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L'unica vera alternativa

di Beatrice Filippi

Mai come in quest'epoca è stato possibile viaggiare con così tanta facilità, né mai più di ora è stato facile informarsi e conoscere. Pochi sono i luoghi ancora sperduti e incontaminati, tanto che il concetto di esplorazione si estende ad altri pianeti, all'ipotesi di altri mondi e di altre vite oltre alla nostra qui sulla terra.

E' bello poter sapere cosa sta accadendo in altre società e culture dove si vive in altro modo, dove la quotidianità è gravata e allietata da motivi ed eventi tanto diversi dai nostri. L'orizzonte si allarga e il cuore partecipa ad emozioni altrui. Viaggiando senza spostarci da casa, incollati ai nostri schermi, l'occasione è quella di fare nostro quanto più arriviamo a vedere e a conoscere.

Mi accorgo che anche il rapporto con le persone offre la stessa opportunità di allargamento di mente e cuore. E' un grande tesoro l'animo umano. Ed è un grande tesoro il nostro pianeta. Ma per potercene arricchire è necessario aprirci per fare entrare e poi assimilare e far nostro, come fosse cibo od ossigeno, l'elemento esterno, nuovo e diverso.

Non è facile. Il problema è quello dell'integrazione che è forse uno dei più grandi problemi anche a livello sociale. Se non riusciamo in questo, la conoscenza soddisfa solo la nostra curiosità e passiamo sempre più velocemente da una notizia all'altra, solo per non cadere nella noia o per sentirci al passo coi tempi, e viaggiare può diventare un semplice "spostarsi", cercando cibi conosciuti - perché ormai universali - e luoghi protetti - su misura per turisti - senza entrare realmente nel Paese straniero, evitando la diversità. Così il conoscere le persone può limitarsi alla condivisione di quello che già conosciamo o addirittura ad un uso strumentale e passeggero. Accettare le diversità è difficile e lo è a tutti i livelli.

Mi accorgo che la parola diversità su un giornale come questo potrebbe scontatamente risuonare in termini di malattia neuromuscolare e di tutto ciò che essa determina per chi ne è portatore. Credo sia giusto allora, proprio sulle pagine di questa ospitale rivista, sottolineare che l'accettazione della diversità è un problema molto più vasto, vissuto a tanti livelli e portatore di una malattia che non sarà la ricerca scientifica a debellare, ma l'apertura del nostro cuore e della nostra mente.

L'accettare e il convivere con ciò che è diverso e a cui non siamo abituati, che ci pare brutto o ingiusto, non è forse la più grande prova a cui ci sottopone questa sempre maggiore mancanza di frontiere? Fino a poco tempo fa era nostro il "moglie e buoi dei paesi tuoi" e questo balzo nell'universalità ci trova impreparati, tutti un po' razzisti, diffidenti e di palato difficile.

Credo poi che ci siano diversità più ostiche ancora da accettare: le nostre. Pochi sono esenti dal disagio di non piacersi, che sia per il brutto naso o per il caratteraccio. Viene immediato un pensiero: che non dipenda dalla mancanza della totale e profonda accettazione di noi stessi la difficoltà ad accettare gli altri, di diversa pelle, religione, morale, costume, aspetto fisico? Che non dipenda dalla nostra paura di essere limitati, fatti male e improponibili, il fatto di faticare ad accettare i limiti e i difetti degli altri?

La scienza medica ci aiuterà a eliminare le distrofie, lo speriamo tutti, il cancro e l'AIDS, ma se rimaniamo chiusi nel nostro mondo pieno di paure il benessere sarà passeggero. So per esperienza diretta che ogni dolore fisico e dell'anima può essere vissuto in modi diversi al di là del suo essere oggettivo. Non tutti quelli che perdono una persona cara soffrono allo stesso modo e non tutti quelli che non possono camminare se ne sentono limitati allo stesso modo. So che esiste la possibilità di fare nostra la sofferenza, questo nemico temuto e rifiutato, di assaggiare e digerire anche quello che da sempre conosciamo come oggettivo male e infine di integrarlo.

Bisogna stare attenti a non investire solo e tanto (quanto a denaro, tempo e aspettative) nella direzione della lotta alle malattie, come fossero entità cattive che ingiustamente piombano a rovinarci la vita, perché potremmo ritrovarci insoddisfatti, infelici e limitati anche senza, e potremmo non aver riconosciuto una possibilità di arricchimento imprevedibile.

Chiamo allora cura non quella di cui giudico gli effetti solo in base al miglioramento fisico o all'arresto della progressione di una malattia, ma quella che tenta di risanarci in un modo più completo, arrivando al nostro corpo passando per l'anima, la via più breve. Che può arrivare da un medico, ma anche da chiunque con capacità, dedizione e comprensione usi i propri strumenti terapeutici verso questa nuova medicina, quella dell'anima, che mira innanzitutto alla nostra armonia e integrità e non solo alla scomparsa di sintomi ed effetti che ci complicano la vita come stranieri indesiderati. Credo che questa sia la vera alternativa alla medicina come sempre abbiamo concepito.

Credo insomma che sia sempre più necessario occuparsi, con la stessa energia e dedizione che destiniamo alla ricerca scientifica, anche del terreno dove l'assenza di malattie (la distrofia, per esempio) sia davvero parte di un processo di guarigione e non solo l'illusione della nostra felicità.

 

Articolo tratto da DM 146/147, numero doppio, Settembre/Dicembre 2002. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com

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