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Le leggi e il valore della vitaEra quello che speravamo: il servizio curato da Stefano Andreoli in DM 143/144 (Vivere a tutti i costi), con il racconto della storia di Guglielmo Esposito, quarantunenne che dichiara di non voler più vivere una "vita senza futuro" e l'incontro con Enzo Catania (autore del libro Vivere a tutti i costi? Eutanasia, dilemma del terzo millennio), ha suscitato numerose reazioni, spesso di segno notevolmente diverso tra di loro. Una recente sentenza dell'Alta Corte Inglese e l'altrettanto recente approvazione della legge olandese sull'eutanasia non fanno altro che confermarci la stringente attualità e l'importanza di questo tema. Diamo quindi spazio ad alcune delle lettere giunte in redazione - una delle quali si rivolge direttamente a Guglielmo Esposito - e a un'ulteriore nota di Stefano Andreoli, che risponde e precisa. Ci vuole una legge! Ho letto con interesse l'articolo di DM Vivere a tutti i costi?) e vorrei dire la mia opinione. Premessa: come mai appena una persona esprime più o meno velatamente il desiderio di morire, viene (più oltre nell'articolo) definito "malato di depressione"? Quasi che solo un malato di depressione potesse desiderare di morire! Allora, dove va a finire la richiesta dei malati terminali olandesi? Mi chiedo come mai costoro non vengano definiti depressi e, di conseguenza, le loro richieste rigettate dai due medici che dovrebbero sottoscriverle, come è ben spiegato nell'articolo stesso. Possibile che i malati terminali, per poter chiedere l'eutanasia, debbano "non essere" in preda alla depressione? Come si può non essere in preda alla depressione quando si è malati terminali? Non è condizione per cui stare allegri, mi sembra. Non so insomma se riesco a spiegarmi bene, ma vedo in tutto ciò una contraddizione di fondo. Il Papa ovviamente deve fare il proprio "mestiere" e dire quel che dice, ma Guglielmo Esposito ha fatto bene a scrivere quella lettera aperta. Egli riceve la mia piena approvazione. Effettivamente la tanto vituperata legge olandese mette tali e tanti paletti (anche se in futuro - ne sono convinto - qualcuno di essi verrà tolto) che solo un "fanatico" potrebbe trovare qualcosa da ridire in merito. Sì, troppi paletti perché la condizione del Signor Esposito è tale - non ci si dimentichi che al di là della presunta depressione, egli soffre di sclerosi multipla, mica uno scherzo - che a molti parrebbe inutile continuare a vivere. Dipende dai casi. C'è chi in condizioni peggiori di Guglielmo vorrebbe continuare a vivere, c'è chi invece giudica inutile una tale vita. Chi siamo noi per giudicare? Di chi è la mia vita, dice il titolo di una nota pellicola cinematografica! Non nego che se le condizioni "esterne" del Signor Esposito migliorassero, egli potrebbe dimenticare l'idea dell'eutanasia, però rimarrebbe la tremenda sclerosi multipla. Aggiungo solo che sono pienamente d'accordo con le parole di Enzo Catania, ci vuole una leggi che regoli l'eutanasia. In fondo nessuno sarebbe obbligato a chiederla, così come nessuna donna è obbligata ad abortire. Il "testamento biologico" di cui si parla nell'articolo è un'idea eccellente. Riusciremo a renderla legge di Stato? In Italia, "patria" del Papa? Ne dubito, ma la speranza è l'ultima morire, è proprio il caso di dire. Antonio Garofalo La vita è bellissima... credimi Caro Guglielmo, permettimi di darti del tu, dal momento che anch'io faccio parte della "categoria" dei cosiddetti disabili e ti considero, anzitutto come persona, un carissimo amico. Anche se non ti conosco personalmente, mi sento in diritto d'incoraggiarti a camminare sulla strada della vita perché oltre al dolore essa sa riservare, a piene mani, momenti d'intensa gioia... E allora, perché chiedere al governo di legittimare l'eutanasia arrogandoti il diritto di perderli? Scusami ma proprio non riesco a capire questa tua scelta, soprattutto considerando il fatto che ti definisci un buon cristiano. Non mi permetto certo di giudicare il tuo modo di vivere la vita e in particolare la fede, ma dire che la tua vita sia solo un cumulo di sofferenze mi sembra francamente eccessivo. Perché ti dico questo? Perché in trentaquattro anni finora trascorsi in questo mondo, ho imparato che grazie a Dio tante persone nascono in perfetta salute, ma a volte la sprecano in esperienze di ogni tipo (sesso, droga, alcool, guida spericolata ecc. ecc.), magari frutto di delusioni di cosiddetto amore e, solo una volta in ospedale o bloccati a vita su quattro ruote, capiscono il valore di ciò che hanno perso. Perciò ti dico: la tua ragazza ti ha lasciato? Rilassati, ha solo dimostrato di non meritarti! Il tuo parroco non ti vuole aiutare ad entrare in chiesa? Dato che abiti a Napoli, scrivi al tuo arcivescovo, il cardinale Giordano, una lettera sulla falsariga di quella che ho inviato al mio vescovo, monsignor Mario Oliveri (pubblicata in DM 142 a pagina 10), ottenendo col suo aiuto l'abbattimento delle barriere all'ingresso della cattedrale di Albenga, la città dove abito. Egli aiuterà te e tante altre persone come te ad entrarvi perché... Dio è padre di tutti! Ti senti solo? Fatti degli amici che, conoscendo la tua situazione, ti aiutino a vivere nel modo più normale possibile. Torna ad esercitare l'ufficio di catechista (io l'ho esercitato per qualche anno e ci tornerei immediatamente!), testimoniando il tuo amore alla vita di fronte a bimbi e ragazzi che da te potrebbero imparare a vivere i loro problemi senza farne un dramma. Lo sai? A volte sono proprio loro ad incoraggiarti, facendoti scoprire di non aver mai smesso di essere utile. Per ribadire questo concetto curo, assieme ad alcuni amici, la realizzazione del periodico della UILDM di Albenga, il quale ha un titolo emblematico della nostra vera condizione: secondo me, infatti, non siamo né dobbiamo accettare di essere definiti "handicappati" o "disabili" ma, seguendo la definizione attribuitaci dal Papa il 3 dicembre 2000, definirci ed essere persone "diversamente abili". Questo il titolo del nostro giornale, questa la nostra missione: lottare con impegno contro l'indifferenza e l'emarginazione in ogni campo della vita sociale perché la vita sia più bella per tutti... anche per noi, ANCHE PER TE. Carlo Macciò Oltre agli interventi di Antonio Garofalo e Carlo Macciò, è giunto in redazione anche un messaggio di Luciano Rottigni che interviene indirettamente sulla questione dell'eutanasia rimandando ad un articolo apparso sul quotidiano "Avvenire" nel 2001, a firma di Marina Corradi. In tale scritto, intitolato Al capezzale della vita - I malati assistiti bene non chiedono di morire, la dottoressa Carla Ripamonti, responsabile del Day Hospital per le cure palliative dell'Istituto dei Tumori di Milano, fa alcune considerazioni sul problema dei malati terminali basandosi sulla propria esperienza diretta. Secondo la dottoressa Ripamonti, su quarantamila malati passati al Day Hospital nel giro di vent'anni, non più di quattro hanno chiesto l'eutanasia. La stragrande maggioranza desidera solamente essere aiutata a vivere dignitosamente fino all'ultimo istante. La malattia anzi, per contrasto, rende il paziente più attaccato alla vita. Ripamonti definisce inoltre l'eutanasia come "una tentazione dei sani" e quanto ai politici che conducono la battaglia sulla legalizzazione, chiede "se c'è maggiore carità cristiana nell'iniettare del potassio in vena, o nell'assistere ogni giorno un malato, fargli passare il dolore, starlo ad ascoltare e rispondergli, quando ti chiede quanto gli resta da vivere." Denuncia infine il grave ritardo dell'Italia nel campo della medicina palliativa, soprattutto a livello di strutture che consentano al malato terminale di essere adeguatamente assistito non solo dal punto vista farmacologico con antidolorifici, ma psicologico e morale. Con la conseguenza che ad approfittarne, sono terapeuti del dolore improvvisati, capaci di chiedere anche mezzo milione di lire per una ricetta di antidolorifici. Caro Luciano, spero che non si sorprenda se Le dico che sono d'accordo con le dichiarazioni della dottoressa Ripamonti. Nel mio articolo infatti ho scritto, introducendo la parte dedicata alla terapia del dolore e della medicina palliativa: "Il problema dei malati terminali non è però solamente quello di poter scegliere come e quando morire in modo dignitoso: è anche quello di vivere dignitosamente fino a quel momento." Essenziale dunque è la diffusione di centri come quello diretto dalla dottoressa Ripamonti proprio per non lasciare a se stessi e alle famiglie i pazienti terminali. Quello che non accetto, invece, è che si contrapponga l'eutanasia alla terapia del dolore, accusando chi è favorevole alla legalizzazione di voler sopprimere un paziente giudicato inguaribile. L'eutanasia non è una scorciatoia per togliere qualcuno dalle spese del Servizio Sanitario Nazionale, tanto è spacciato... Non è tanto meno indifferenza verso la vita altrui nel momento in cui essa mostra in tutta evidenza il limite estremo. E' semplicemente far scegliere l'individuo e rispettare le sue volontà da parte dello Stato, dei medici, dei familiari. Perché tutta questa ostilità verso una legge che regolamenti l'esercizio di un diritto? Nessuno è obbligato a "sottostare" a un diritto, determinate condizioni (e come sottolinea Garofalo, non certo permissive, secondo la legge olandese) vengono semmai poste nei confronti di chi quel diritto decide di esercitarlo. Anzi è proprio la mancanza di una legge, come ribadisce lo stesso Enzo Catania, che consente a gente senza scrupoli di speculare sul dolore altrui, come avveniva per l'aborto prima dell'entrata in vigore della Legge 194. Esemplare a questo proposito la sentenza del 22 marzo scorso dell'Alta Corte Inglese, presieduta dal giudice Elizabeth Buttler-Soss, che autorizza a staccare il ventilatore ad una paziente, Ms. B., affetta da un cavernoma intramidollare a causa del quale, nonostante il parziale successo di un intervento operatorio, è rimasta completamente paralizzata dal collo in giù, pur conservando la parola e il movimento della testa. Ms. B, dopo essersi sottoposta alle cure dei medici, chiede che le venga staccato il ventilatore, in quanto non accetta di intraprendere un trattamento che, oltre a non prevedere l'uso di antidolorifici, l'avrebbe molto probabilmente condotta a una morte lenta e dolorosa. L'Alta Corte, ammettendo che questo caso non verte su quale sia la cosa migliore per il paziente, ma sulla sua capacità mentale, riconosce a Ms. B. (questo il motivo del contenzioso fra la donna e l'ospedale) la piena capacità di decidere e di esprimere una propria volontà. La sentenza si conclude con queste parole: "I medici curanti e l'ospedale dovrebbero sempre tenere presente che un paziente gravemente disabile da un punto di vista fisico ma mentalmente capace ha lo stesso diritto di autonomia personale e di prendere decisioni di una persona capace di intendere e di volere". E se Ms. B. fosse invece in stato vegetativo permanente, come ad esempio Eluana Englaro, in coma irreversibile da nove anni e alimentata artificialmente? C'è più carità cristiana nel cercare di trovare una soluzione come ad esempio il testamento biologico, che lascia comunque a tutti, credenti e non, la massima libertà, o lasciare le cose come stanno? Rispondo così, pur non essendo il diretto destinatario della lettera aperta, anche a Carlo Macciò, al quale dico, nel pieno rispetto di una scelta di fede, che guardare costantemente con speranza la vita, accertarne la "croce", non può essere una ricetta valida per tutti e che comunque non dà risposte, come ho già detto prima, alla questione dei malati in stato vegetativo permanente. Infine riprendo la lettera di Antonio Garofalo al quale dico che, sì è vero, mi sono preso una libertà non dovuta, giudicando la volontà di Guglielmo Esposito come frutto di uno stato depressivo. Quanto meno avrei dovuto cercare di intervistare il diretto interessato, prima di trarre conclusioni affrettate. In ogni caso mi premeva sottolineare il confine netto che il legislatore olandese ha voluto tracciare tra casi di malattie inguaribili e dolorose, a fronte delle quali il medico può praticare l'eutanasia senza conseguenze penali, e qualsiasi altro caso non riconducibile a questo, per cui un medico che interrompe la vita di un altro paziente, anche su espressa richiesta del paziente medesimo, è punibile con il carcere. Potrà essere discutibile, però se una persona è affetta da una forma di sclerosi multipla pur non curabile, ma che non causa particolari sofferenze fisiche, secondo la legge olandese (a meno che io non l'abbia interpretata male) non può richiedere l'eutanasia ad un medico. E questo dimostra, lo dico anche a Rottigni e a Macciò, quanto sia ben poco permissiva tale legge, e su cui ovviamente si può come Lei non essere d'accordo. Infine, non credo che la mancata legalizzazione dell'eutanasia sia spiegabile solo con il fatto di avere il Vaticano "in casa". Se così fosse non ci sarebbero né la legge sul divorzio né quella sull'aborto (l'elenco potrebbe essere lungo, probabilmente nemmeno la Legge 180 sulla chiusura dei manicomi, gli asili nido che allontanano i figli dalla famiglia ecc.). Credo invece che alla base di questo fatto ci sia il carattere profondamente scaramantico dell'italiano (di quello che non prende posizione, come fanno invece Lei, Rottigni e Macciò), per cui ogniqualvolta che si parla di morte ci si comporta come degli struzzi. Anzi di più: alcuni, con l'indice e con il mignolo della mano alzati si toccano lì... (Stefano Andreoli)
Articolo tratto da DM 145 - aprile 2002. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com |