|
Duchenne: i tentativi terapeuticiCi scrive un lettore: "Ho diciassette anni e sono affetto da distrofia di Duchenne. Tre anni fa sono stato operato ai tendini e all'anca e nonostante utilizzi la carrozzina quasi tutto il giorno, sono ancora in grado di camminare con i tutori. Potrò, nelle mie condizioni attuali, beneficiare di una possibile terapia derivante dalle cellule staminali?". "E' molto difficile, se non impossibile, rispondere a questa domanda - esordisce Angela Berardinelli, neuropsichiatra infantile dell'Istituto Mondino di Pavia, componente della Commissione Medico-Scientifica UILDM - poiché se in linea di massima si può logicamente supporre che un buon funzionamento o la miglior `conservazione' possibile della funzionalità motoria sia il presupposto per beneficiare di qualsiasi terapia, non si può prevedere se e quando le cellule staminali daranno realmente qualche beneficio applicabile. Ogni malattia progressiva, com'è noto (e come dice la sua stessa definizione) porta ad una compromissione via via crescente. Certo, vero è anche che le cellule staminali potrebbero consentire un recupero basato proprio su nuove cellule, e tuttavia nella distrofia di Duchenne molta importanza avrà anche la sostituzione fibrosa del tessuto muscolare e le conseguenti alterazioni vascolari. Bisogna quindi attendere, per capire innanzitutto quando la terapia con cellule staminali sarà disponibile e per sapere poi che cosa esattamente ci si potrà aspettare da essa". "Ma più in generale - ci scrive un altro lettore - si può fare un bilancio di quale sia lo stato attuale della ricerca per la distrofia di Duchenne?". "Com'è noto - risponde sempre Angela Berardinelli - non esistono purtroppo ancora terapie risolutive per la distrofia di Duchenne. Vale quindi la pena di riepilogare quali siano i vari tentativi terapeutici che sono stati fatti o che sono tuttora in corso. Lo steroide (cortisone) non è risolutivo. Esso può dare un miglioramento transitorio, nel senso di una riduzione del senso di fatica e di un obiettivo miglioramento dei tempi di esecuzione di alcuni passaggi posturali e della deambulazione. Ovvero: i bambini riescono a fare - in meno tempo e con minor fatica - alcune cose caratteristicamente compromesse dalla malattia, come salire le scale, camminare, alzarsi da terra e da una sedia senza braccioli ecc. Non tutti però rispondono alla terapia e l'eventuale risposta è comunque transitoria. Infatti, dopo una prima fase di miglioramento e un successivo plateau di durata variabile da caso a caso, la malattia riprende il proprio corso. Lo scopo è quindi quello di cercare di protrarre la deambulazione autonoma e il mantenimento della stazione eretta, cercando così di conservare l'espansibilità toracica e un corretto assetto della colonna vertebrale. Si tratta altresì di una terapia che richiede attenti monitoraggi, giacché sono ben noti i possibili effetti collaterali del cortisone. Si deve poi parlare della gentamicina, antibiotico della categoria degli aminoglicosidi, della quale era stata notata la capacità di restaurare la lettura corretta nel caso di geni con mutazioni puntiformi "di stop". Si era pensato quindi che in quella minoranza di pazienti Duchenne che vedevano la causa della malattia proprio in una mutazione "di stop" (poco meno del 5% dei casi), si potessero ottenere dei risultati. Tale tentativo era stato fatto inizialmente su dei topi mdx, con ripresa effettiva della sintesi di distrofina e tuttavia le dosi che si sarebbero dovute usare - fatti i debiti rapporti tra il topo e l'uomo - avrebbero sicuramente provocato grande tossicità. Gli aminoglicosidi, infatti, sono oto e nefrotossici, provocando sordità e insufficienza renale, in modo dose-dipendente. Non è lecito, perciò, vista l'assenza di risultati da un lato e la pericolosità del farmaco dall'altro, continuare la sperimentazione. Delle cellule staminali si è già detto in precedenza. Infine va segnalato come fosse in programma una sperimentazione con pentossifillina, sostanza normalmente usata per aiutare la circolazione cerebrale nell'anziano, che ha la capacità di inibire la fibrosi tessutale. Siccome nella distrofia di Duchenne il tessuto muscolare viene sostituito da tessuto fibroso e adiposo, si era pensato di provare se tale farmaco potesse inibire il processo, aiutando quindi a limitare i danni. Il progetto è sostanzialmente in fase ancora embrionale, ma si tratterebbe comunque di qualcosa che potrebbe agire sulla lunga distanza: ci vorrebbero cioè anni per verificare l'efficacia del trattamento".
Articolo tratto da DM 146/147, numero doppio, Settembre/Dicembre 2002. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com |