono e palpitano fra cielo e terra. Rebecca si era insinuata nella mia vita in modo anonimo, quasi nella forma di un episodio ininfluente. In seguito, passo passo, con un'evoluzione ben determinata e per certi versi implacabile, lei aveva incominciato a diventare sempre più importante. Le contingenze della sorte ci avevano spinto a frequentarci sempre più spesso, fino a che la sua ostinazione nell'accompagnarmi era sfociata nell'inevitabile fidanzamento ufficiale. Oggi non esistono le formalità di un tempo, ma ricordo ancora bene i frangenti di questo evento cruciale, capitato per caso all'interno di un ospedale. Mio padre e mia madre avevano assistito con stupore e sgomento alla ratifica del nostro imperituro legame: come quasi tutti i genitori del mondo, non vedevano di buon occhio la mia frequentazione con la nuova fidanzata e ovviamente avevano per me ben altre aspirazioni. Devo ammettere che da adolescente qual ero all'epoca, anch'io ho avuto un iniziale moto di ribellione verso questa "catena" che forze superiori alle mie stavano allacciandomi. Non ho un carattere malleabile: sono scontroso, poco incline alle tenerezze, soffro le costrizioni che minacciano la mia libertà; tant'è vero che anche in seguito avrei cercato qualche volta di ribellarmi, tuttavia senza alcun esito, visto la tempra della mia amante. Dopo un fidanzamento burrascoso, siamo giunti entrambi alla constatazione della reciproca necessità. Pur essendo per lei un cattivo soggetto, Rebecca smaniava se soltanto per qualche istante mi dimenticavo della sua esistenza, mentre io la portavo dentro di me come mai mi è capitato per null'altro. Ci siamo allora sposati e per noi mai sono state così vere le fatidiche parole, "sarete uniti nella buona e nella cattiva sorte, fino a che morte non vi separi". La sua possessività è sempre stata difficile da accettare. Per lungo tempo Rebecca è riuscita persino ad allontanarmi dai vecchi amici e dai parenti più stretti. Non parliamo poi delle donne: colleghe di lavoro, semplici amiche, conoscenze occasionali... per la sua divorante gelosia ogni gonnella rappresentava un potenziale pericolo che avrebbe potuto distaccarmi da lei. Dovevo essere suo e di nessun'altra. Per fortuna sono rientrato in me e dopo lunghi anni di vero e proprio isolamento sociale, sono stato in grado di ricostruire una rete di rapporti personali abbastanza soddisfacente. Rebecca ha modificato la mia indole, ha marchiato tutta la mia esistenza, mi è stata accanto nei pochi momenti entusiasmanti, come nelle tante depressioni. Alla pari di un saggio filosofo mi ha dato precise risposte ai tre quesiti fondamentali della vita: chi siamo, cosa facciamo, dove andiamo. E' stata una compagna fedele, quando invece io, se solo avessi potuto, l'avrei senz'altro tradita almeno qualche volta. Ma gli dèi avevano ormai deciso di portare a compimento questo loro oscuro progetto e pertanto ho chinato il capo e ho continuato ad obbedire a quanto era stato disposto. Siamo così invecchiati insieme, gli scontri sono sensibilmente diminuiti, e di questo bisogna rendere merito alla mia capacità di adattamento, oltre che alla sua costante presenza. Io non sono Richard Gere e nemmeno Rebecca, al contrario del suo innegabile fascino, è mai stata una top-model. Comunque mi sono pure abituato alla sua bruttezza, anzi ho persino incominciato ad apprezzarla proprio per questo motivo (realizzando così la prova d'amore che si esige da ogni buon partner e cioè amare l'altro per i suoi difetti e non per i suoi pregi). A causa di alcune sue imperfezioni di ordine genetico, non abbiamo avuto figli e quindi ci ha conquistato un certo qual egoismo: da una parte esistiamo noi due e dall'altra c'è tutto il resto del mondo. Non è bello, lo so. Ciò nonostante sono rassegnato così, a incanutire con lei e con tutti gli acciacchi che insorgeranno unitamente a lei. Sono sicuro che come siamo nati, moriremo insieme, io e Rebecca, come un unico individuo. Rebecca è la mia malattia, la distrofia muscolare!
Articolo tratto da DM 145 - aprile 2002. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com |