DM 145 Aprile 2002 Sociale Ricerca Opinioni Vita UILDM TeleThon Rubriche Miscellanea

 

La vera età dell'oro

di Oriella Orazi

Raccolgo l'invito alla discussione lanciato in DM 139, nella presentazione dell'articolo di Claudia Cantamessa La civiltà è altrove?, e cerco di evidenziare alcuni punti sui quali non mi sono trovata d'accordo.

Chiara - e forse anche diffusa - è l'idea che molto tempo fa, parlando magari di una società più diffusamente rurale, il disabile fosse più integrato, facendo riferimento al personaggio oleografico del simpatico "scemo del villaggio"... A parer mio, si tratta però di un'idea parziale e con tante buone premesse non attinenti al vissuto reale.

Non discuto l'esperienza concretamente riportata, riguardante la realtà africana dei nostri tempi e di come lì il disabile, se pur con pochissimi ausili o addirittura senza, riesca a vivere la propria integrazione. Certo, l'uomo ruandese, senza camminare e senza carrozzina, riesce comunque a spostarsi e a lavorare. E' probabile che in una realtà povera in cui si è costretti a misurarsi ogni giorno in un rapporto semplice e immediato con le cose si tenda a problematicizzare di meno ogni relazione e che quindi anche l'handicap venga reso meno problematico.

Trovo invece molto riduttiva l'analisi dei tempi "aurei" in cui il disabile veniva più facilmente integrato, perché il ritardato mentale aveva un posto ed era accolto e vissuto come parte integrante della collettività. D'accordo, questo sarà pur vero pensando che in una società più povera e semplice anche le relazioni sono più dirette e quindi meno mediate, però mi sembra - ripeto - molto riduttivo racchiudere e identificare tutte le sfumature dell'handicap e la sua conseguente accettazione e integrazione nel contesto sociale, facendo riferimento alla figura del simpatico "scemo del villaggio" che sì sarà stato guardato con occhio benevolo e al quale magari saranno state assegnate anche piccole mansioni, così da farlo sentire ed essere realmente parte integrante, ma non va dimenticato che era sempre la collettività a dare il posto, il suo posto, allo "scemo del villaggio" e questo, se così si può dire, poteva trovarsi contento e sentirsi accettato/integrato.

Ma se lo stesso disabile avesse "avanzato delle pretese", come sarebbe stato visto e percepito? Non va sottovalutato il fatto che cinquant'anni fa, o comunque in un passato neppure troppo remoto, il disabile veniva pacificamente "vissuto" da tutti e forse anche da se stesso, come un essere "nato" con un destino foriero di condanna ed espiativo (se per sé o per gli altri era poi da vedere) che lo vedeva già costretto a vivere come un essere "amputato", e non solo negli arti o per riduzione motoria, ma amputato nel suo diritto a vivere una qualche vita che assomigliasse a quella della normalità.

Ora si parla di diritto alla sessualità, alla bellezza, al piacere, giocato quest'ultimo sui vari piani, alla carriera... ma si può immaginare una donna disabile di cinquant'anni fa che pretendesse una propria vita sessuale con tutti i piaceri annessi e connessi di cui oggi con una certa disinvoltura anche tra i disabili si osa "pensare/pretendere"?

Sì, il disabile aveva un posto, ma il suo e da lì non esisteva neppure la possibilità che si emancipasse. E tutto ciò, del resto, era vissuto come qualcosa che il disabile stesso accettava, magari maledendo il destino tra i denti, magari guardando dalla finestra (quando poteva affacciarsi!) i rumori della vita vissuta dagli altri. Il disabile era "lo storpio" e come tale poteva e doveva vivere e si sa, tutto è pacifico quando i ruoli assegnati vengono passivamente accettati!

Personalmente, pur nel rispetto dell'opinione degli altri, trovo abbastanza inesatto o quanto meno parziale guardare al passato come a un tempo rassicurante in cui il disabile era integrato, se per integrazione intendiamo il diritto di vivere una vita piena come esseri dotati di corpo, pensieri, aspirazioni, volontà di affermazione di sé e non come pezzi di natura "venuta male" che la collettività ingloba nel proprio nucleo come qualcosa da accettare, ma con la quale non confrontarsi alla pari...

Il problema del riconoscimento dell'emarginazione del disabile è nato e sta crescendo proprio nella misura in cui lo stesso non accetta di essere visto come lo "scemo del villaggio", o l'essere venuto male che per riscattarsi trova gioia e modo di autodefinirsi e di essere accettato nei suoi viaggi a Lourdes... Ed è per questo, credo, che ognuno di noi, se pur in forme diverse, si ritrova a prendersela con una società che sembra non accettare il disabile perché non conforme a modelli canonici. Non è però la società che è diventata più selettiva o emarginante, è invece proprio il disabile che, acquisendo coscienza, mezzi e anche tecnologia, sta vivendo la stagione della propria "espansione" e della definizione di un sé che lo porta a volersi sempre di più persona intera tra le altre.

Lo scontro tra un limite effettivo connaturato nella disabilità stessa con il diritto-dovere e la voglia di vivere appieno la vita, giocandosela fino in fondo, con ogni chance possibile, non è di facile definizione. Credo che siamo solo all'inizio di questo percorso, ma di strada da fare ce n'è ancora molta e forse non si arriverà mai alla meta perché il gioco dell'affermarsi e dell'essere esclusi sarà sempre parte integrante della natura umana.

Ogni epoca ha prodotto in se stessa le proprie emarginazioni, se pur di segno e colore diverso tra di loro, e altre ce ne saranno, ma anche senza parlare di inesistenti formule "perfette" e magiche, pure io concludo come Claudia Cantamessa, quando dice che "per far sì che questo accada più velocemente, dobbiamo noi disabili per primi cambiare l'abito mentale", auspicando tempi migliori in cui l'integrazione sia una realtà sempre più diffusa. In questo senso reputo che un sorriso disarmi e ottenga più di un articolo di legge scritto, pur senza nulla togliere ai diritti conquistati e sanciti. I percorsi da seguire sono molteplici, senza che nessuno escluda l'altro...

 

Articolo tratto da DM 145 - aprile 2002. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com

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