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Il disabile, l'atleta, l'uomoIntervista a Soriano Ceccanti Un bell'articolo di Adriano Sofri pubblicato da "Panorama" un paio d'anni fa: questa la scintilla che ha catturato l'attenzione di DM. Il personaggio portato alla ribalta da Sofri era Soriano Ceccanti, un uomo ora nel pieno della sua maturità, solo un ragazzo sedicenne nel '68; un giovane che come molti suoi coetanei cercava di cambiare il mondo. Una manifestazione davanti alla Bussola, il famoso locale viareggino, la notte dell'ultimo dell'anno. La polizia che usa le armi da fuoco per riportare l'ordine. Soriano Ceccanti ferito gravemente, che si salva ma perde l'uso delle gambe. Quel ragazzo che diventa sì disabile, ma che poi approda al lavoro in una scuola, viene eletto più volte in Consiglio Comunale e si trasforma in sportivo praticante. Tutti aspetti stimolanti, l'ultimo addirittura affascinante perché Soriano ha saputo diventare uno sportivo di primissimo piano. Un'intervista non facile, però, innanzitutto perché sia chi scrive sia il personaggio intervistato avrebbero voluto incontrarsi per stabilire un dialogo meno superficiale di quello consentito dalla posta elettronica o dal telefono. Forse la disabilità di entrambi, che pone inevitabili vincoli (soprattutto quando ci sono di mezzo lunghi spostamenti), ha impedito l'incontro. Forse, più banalmente, evitando di cedere alla facile autocommiserazione come ci insegna Ceccanti, solo per gli impegni di entrambi. E un'intervista non facile anche perché le risposte di Soriano non sono mai di comodo e a volte possono prendere in contropiede. Ma dopotutto il contatto è stato instaurato e il carattere e lo spessore dell'uomo riescono a delinearsi con chiarezza ed estrema incisività. (Riccardo Rutigliano)
Non vedo da quale imbarazzo possa togliervi. Secondo le mie esperienze può risultare difficile anche il contrario e comunque non credo abbia senso vestirsi coi panni degli altri. Sei stato e sei attivo in diversi campi: dalla politica, al sociale, allo sport. Si può dire che la tua sia stata una vita caratterizzata dall'impegno? La mia vita è tuttora caratterizzata dall'impegno, in maniera minore (o meglio, diversa) rispetto a dieci-quindici anni fa. Adesso l'impegno principale ce l'ho con me stesso. Hai "incontrato" la disabilità in un momento particolare della storia del nostro Paese, quello della contestazione giovanile. Pensi che anche nei riguardi dell'handicap il Sessantotto abbia avuto delle ripercussioni? Certamente, le prime iniziative di gruppo a cui ho partecipato sono cominciate negli anni Settanta sulla questione degli istituti, delle barriere architettoniche, delle opportunità, dell'accessibilità. Il Sessantotto è stata una grande scintilla che ha "incendiato" anche situazioni deboli o emarginate.
Sicuramente le persone con disabilità - in generale - hanno acquisito una maggiore consapevolezza dei propri diritti: emancipazione, autodeterminazione, autonomia intellettuale (che poi sono i diritti fondamentali degli esseri umani), rivendicati e affermati con coraggio nel quotidiano, hanno costretto le istituzioni a prendersi le loro responsabilità. E' ancora forte, comunque, la tendenza delle istituzioni ad affrontare la questione handicap in maniera assistenziale anziché culturale. Che valore dai alla politica oggi e cosa pensi vedendo i giovani e le forze di polizia tornare a scontrarsi in maniera drammatica ad ogni grande vertice politico internazionale? La politica che ci trasmette la televisione non mi interessa più; vedo una grande maratona per omologarsi a questo modello di sviluppo, a questo standard di benessere, a questi livelli di consumi. Se, come io credo, un altro mondo è possibile e necessario, bisogna prima di tutto trovarlo dentro noi stessi, essere concretamente diversi, culturalmente e praticamente. Sicuramente sto dalla parte dei giovani - e dei vecchi - che si scontrano con le "forze dell'ordine" durante i vari vertici internazionali, ma mi domando: perché dobbiamo prendere le legnate? Perché dobbiamo perdere denti, occhi, braccia, gambe o morire per far sapere che non siamo d'accordo con la globalizzazione, con lo strangolamento economico dei Paesi poveri, con la devastazione delle risorse energetiche, con l'avvelenamento del cielo ecc. ecc. Forse dovremmo cominciare a parlare dei contenuti dell'"altro mondo possibile e necessario"!
Se per passione sportiva si intende la voglia di giocare, questa c'era anche prima. La passione per gareggiare in una disciplina sportiva, invece, è venuta dopo l'incidente. Ed è stata un mezzo, forse il più divertente, per affermare, semmai, la mia "diversità".
Subire un trauma spesso significa "rinascere", cioè cominciare a ricostruirsi, ricominciare (a volte, cominciare!) a usare e a sentire il proprio corpo. E praticare un'attività sportiva diventa una possibilità che fino ad allora non avevi considerato. In questo senso si può dire che la disabilità "aiuti". C'è poi da ricordare che spesso le persone si "traumatizzano" da grandicelli o addirittura da adulti. Infatti, bisognerebbe affrontare la questione (e fra le tante, anche quella della possibilità di praticare un'attività sportiva) dei bambini, o adolescenti, che hanno subito un trauma o che sono disabili dalla nascita. Hai vinto medaglie alle Paraolimpiadi di Seul, Barcellona, Atlanta e Sydney. Quali le differenze tra queste diverse esperienze e quale il ricordo più bello? Mi sono trovato "sparato" alle Paraolimpiadi di Seul fresco di scherma grazie alla pazienza e all'intelligenza del maestro Di Ciolo che mi ha "preparato" e alla fiducia che mi ha accordato il maestro Loi; sono entrato nel sogno all'inizio delle gare e mi sono svegliato alla fine. Nel frattempo ho (abbiamo) conquistato medaglie d'argento e di bronzo nell'individuale e a squadre; la fortuna dei principianti! Tornato a casa mi sono ripromesso di "stare sveglio" a Barcellona e ho cominciato a prepararmi da subito. Risultato: pur sempre discreto, ma una medaglia in meno. Le Paraolimpiadi delle occasioni perdute... A quel punto ero abbastanza esperto di gare, nelle quali la fortuna e la sfortuna hanno sì un ruolo, ma quello che conta è la preparazione, la sicurezza, la tranquillità, la determinazione. Quattro anni di intensa preparazione tecnica e psicofisica e ad Atlanta ci sono arrivato davvero vicino, all'oro, sia nell'individuale che a squadre; ma si vede che quest'oro... non s'aveva da prendere! Sydney. Sapevo che sarebbe stata l'ultima gara della mia carriera, che sarebbe stato difficilissimo arrivare in zona medaglie, sapevo anche di poter contare sulla mia esperienza e su una preparazione accurata. Ero perciò tranquillo e determinato, consapevole delle difficoltà, ma anche delle possibilità di successo. Poi è accaduto l'imprevedibile: un infortunio (capitano anche ai superman disabili!) durante un allenamento a Sydney, pochi giorni prima delle gare e quattro anni di lavoro, di speranze, di entusiasmo buttati al vento. Ho combattuto comunque la mia ultima "battaglia" (la prima come riserva nella squadra di spada), incoraggiando e spronando i miei compagni di squadra fino ad arrivare a conquistare il bronzo. Mi fa piacere pensare, consentitemelo, che i miei incitamenti appassionati abbiano contribuito ad arrivare sul podio. Nella tua carriera hai vinto anche un Campionato del Mondo. Ma una medaglia olimpica prevale su ogni altra conquista? Ogni medaglia conquistata merita uguale rispetto perché è frutto di fatica e di impegno; poi è chiaro che siccome le Olimpiadi sono l'evento sportivo più importante, gli allori conquistati in quelle occasioni assumono un significato speciale.
Non saprei. Fino ad ora tutte le discipline sportive praticate escludevano l'uso di mezzi elettrici. Lo spirito agonistico esalta il gesto compiuto dall'atleta; nell'epoca dell'elettronica, un gesto atletico può essere anche un distrofico che gioca a hockey guidando una carrozzina elettrica. Perché no?
Il problema è domandarsi perché non troviamo giovani disabili in giro, per le strade, in campagna, al mare, tra il pubblico in TV, alle manifestazioni, alle gite scolastiche... Il problema è questo, non se io ho dei consigli, che comunque non ho. I disabili che incontro in giro sono pochissimi. Se non si esce per la strada, non si fa sport, non si fa cultura, continuiamo a fare "un mondo a parte". Proprio quest'anno si stanno finalmente gettando le basi per una Federazione Internazionale di wheelchair-hockey, sport praticata in diciotto Nazioni e tre continenti. Sarà un sogno realizzabile arrivare un giorno alle Paraolimpiadi? Io ve lo auguro.
La tv trasmette le cose interessanti proprio ad orari "inumani", per cui dovremmo sentirci gratificati di non andare in onda in prima serata! Scherzo, ovviamente (ma solo per quanto riguarda il "sentirci gratificati..."). Dipende da molte cose, ma soprattutto dal livello culturale dei "padroni" delle televisioni e da quanto noi riusciremo ad essere visibili.
Articolo tratto da DM 145 - aprile 2002. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com |