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La miopatia miotubulare

a cura di Angela Berardinelli

La miopatia miotubulare è una malattia muscolare ereditaria che fa parte del gruppo delle miopatie congenite. Il suo nome deriva dall'aspetto caratteristico delle fibre muscolari, che ricordano appunto i miotubi, cioè quelle cellule muscolari immature che normalmente si trovano nel feto tra le dodici e le venti settimane. Altro nome con il quale è stata indicata la patologia è quello di miopatia centronucleare, perché i nuclei sono centrali all'interno della cellula.

Esistono in realtà varie forme di miopatia miotubulare, differenti tra di loro per gravità clinica ed età d'esordio. La forma più severa esordisce in epoca perinatale o addirittura prenatale, mentre le altre forme si presentano più tardi, a varie età, e sono clinicamente più lievi. Una caratteristica che si riscontra nella gravidanza è il polidramnios, ovvero una quantità abnormemente elevata di liquido amniotico.

Nella forma ad esordio neonatale, i bambini presentano una grave ipotonia muscolare generalizzata, con difficoltà nella deglutizione e nella respirazione. Inoltre, a causa del coinvolgimento della muscolatura mimica facciale, il volto appare ipomimico, con la bocca "a V rovesciata", il palato è ogivale e spesso si osserva anche ptosi palpebrale (cioè abbassamento della palpebra).

Per descrivere in modo più accurato il quadro clinico, bisogna parlare delle varie forme.

Nei casi più gravi, la compromissione respiratoria può causare la morte nei primi giorni/mesi dopo la nascita. Si tratta di una forma X-linked, cioè trasmessa dalla madre sana al figlio maschio, che invece presenta la malattia. Il gene è in regione Xq27.3-q28 e codifica per la proteina denominata miotubularina. Esso è espresso ubiquitariamente (cioè in tutti i tessuti), con trascritti più brevi caratteristicamente espressi nel tessuto muscolare scheletrico e nei testicoli (nei casi che presentano delezioni più vaste si associano anche anomalie testicolari). Sono stati descritti molti tipi diversi di alterazione del gene, che correlano in modo vario con la severità del fenotipo. La proteina prodotta dal gene è presente in tutti i tessuti ed è localizzata a livello del nucleo delle cellule.

Al contrario, i casi più lievi di questa forma di miopatia miotubulare sopravvivono, sebbene la debolezza muscolare permanga anche in seguito e interessi pure gli arti superiori e inferiori (spesso distalmente), oltre alla muscolatura respiratoria.

Nei bambini che sopravvivono oltre il primo anno di vita, si associano spesso altri problemi quali la stenosi pilorica, la sferocitosi (particolare malattia delle emazia, cioè dei globuli rossi, che assumono appunto forma sferica - meno resistente a particolari stress - ciò che causa una forma di anemia emolitica, con aumento della bilirubina circolante), la formazione di calcoli renali, problemi epatici, la diatesi emorragica - che di solito risponde alla somministrazione di vitamina K - un accrescimento staturale molto rapido e un'età ossea superiore a quella cronologica. La debolezza muscolare è lentamente progressiva.

La forma autosomica recessiva, cioè non legata al sesso, ma presente sia nei maschi che nelle femmine, è più lieve. L'esordio è in età infantile, ma anche - meno frequentemente - in età giovane adulta. Il difetto di forza muscolare ha distribuzione prossimo-distale (cioè dai distretti più vicini al tronco a quelli più lontani) e coinvolge anche la muscolatura oculare estrinseca (ovvero con i bulbi oculari che hanno una limitata possibilità di movimento) e la muscolatura mimica facciale. I pazienti sopravvivono di solito a lungo.

Infine, la forma autosomica dominante (anch'essa non legata al sesso) è localizzata sul cromosoma 12, in regione 12q21 ed esordisce nella tarda infanzia o in età adulta, con difetto di forza muscolare, crampi, oftalmoplegia (coinvolgimento della muscolatura oculare estrinseca), debolezza facciale, scapole alate.

La diagnosi, sospettata in base ai dati clinici, si pone attraverso l'elettromiografia e soprattutto mediante la biopsia muscolare che presenta aspetti tipici. Non esiste terapia causale. Nei casi più gravi, d'accordo con i genitori, si possono programmare interventi volti a supportare la respirazione (tracheotomia) e la deglutizione. Nei casi più lievi sono importanti la fisioterapia e il monitoraggio periodico sia della funzionalità generale (eventuale necessità di corsetti per la scoliosi ecc.), sia di quella cardiaca e respiratoria. Inoltre, in un certo numero di pazienti si hanno crisi epilettiche, per cui anche questo aspetto va considerato. Si tratta comunque di crisi che in genere rispondono alla terapia.

Infine, il coinvolgimento della muscolatura palpebrale può richiedere l'applicazione di gocce che proteggano la cornea e in molti casi (specie gravi) si potrà avere stipsi e altro.

Naturalmente, come sempre, sarà necessaria la valutazione caso per caso.

 

Articolo tratto da DM 146/147, numero doppio, Settembre/Dicembre 2002. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com

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