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Fisioterapia ed elettrostimolazionedi Gabriele Siciliano* Quali sono i significati e i risultati della stimolazione elettrica funzionale nelle malattie muscolari? Per parlarne è necessario innanzitutto sintetizzare come si manifesti, a livello molecolare, il processo distrofico nel tessuto muscolare. Dove vi sia carenza di distrofina, la cellula muscolare si indebolisce sotto l'effetto della sollecitazione contrattile (una stimolazione che avviene ogni volta che si compie un movimento). A fronte di questo indebolimento sta un meccanismo di compensazione parziale del danno messo in atto dal tessuto muscolare: alcune cellule vanno incontro a dei fenomeni di ipertrofia, aumentando cioè il proprio diametro e la forza. Vi sono inoltre nel muscolo scheletrico delle conseguenze estremamente dannose, quali la cicatrizzazione che comporta un danno nel "microcircolo", cioè nell'apporto di ossigeno alla cellula. E' importante a questo punto valutare le ricadute sul piano clinico e funzionale di questo danno molecolare e, connessi a tale aspetto, il ruolo e l'utilità che possono rivestire la fisioterapia e le tecniche di stimolazione elettrica. La prima conseguenza sul piano funzionale è la mancanza o la riduzione di forza muscolare, la seconda è la cosiddetta "fatica muscolare", ovvero un calo nella prestazione motoria. L'individuazione di queste ricadute permette di valutare l'applicabilità di determinate tecniche di riabilitazione motoria. In un quadro di malattie muscolari risulta ad esempio controindicato l'esercizio che tenda a sviluppare la potenza, in quanto esso accentua il rischio di danno meccanico delle fibre durante la contrazione. Viceversa, potrebbero dare effetti positivi esercizi definiti "di resistenza", che permettano di mantenere una certa attività del muscolo senza raggiungere i livelli massimi di esercizio fisico. A questo scopo è necessario individuare quale sia il livello critico al di sopra del quale l'esercizio può danneggiare le cellule e al di sotto del quale può, al contrario, apportare benefici alla funzionalità del muscolo, tenendo conto inoltre del fatto che il trattamento riabilitativo motorio coinvolge anche altre funzioni, come quella cardiocircolatoria e quella respiratoria. Per quanto riguarda invece la stimolazione elettrica, che riproduce uno stimolo fisiologico - il sistema neuromuscolare funziona infatti sulla base di principi di eccitabilità elettrica - essa può essere applicata in diversi modi, a seconda della patologia: molta attenzione va riservata alla durata dello stimolo, alla sua intensità e alla frequenza. La stimolazione può essere applicata al nervo che controlla l'attività del muscolo (nervo motore), oppure direttamente al muscolo scheletrico, ad esempio sul quadricipite (in questo caso, però, vi sono dei limiti riguardo all'intensità, in relazione alla soglia di dolore sopportabile), oppure ancora su strutture non contrattili, come i tendini (con effetti riflessi sul muscolo) o infine su strutture sottocutanee e, attraverso queste, sui recettori di sensibilità, fra i quali quelli del dolore: è questo il caso della Tens, cioè la stimolazione funzionale finalizzata al controllo del dolore nelle malattie neuromuscolari indotto da immobilizzazione, posture, retrazioni ecc. Attualmente i lavori disponibili sull'argomento sono ben pochi. In California, il gruppo di Miller tende a non applicare un trattamento riabilitativo nei soggetti con Duchenne, poiché questi attivano già spontaneamente tutti quei meccanismi che possono compensare il deficit di forza. Al contrario, per altre forme ci sono dei dati incoraggianti, che riguardano ad esempio il training di resistenza (anche se in questo caso bisognerà valutare con quale frequenza somministrare le sedute di trattamento riabilitativo, con quale durata, nonché i possibili effetti riguardo alla soglia dell'insorgenza di fatica). Inoltre, per forme come la distrofia di Becker o quelle dei cingoli, a decorso più lento, si è visto come la stimolazione elettrica "eccito-motoria" - finalizzata a stimolare il muscolo scheletrico - sia in grado di migliorare la forza, ma non la resistenza alla fatica. Altri studi sono in corso sulla distrofia miotonica o sulla facio-scapolo-omerale, forme dove la situazione è un po' più peculiare, in quanto al processo miopatico può associarsene uno neuropatico, con interessamento quindi anche del nervo motore. La prospettiva - oggi che si conoscono meglio le basi molecolari dell'adattamento muscolare in condizioni di malattia muscolare - è di studi estremamente controllati su casistiche ampie che possano permettere di definire sia il ruolo della stimolazione elettrica del tessuto muscolare sia la possibilità di modulare altre funzioni: questo anche grazie a tecniche molto sofisticate, come la risonanza magnetica spettroscopica, che consentono di valutare quanto il muscolo si affatichi. *Neurologo. Componente della Commissione Medico-Scientifica UILDM.
Articolo tratto da DM 146/147, numero doppio, Settembre/Dicembre 2002. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com |