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Un salotto galleggia al sole

di Giovanna Maria Grazian

Ho trascorso due settimane anche quest'anno a Grado, all'Istituto "Barellai", ma anche questa volta tante sono state le esperienze nuove, le giornate intense, gli incontri con persone che mi hanno costretto a riflettere a lungo.

"Vieni con noi al mare oggi pomeriggio?", mi dice Gabriella, la mia dirimpettaia di stanza, il giorno dopo l'arrivo. L'ho sentita amica da subito, fin dalle prime battute, appena arrivata in camera dopo le presentazioni. E poi l'ho ammirata per il coraggio nell'affrontare un viaggio così lungo da sola, con tutti i suoi limiti... Mi racconta della sua passione: giocatrice di calcetto da tavolo a livello professionistico.

La giornata è estiva e mi decido a raggiungere la spiaggia, per conoscere altre persone. La comitiva è piazzata vicino al mare, a pochi passi dalla battigia. C'è la bassa marea per cui il tratto da fare per arrivare all'acqua al ginocchio è lungo; i lettini gialli provvisti dell'alzatina per riparare il viso, gli ombrelloni anch'essi gialli. Siamo sull'alto mare Adriatico e la località è denominata "Isola del sole".

Scorgo Gabriella, con la sua voce allegra, appostata dentro al mare, a cento metri dalla riva, su una sedia "speciale", con il viso rivolto ad ovest a catturare tutto il sole. Le chiedo se trova differenza tra il suo sole siciliano - in special modo quello di Agrigento - e il nostro. "Sempre sole è", mi risponde con una risata scrosciante. Insisto facendole notare che io ho trovato una grande differenza di intensità: la forza del sole del primo mattino in Sicilia è paragonabile alla nostra del primo pomeriggio. "Su questo sono d'accordo", mi dice.

Lei è lì in ammollo, pacifica, mentre l'acqua le accarezza le gambe, procurandole un massaggio benefico e ritmato. Sembra ora inondata di sole e di schiuma marina, mentre una piacevole brezza le scompiglia i capelli neri portati a caschetto, con la frangia sulla fronte. Dice soltanto: "Parlate in lingua che non afferro tutti i dialetti dei vari paesi". Ma a parte il triestino, che è molto simile al veneto, il friulano non lo capisco neppure io! L'abbiamo adesso raggiunta in tre e ci disponiamo facendo un vero e proprio cerchio di "comari", un esclusivo salotto galleggiante, ricevendo spruzzi abbondanti da tutte le parti.

"La brezza proviene da Trieste", dice Renata, "forse domani ci sarà la bora". Gabriella ci chiede che cos'è. "E' un vento molto forte, capace di spazzare via tutto", risponde Luciana di Gorizia. "Anche qui alle volte appare all'improvviso, la sabbia si alza tutta in un baleno, creando dei vortici a mulinello. Proprio ieri è accaduto e tutti sono scappati via", ci racconta, cercando di non allarmarci più di tanto.

Osserviamo una decina di piccole barche a vela poco distanti, più al largo. "E' la scuola di vela, tutti i pomeriggi di bonaccia si allenano", dice Adriana. "L'ho fatta anch'io un'estate, un mese di lezioni teoriche e pratiche. E' stato molto interessante, ho capito come si comporta il mare, con le varie condizioni atmosferiche: mare calmo, mare mosso o molto mosso; la forza dei venti da uno a nove con le onde alte una decina di metri; capire il tipo di vento: bora, tramontana, libeccio, maestrale e cosi via. Con un brandello di calza di nylon in cima all'albero della vela, si capisce meglio da dove proviene il vento". Penso a quante cose dovrei ancora imparare...

"C'era un istruttore - prosegue - appaiato a fianco della mia barchetta provvista dì un'incurvatura tale che diveniva quasi impossibile l'affondamento; naturalmente avevamo i giubbotti salvagente indossati. E tutti i partecipanti dimenticavano i loro problemi".

Un gruppo di gabbiani sorvola ora il salotto galleggiante, uno si abbassa sfiorando l'acqua a pelo, quasi a voler intromettersi nella discussione animata, forse è geloso della nostra immediata, amichevole compagnia. Io sono l'ultima arrivata e mi stupisco della bracciata a nuoto, poderosa, ampia, di Oliviero, il "fusto tosto" del gruppo e di sua moglie Neva, bionda Venere dalla battuta pronta e genuina. A sentirli dialogare sembra di essere davanti al video: le macchiette umoristiche di Raimondo e Sandra. Anzi, questi sono più divertenti, si beccano con piglio deciso, ritornano a ridere e a godersi il sole. Hanno un'abbronzatura diffusa, iniziano a maggio e terminano ad ottobre, fanno il bagno tutti i giorni di bel tempo a Trieste, dove vivono. "Forse - mi dico - la loro forza di carattere la traggono proprio dal sole e dall'acqua. Non può essere che così".

Ora usciamo tutti assieme dal mare, accompagnate da Attilio e Fabio, i nostri angeli custodi. Vicino alla canna della doccia nuda, senza cabina, riservata a noi, c'è il solito gabbiano ad aspettarci. Lui non ci abbandona, gironzola attorno a noi come un cane fedele, aspetta che gli apriamo il rivolo dell'acqua e se ne beve parecchia, a sazietà, avido e ingordo, ringraziandoci con saltelli e girotondi.

Si spinge un po' in là dove un bambino ha ultimato il suo castello di sabbia, con varie torrette abbellite da conchiglie e paletti di legno. Sembra complimentarsi del lavoro eseguito, poi ritorna fra i lettini gialli, per nulla intimorito dalla nostra presenza. Maryem, l'austriaca, toglie dalla borsa mezzo panino e il gabbiano lo ingoia subito, emettendo sillabe simili a parole umane. Il suo borbottare è un grazie sincero. Rimane a lungo, finché non ce ne andiamo, tenendoci buona compagnia. La malinconia non fa capolino né oggi né nei giorni che seguono; siamo in perfetta sintonia, tutti assieme. Si è stabilita una condivisione tacita, in pochissimo tempo. Peccato dover lasciare la spiaggia, il sole è ancora alto, se non fosse per la cena, rimarremmo ancora fino al suo lento scomparire.

Per tutti i giorni successivi, il gabbiano dal becco mutilato, a forma di forbice aperta, ha scelto la nostra compagnia, preferendoci agli altri. Lui ha capito di avere qualcosa in comune con noi.

Mentre le carrozzine spinte da Attilio, Fabio e Simona la bagnina - simpatici all'inverosimile - si avviano verso l'apposita pedana, lui - il gabbiano Jonathan - borbotta qualcosa, forse un arrivederci: all'anno prossimo.

Ripercorrendo con la mente le due settimane appena trascorse, mi accorgo di essere quasi arrivata a casa. Quasi tre ore d'assoluto silenzio: non volevo staccarmi dai ricordi, volevo imprimerli bene, fissarli nella mente...

Dal parabrezza scorgo il pallone di fuoco che mi ha tenuto compagnia per tutto il viaggio. Ora sta calando, la nuvola lo sta inghiottendo a poco a poco. La sua forza ha prodotto uno spettacolo mai visto: una serpentina di lampadine lungo il perimetro della nuvola. Sembra quasi il "Vesuvio a ghirigori", tutto incandescente. Si abbassa scomparendo quasi del tutto, ma riemerge più sotto. Si nota adesso un gran fuoco acceso a metà della nuvola, miriadi di braci simili ai lampi, mentre si dirama veloce il rossore, come se si fosse versata - con l'aggeggio dello zucchero a velo - polvere di papaveri dappertutto.

Laura, seduta dietro a me, esplode letteralmente: "Mamma, guarda il cielo!". E' una nuvola gigantesca che la forza del sole ha trasformato in sembianza di un monte illuminato da miriadi di lampadine. "Eccezionale - continua - mai visto uno spettacolo simile!".

"Non sono demente - penso - se lo vediamo tutte e due all'unisono". Come le due settimane appena trascorse. Con persone speciali, solari, sprizzanti energia, come il tramonto di questa sera, verso casa.

 

Articolo tratto da DM 146/147, numero doppio, Settembre/Dicembre 2002. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com

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