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Mostra impegnata e più accessibile

Quest'anno DM ha "raddoppiato" la propria presenza di inviati alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, grazie alla disponibilità e all'attenzione di Nicola Schiavolin ed Elisabetta Gasparini. E questo ci consente di fornire ai lettori un quadro particolarmente ampio e dettagliato dei film presentati, ma anche di capire che dalla nostra prima presenza - alcuni anni fa - l'accessibilità dell'evento è certamente migliorata per molti aspetti.

Parecchie cose restano ancora da fare, ma la strada è stata aperta.

 

Una rassegna di buon livello
di Nicola Schiavolin

Dopo un anno di pausa, dovuto ad impegni "più importanti" (il nostro matrimonio), Marilena ed io siamo tornati come inviati di DM alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, giunta quest'anno alla cinquantanovesima edizione e caratterizzata dal fatto di essere stata organizzata in poco più di quattro mesi, dopo la sostituzione del direttore Barbera (che aveva presentato due ottime edizioni), con De Hadeln, direttore per ventidue anni del Festival di Berlino. Anche se in poco tempo, il nuovo responsabile è riuscito, vista anche la sua decennale esperienza, a mettere insieme un programma di tutto rispetto, con un livello medio dei film piuttosto buono.

Per quel che riguarda l'accessibilità, tra le cose positive da segnalare rispetto a due anni fa, una pedana per le carrozzine costruita all'Hotel Excelsior, che permette di accedere alla terrazza dove vengono effettuate le interviste ad attori e registi.

Ma veniamo ai film. Tra tutti quelli che ho visto, ha destato in me il maggior interesse e rimarrà per molto tempo impresso nella mia mente 11'09''01 (fuori concorso), nel quale undici grandi registi, provenienti da diversi continenti, raccontano in altrettanti cortometraggi di 11 minuti, 9 secondi e un fotogramma ciascuno, storie dedicate al terribile atto di terrorismo contro le Twin Towers di New York.

Quest'opera, nel suo complesso, non vuole esprimere un'ideologia politica o un giudizio su uno spaventoso evento che ha prodotto centinaia di vittime, ma i sentimenti, le emozioni, la memoria che esso ha provocato in Paesi lontani, e negli autori che quei Paesi rappresentano. Non è un film antiamericano - come da molte parti si è detto - ma pluralista. I proventi dell'opera saranno devoluti all'associazione umanitaria Handicap International.

Tra gli episodi che più mi hanno colpito, ricordo quello del regista americano Sean Penn, dove un vecchio solitario che vive in un buio appartamento nel ricordo della moglie morta, la mattina dell'undici settembre viene svegliato da un raggio di sole. Per lui il crollo delle torri rappresenta quindi il "miracolo" che fa fiorire la sua piantina di rose.

L'inglese Ken Loach ricorda poi, con immagini d'epoca, un altro 11 settembre tragico, quello del 1973, quando gli americani di Kissinger e della CIA decisero che il governo di sinistra eletto dal popolo cileno non conveniva loro e appoggiarono il golpe di Pinochet, l'assassinio del presidente Allende e di altre trentamila persone. L'esule cileno che scrive può piangere le proprie vittime, allo stesso modo in cui i congiunti dei morti del World Trade Center possono piangere i propri cari uccisi dai terroristi.

Tutti "dagli occhi dei bambini" sono i due lavori della regista iraniana Samira Makhmalbaf, che si chiede cos'abbia potuto rappresentare quel crollo spaventoso per i piccoli afgani impegnati a costruire col fango un rifugio contro i bombardamenti americani e che non riescono a capire cosa sia un grattacielo, e del regista africano Idrissa Ouedraogo (del Burkina Faso), in cui un gruppo di bambini del suo paese, credendo di aver individuato Bin Laden nella folla del proprio villaggio, immagina come potrebbero essere utilizzati i soldi della cospicua taglia (utilissima per combattere AIDS, malaria e meningite nella loro terra e per acquistare libri e quaderni per la scuola). Poi, vistosi fuggire il presunto Bin Laden, essi decidono di rapire il presidente americano Bush in visita nel proprio Paese e di chiedere un riscatto.

Gli altri episodi ricordano le tante tragedie del mondo dimenticate dai media, cancellate dalle immagini della tragedia delle Torri Gemelle che ha monopolizzato l'informazione, soprattutto in TV.

Tra i film in concorso, da segnalare The Tracker, del regista australiano De Heer, un western che mette a nudo il razzismo della colonizzazione occidentale contro le popolazioni aborigene, interpretato dal più noto attore aborigeno affermatosi sin dagli anni Settanta: David Gulpilil. Poi Velocità massima del debuttante Daniele Vicari, che racconta la storia di un meccanico (l'attore Valerio Mastandrea), che avvia la propria officina con qualche assegno in bianco e di un ragazzo di sedici anni (interpretato dal giovane Cristiano Morroni, interessante attore che ricorda i personaggi dei fratelli Citti nei film di Pasolini), il cui problema è quello di tantissimi come lui: non valere niente e non avere un futuro. Egli riesce però a far volare e a far vincere la macchina del protagonista nelle corse clandestine. Il personaggio di Mastandrea è navigato, gioca da fratellone maggiore, protettivo e opportunista, l'altro è praticamente muto, diffidente e convinto che ci si possa fidare solo del motore di un auto e non delle persone. La gara finale per tenere l'officina aperta, nonostante i debiti, verrà vinta grazie al ragazzo, ma non quella per guadagnarne la fiducia o addirittura l'amicizia.

Il film ricorda una delle opere di Pasolini con i personaggi che parlano in romanesco e l'ambientazione nelle borgate alla periferia di Roma. Esso mette in luce, anche in modo ironico e divertente, le difficoltà dei giovani d'oggi che esibiscono con "quieta rabbia" il diritto ad aspettarsi qualcosa dal mondo e dalla vita.

Molto emozionante, nella categoria "Nuovi Territori", Afghan Children, di Mehrdad Talebnia Farid, che porta la cinepresa nella comunità di profughi afgani stanziati in Iran, per capire se i bambini vadano a scuola. In questo breve viaggio lo accompagna una maestra che, tra mille difficoltà, fa lezione per qualche giorno alla settimana in una piccola stanza. La vediamo in classe, tra i bambini, in un clima molto rilassato, ma la padrona dell'edificio ben presto pone degli ostacoli. Quando, verso la fine del film, l'insegnante è costretta ad annunciare che quella sarà la loro ultima lezione, una bambina piange. Regista e maestra, fuori dalla classe, entrano nelle case e nei luoghi di lavoro, per parlare con bambini e genitori. Padri e madri dicono: la retta per l'iscrizione è troppo alta, le famiglie sono numerose, i figli piccoli o li nutri o li mandi a scuola. I fanciulli, da parte loro, fanno qualche lavoretto (costruire catenine, raccogliere rifiuti), per portare a casa qualche spicciolo. Ma se gli chiedi "cosa farai da grande", quasi tutti ti rispondono: "Il dottore!".

Apparteneva alla categoria "Controcorrente" il film scandalo della Mostra Ken Park, una pellicola esplicita - come ha dichiarato il suo stesso regista Larry Clark - che mostra tutto senza preoccuparsi di alcuna forma di censura. E' un film molto crudo e forte che mostra la gioventù americana senza alcun falso pudore e la mette in scena per quello che è nella realtà ben definita di una piccola località della California. Anche nella sua drammaticità (suicidi, omicidi, violenze), il regista vede comunque un futuro per questi "ragazzi fuori". Infatti, nell'ultima scena del film, dove i tre ragazzi protagonisti (due ragazzi e una ragazza) si trovano insieme e fanno sesso, c'è una sorta di rilascio delle emozioni, una liberazione, una via verso il futuro, verso una nuova armonia, verso una forma di libertà.

Da segnalare che il Leone d'Oro per il miglior film è andato a The Magdalene Sisters, dello scozzese Peter Mullan, che rappresenta un duro attacco all'integralismo religioso, raccontando la vita di un gruppo di ragazze rinchiuse in un istituto di correzione irlandese (l'ultimo è stato chiuso nel 1996), gestito da una congregazione religiosa di suore e delle violenze sia fisiche che psicologiche da esse subite.

Rispetto a due anni fa - visto che conoscevo già l'ambiente in cui muovermi - sono riuscito a vedere molti più film (sedici) appartenenti a più categorie. Ho apprezzato molto alcune opere inserite nelle categorie "Nuovi Territori" e "Controcorrente" che nella precedente edizione non ero riuscito a vedere.

Una Mostra, quindi, che nel complesso mi ha soddisfatto, sia per i temi che per i modi in cui questi sono stati trattati.

 

Anche sesso fra disabili!
di Elisabetta Gasparini

21 film e 9 cortometraggi in concorso nella rassegna principale "Venezia 59", 17 film fuori concorso, 18 in concorso in "Controcorrente", 5 eventi speciali, 19 lungometraggi e 63 cortometraggi nella rassegna "Nuovi Territori", retrospettive, 3 film "in omaggio a" e 8 per la "Settimana della Critica". Il tutto in undici giorni. Anche se avete molta resistenza, qualcosa si deve pur perdere. E io ho perso il film che ha poi vinto la Mostra, The Magdalene Sisters. Come cronista non valgo un granché, si potrà dire, ma senza sapere che poi avrebbe vinto il Leone d'Oro, non ne ero particolarmente attratta. Ho intervistato il maggior numero di amici possibile che hanno visto la pellicola - dedicata alle cosiddette "ragazze perdute" di un istituto di penitenza delle suore di Maria Maddalena - e devo dire che ho raccolto tiepidi consensi.

I conventi Magdalene in Irlanda erano gestiti dalle Sorelle della Misericordia per conto della Chiesa Cattolica. Essi ospitavano giovani mandate lì dalle famiglie o dagli orfanotrofi, imprigionate e costrette a lavorare per espiare i propri "peccati", come l'essere una madre nubile, troppo carina o troppo brutta, troppo semplice o troppo intelligente o vittima di uno stupro reso pubblico. La pena da scontare era illimitata: migliaia di donne vivevano e morivano lì dentro, sottoposte spesso a feroci umiliazioni. E' difficile dire se abbiano vinto i forti temi trattati o il film in sé, cinematograficamente parlando, pur essendo tutti concordi, critica e pubblico, che fosse fatto bene. E' certamente destinato a far discutere.

Un altro film in concorso dai temi molto forti è l'inglese Dirty Pretty Things di Stephen Frears, ambientato nella Londra di oggi, storia a metà tra il giallo e il film di denuncia, in parte fiaba in parte dura realtà, sull'immigrazione irregolare e l'espianto clandestino di organi. Bravi i protagonisti - nigeriano lui e turca lei - bello e ben fatto il film, da vedere.

Per non interrompere il filo delle proposte destinate a far discutere e riflettere, un anno dopo il crollo delle Twin Towers è stato presentato a Venezia fuori concorso 11'09''01. Oltre a segnare la data dell'evento, il titolo richiama anche il tempo assegnato ad ognuno degli undici registi per raccontarlo: l'iraniana Samira Makhmalbaf, il francese Claude Lelouch, l'egiziano Youssef Chahine, il bosniaco Danis Tanovic, dal Burkina Faso Idrissa Ouedraogo, l'inglese Ken Loach, il messicano Alejandro Gonzalez Inarritu, l'israeliano Amos Gitai, l'indiana Mira Nair, il giapponese Shoei Imamura e infine l'americano Sean Penn.

Liberi di affrontare l'argomento, essi hanno dato vita ad episodi diversi per punti di vista, espressione e cultura, confronti che fanno sempre bene. Il più bello? A parer mio quello dell'africano Ouedraogo, dolce e comica risposta alla globalizzazione dell'informazione. Ma su questo evento si sofferma già ampiamente Nicola Schiavolin. Mi associo a lui anche nel consigliare l'australiano The Tracker, film molto piacevole, girato nella splendida riserva di Arkaroola.

Ora una rapida carrellata. Sarà ovviamente già in circuito la storia del sottomarino nucleare sovietico K-19 The Widowmaker (letteralmente "il fabbricante di vedove"!) di Kathryn Bigelow, con Harrison Ford e Liam Neeson, presentato fuori concorso. Come resistere a questi kolossal americani? Li si vede prima o poi, anche se questo - devo dire - delude un po'. Harrison Ford ci aveva abituato troppo bene!

E' forse esagerato, poi, andare fino al cinema per vedere Un viaggio chiamato amore di Michele Placido, anche se molto pubblicizzato e con un bravissimo Stefano Accorsi che a Venezia ha vinto il premio di miglior attore. Senza pretese, ma nuovo e originale Nha fala di Flora Gomes. Particolarissimo il giapponese Dolls, di Takeshi Kitano, tre storie raccontate secondo la forma di uno spettacolo di bambole Bunraku, interpretate da personaggi umani e legate dal filo rosso della morte. Un film durissimo, che va visto sul grande schermo perché è un capolavoro di immagini, un quadro dopo l'altro, un'opera della quale non si potranno scordare la fotografia, i paesaggi e i colori. Un elogio particolare, infine, al francese L'homme du train di Patrice Leconte, con Jean Rochefort e Johnny Hallyday, film piaciuto a tutti.

Per la "Settimana della Critica", carino l'iraniano Emtehan, sull'esame di ammissione delle donne in una università di Teheran. E anche una storia di disabilità, Oasis, del coreano Lee Chang-Dong che racconta di due ragazzi, lei Gong-Ju, persona con disabilità motoria, lui Hong Jong-Du, un po' ritardato, fondamentalmente gentile e sprovveduto. E' una storia d'amore, apparentemente impossibile, destabilizzante, scomoda, ma piena di umanità e di speranza, dolce e che ha ampiamente meritato il premio per la regia.

In breve la vicenda. Lui è appena uscito di prigione dove ha scontato la pena per l'accusa di aver ucciso, in stato di ubriachezza, un uomo. Lei è la figlia di quest'uomo. Lui va a trovare la famiglia della vittima, conosce Gong-Ju, ne è attratto, torna a trovarla, le porta dei fiori, la corteggia. Ma non si trattiene e tenta di stuprarla, lei sviene, lui la fa rinvenire, scappa e si pente. Inizia una storia d'amore, ricambiata, consenziente, piena di attenzioni e di tenerezze. E anche di sesso (grande scalpore sui giornali: sesso fra disabili!). I parenti di lei non capiscono, li sorprendono e denunciano Jong-Du per violenza e per lui si ripropone la prigione. Al commissariato, in una scena magistralmente interpretata, Gong-Ju tenta di difenderlo, ma non riesce ad esprimersi in modo chiaro, balbetta, è scoordinata nei movimenti e nella parola e loro pensano che sia a causa dello choc subito. Altro non dico: chissà se girerà nei cinema d'essai!

Concludo con il film documentario, tra gli eventi speciali, Clown in Kabul, storia vera della missione di ventuno medici provenienti da tutto il mondo, recatisi in Afghanistan vestiti da clown a portare la loro opera, cibo, aiuti e soprattutto un sorriso all'interno degli ospedali, per le strade, nei mercati, nelle scuole. L'artefice di questa missione è il medico Patch Adams, eccezionale personaggio, collaboratore e amico di Gino Strada. Entrambi erano presenti in sala, insieme a parecchi dei clown e dire che è stato emozionante è dir poco. Per quanto possa sembrare ovvio, non si può non pensare che di persone così al mondo ce ne vorrebbero di più, molte di più.

Sull'accessibilità vorrei aggiungere qualcosa rispetto a quanto detto da Nicola. Entrare alla Mostra è comunque facile, con quella sorta di "soluzioni all'italiana" di cui scrivevo già nel 2001, magari entrando dall'uscita, e grazie alla gentilezza del personale. Come UILDM di Venezia, e in quanto residente al Lido, quest'anno mi è stato chiesto di far pervenire alla direzione della Biennale delle osservazioni, cosa che ho fatto e che rifarò certamente il prossimo anno. I rilievi riguardavano i percorsi di accesso alle sale e le loro speriamo future segnalazioni; gli accompagnatori - ottimo risultato quest'anno - con pass oltre che gratuito anche non nominativo e quindi non vincolato ad una particolare persona; i bagni, che sono due all'interno degli edifici e due prefabbricati esterni, situazione sostenibile ma da migliorare; le biglietterie, finalmente non più in cima a dei gradini; ed infine i parcheggi, vera nota dolente, che non ci sono affatto perché sembra impossibile riuscire ad accordare le parti: a chi competono? All'organizzazione della Biennale o alla Polizia Municipale?

In compenso funziona perfettamente il servizio di sicurezza! Infatti, una sera in cui sono entrata in sala, mi sono trasferita su una poltrona chiudendo la carrozzina e tenendola vicina a me. Zelantissimi me l'hanno portata via loro, in luogo sicuro, affinché in caso di incendio o altro non intralciasse il passaggio della gente in fuga. Io invece avrei poi raccontato in questo articolo i particolari dell'incendio, vissuti "in prima linea"... forse!

 

Articolo tratto da DM 146/147, numero doppio, Settembre/Dicembre 2002. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com

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