|
Citazioni e mezze veritàCome potevamo prevedere - alla luce anche della particolare delicatezza dei temi trattati - sono state numerose le lettere ricevute in redazione dopo la pubblicazione delle "Opinioni" di DM 146/147 Punti fermi sull'eutanasia (http://www.uildm.org/dm/147/voci/09euta.htm), di Antonio Garofalo e Un Papa come loro (http://www.uildm.org/dm/147/voci/02paplan.htm), di Simona Lancioni. Ne abbiamo scelta una, particolarmente stimolante, scritta da Luciano Rottigni, alla quale - ben lungi dal "non pubblicarla" o dal "riassumerla", come teme il lettore - diamo spazio integralmente. Rispondono gli stessi autori dei precedenti articoli. Schiavi della chiacchiera? Mi sono soffermato, in DM 146/147, sugli articoli di Antonio Garofalo (Punti fermi sull'eutanasia) e di Simona Lancioni (Un Papa come loro). Non intendo qui confutare le tesi in se stesse dei due amici, ma ne approfitto per denunciare un fenomeno negativo che dilaga da decenni nei mezzi di comunicazione e nel comune modo di esprimersi, cioè la debolezza di ragionamento, il "politicamente corretto", il conformismo, quell'adagiarsi sul trito e ritrito, mutuato - più o meno acriticamente o inconsapevolmente - magari da mezze verità che sono più micidiali della menzogna pura e cruda. E queste non sono che alcune delle definizioni che si aprono alla mia mente, per restare lieve lieve. Avrei mille argomenti nel tentativo di far emergere quanto la realtà sia diversa e non catalogabile con la doxa semplicistica: anche l'opinione richiede senso critico e intelligenza; non a caso qualcuno scrisse: "Solo i pesci morti nuotano seguendo la corrente". Quello sulle mezze verità è un concetto che scoprii da solo, per cui mi fu facile ricordare in seguito una citazione del cardinale Silvano Piovanelli: "Le mezze verità ingannano più facilmente che le bugie tutte intere". Istruttive in proposito le tre tentazioni di Satana a Cristo in cui il "Padre della menzogna" cita quella che sa essere parola di Dio, appunto, decontestualizzandola e usandola su una persona che ritiene in un momento di debolezza. A partire dal venale: da oltre un anno in qua, per necessità, mi trovo in un contesto d'affari e la mia avversione per la chiacchiera mi ha già salvato da una catena di errori, cioè dal disastro: anche le opinioni, infatti, possono uccidere. Se premo il grilletto di un'arma che non so che è carica, l'effetto non cambia e al di là della mia buona fede posso ammazzare. Purtroppo siamo schiavi della chiacchiera, del "si dice" di cui ormai i mezzi di comunicazione sono spesso deleteri maestri. Non a caso Simona Lancioni cita Marco Politi dal quotidiano "la Repubblica" di cui potrei scodellare, documenti alla mano, tutto un florilegio di strafalcioni, inesattezze, luoghi comuni mai documentati ecc. ecc. Un solo esempio. Lascio stare Politi - non avendo immediata possibilità di documentarmi sul caso specifico - e passo a Galimberti che, sempre su "Repubblica" del 30 dicembre 2000, così esprimeva la sua opinione sui sette della Commissione Veronesi che non condividevano il parere degli altri diciotto sulla clonazione embrionale, in questi termini: "La posizione dei cattolici sul diritto alla vita dell'embrione umano sarebbe una conferma di quanto scrisse nel 1689 nella Lettera sulla tolleranza Locke, che cioè `i cattolici sono sudditi di uno Stato straniero' e come tali non sono tollerabili nei dibattiti politici". E questo sarebbe il top del concetto di libertà che passa "la Repubblica", nonché della capacità di argomentare civilmente? Di certo è esempio di quel tritume cult che fa scuola, purtroppo, con successo; di quel modo di ragionare supponente che elude la responsabilità di verificare la credibilità oggettiva, pago dell'opinione; questa sorta di dogmatismo laicista fatto di certezze autoreferenti che ci improvvisa tuttologi; questa pedissequità da clone cultural-ideologico che strapazza il senso logico pro opinione che va per la maggiore. Già il povero Socrate si trovò a dover bere la cicuta a causa dei benpensanti di Atene che praticavano il politicamente corretto, sbandieratori di libertà e tolleranza che, in sostanza, si sentono tranquilli e rispettati solo se tutti condividono il loro unico punto di vista! Ben a ragione Aldous Huxley negli anni Trenta affermava: "Far amare agli schiavi la propria schiavitù: ecco qual è il compito assegnato negli Stati totalitari ai ministeri della propaganda, ai capiredattori dei giornali e ai maestri". Certo, nel nostro contesto non si usano gli strumenti coercitivi dei sistemi totalitari, ma si appiccicano sugli uomini che non la pensano come i Maitre à pensée, lacché del potere (ideologico o culturale che domina) di turno, delle etichette inibitorie (metodo peraltro retrò e comune ai sistemi totalitari ma che, ahimè, funziona), come si trattasse di vasetti di marmellata: progressista, illuminato, libertario, democratico, intelligente e via dicendo, se la pensi come loro. Oscurantista, conservatore, ottuso, liberticida ecc. ecc., se la pensi diversamente. Capisco l'ironia di non ricordo chi: "Il potere è come un violino: si prende con la sinistra e si suona con la destra". Che poi ci sia chi non si è ancora accorto di questo e altro fervore "libertario" diviene conferma di ciò che dico. Ne ebbe una pesante esperienza lo scrittore sovietico Solzenicyn, non solo nella madre patria, ma proprio nel libero Occidente, col tacito accordo degli opposti benpensanti per opposte convenienze, quando a lungo vide rifiutata e boicottata la pubblicazione della sua opera Arcipelago Gulag, cosicché si espresse in questi termini: "La spietata logica dei mass media è peggiore del KGB". Opinioni? Opinioni! Purché qualcuno, anche questa volta, non trovi la scusa per "non pubblicarmi" o svicolare nel "riassumermi", o inviarmi direttamente ai diretti interessati perché è meno compromettente che pubblicare. D'accordo: non sono Solzenicyn... In senso più specifico, pare che Antonio Garofalo non distingua libertà da arbitrio, democrazia da oligarchia o, peggio, tirannide, lì dove afferma: "Gli unici valori veramente validi sono quelli istituzionalizzati, sotto forma di leggi...". Ho detto pare (perché spero stesse solo scherzando), se no Lenin, Stalin, Hitler, Pinochet, Mussolini e tanti altri di quella fatta meriterebbero ben più rispetto di quanto, dalle opposte parti, si riserva loro: in fondo anch'essi hanno posto dei "valori istituzionalizzati sotto forma di leggi"! Del resto, per capire come certe leggi siano volutamente ambigue, basta considerare la lettera e avere presente le motivazioni e l'iter che diedero vita alla Legge 194/78 che recita Tutela della maternità e interruzione volontaria della gravidanza. Come minimo, a me sembra una perla di contraddizione in termini e di antilingua. Ci sono i legalisti che gridano: "Non si può andare contro le norme!". Io rispondo che non si può andare contro la dignità della vita della persona perché il primo diritto di ogni uomo è il diritto alla vita. Che me ne faccio della libertà di parola, di, appunto, opinione, di assemblea, di voto, del diritto al lavoro, allo studio ecc. ecc. se non ho il diritto a esistere perché non corrispondo a determinati canoni estetico-social-culturali? Anche Diogene predicava il dovere dei vecchi di suicidarsi. Quando arrivò il momento e un discepolo gli portò il fatidico pugnale, gli disse: "La vita va vissuta da chi sa capirla. In quanto a te ammazzati pure!". In ciò pare confermare i detti: "La madre degli stolti è sempre incinta" o "Per avere idea dell'infinito basta pensare alla stoltezza umana". Ma per essere più aulici andiamo a Dante: "Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e conoscenza... / Uomini siate, e non pecore matte... / O gente umana, per volar su nata / perché a poco vento così cadi?". Luciano Rottigni Gentile signor Rottigni, ho letto con interesse e attenzione le osservazioni che, per Sua affermazione, sono state suscitate, almeno in parte, dalle mie riflessioni di DM 146/147 (Un Papa come loro), sull'eventualità/opportunità che Papa Wojtyla decida di fare uso di una sedia a rotelle per sopperire agli ormai evidenti problemi di deambulazione. Ho cercato tra le Sue dotte e apprezzabili citazioni una risposta pertinente ai miei dubbi e alle mie perplessità. Non mi aspettavo una risoluzione (troppa grazia!), ma quanto meno una presa in considerazione delle questioni da me sollevate. Non ho trovato niente di tutto ciò. Ho trovato solo argomentazioni arbitrarie e formali. In particolare, riguardo alle mie riflessioni, ci si limita a mettere in discussione l'autorevolezza delle fonti citate: sia del giornalista (Marco Politi), sia della testata giornalistica che ha ospitato il contributo del giornalista in questione (il quotidiano "la Repubblica"). Prendo atto della Sua opinione e non ho alcuna difficoltà a rispettarla, ma, ovviamente, non posso condividerla. Non posso fare a meno di notare, infatti, che la stesso Marco Politi ha pubblicato sullo stesso quotidiano un'interessante intervista al cardinale Ersilio Tonini proprio su questo argomento ("Tonini: Sì al Papa in carrozzella ma non parliamo di dimissioni", la Repubblica, 31/3/2002, p. 18). Un atteggiamento alquanto rischioso quello di esporsi a un così autorevole contraddittorio per chi, stando alle Sue affermazioni, sarebbe esempio di un "modo di ragionare supponente, che elude la responsabilità di verificare la credibilità oggettiva, pago dell'opinione". La posizione del cardinale Tonini riguardo a questo tema è davvero eloquente. Alla domanda di Politi ("Eminenza, c'è chi teme che un Papa in carrozzella non sarebbe bello a vedersi"), Tonini risponde infatti con grande semplicità: "Non sarebbe affatto una cosa brutta". E più avanti: "La carrozzella non danneggia. Anzi! Da quando il Papa è in queste condizioni arriva alla coscienza di ciascuno. La sua grandezza è nella povertà, nella debolezza, nella miseria. [...] E' chiaro, un Papa in carrozzella sarebbe un simbolo potentissimo. Non dice forse Gesù a Pietro nel Vangelo: `Quando sarai vecchio un altro ti cingerà i fianchi e ti porterà dove tu non vuoi?'". Certo, non possiamo affermare che la posizione del cardinale Tonini sia quella della Chiesa, ma rimane il fatto che una figura ben più autorevole di me e di Politi (e, mi perdoni, presumo anche di Lei) si è espressa e ha preso posizione su quelle "chiacchiere" che fantasticherebbero di un Papa in carrozzina e, a meno che Lei non voglia mettere in discussione anche l'autorevolezza del citato cardinale, temo proprio che Le tocchi di riconsiderare l'intera questione in una diversa prospettiva. Ad ogni modo, se le mie argomentazioni dovessero ancora risultarLe tendenziose, le sottopongo uno stralcio di una notizia apparsa il 29 marzo 2002 sul sito Internet www.santuari.it: "E' un vero Calvario quello che Giovanni Paolo II si trova a dover affrontare in questa Settimana Santa. Il dolore al ginocchio destro è peggiorato e per alleviare in qualche modo le sue fatiche gli è stata messa a disposizione una carrozzella, dono di una bambina di 9 anni figlia di un costruttore di sedie a rotelle elettroniche. Un pensiero che sarebbe stato apprezzato dal Papa, che però non si rassegna a non poter più camminare come prima. `Ho notato che sei stanco e affaticato', scrive la bimba in una lettera al Santo Padre. `Parlando con il mio papà che costruisce carrozzine elettroniche, abbiamo pensato di donartene una, perché possa esserti utile nei tuoi movimenti'. Secondo quanto è trapelato dal Vaticano, la moderna sedia a rotelle sarebbe arrivata a San Pietro il 27 febbraio. Eppure Wojtyla, nonostante che abbia già dovuto rinunciare a celebrare il rito della lavanda dei piedi del Giovedì Santo per non affaticarsi, di muoversi con la carrozzina non vuole sentir parlare. Perciò, per il momento, la carrozzella superaccessoriata resta inutilizzata" (la notizia, pubblicata con il titolo Il Papa affaticato, è ancora oggi disponibile al recapito Internet www.santuari.it/leggi.asp?id=139). Mi sembra che ogni commento sia superfluo. Andando oltre le considerazioni formali, non posso fare a meno di notare con piacere l'accostamento (esplicitato dal cardinale Tonini) della grandezza del Pontefice con la povertà, la debolezza e la miseria. Lo considero un tentativo di superamento dell'antinomia Noi/Loro che spesso contraddistingue gli interventi dei cattolici (e purtroppo non sono i soli) nei confronti dei più deboli. Questo era infatti il problema che il mio articolo intendeva sollevare. Un tema serio e importante sul quale avrei avuto il piacere di confrontarmi, ma del quale nel Suo contributo non trovo traccia. Un tema che va ben al di là dell'importanza simbolica di vedere il Papa su una carrozzella. Una questione che dovrebbe riflettersi nell'agire quotidiano, facendo sì che ciascuno si porga all'altro in modo paritetico e dignitoso. E questo, si badi bene, a prescindere dalle motivazioni soggettive - siano esse religiose o laiche - che stanno alla base dell'esigenza di relazionarsi con gli altri. Gentile signor Rottigni, al di là di ciò che scrivono i giornali e i siti, rimane oggettivo il fatto che sino ad oggi il Santo Padre, nonostante i suoi seri e innegabili problemi motori, continua a preferire un equilibrio precario e rischioso ad una sicura e dignitosa carrozzella. Il Noi non ha ancora interiorizzato il Loro neanche a livello simbolico. Se Lei fosse in grado di darmi una spiegazione logica e/o etica di questa scelta, Le sarei immensamente grata. E, per favore, non mi dica che il Papa è un uomo come un altro. Il Papa non è semplicemente un uomo: il Papa è un'autorità morale alla quale miliardi di persone guardano come esempio. Aggiungo un'ultima cosa prima di salutarLa: nel Suo scritto si adombra l'ipotesi che la nostra rivista accampi scuse per non pubblicare i Suoi scritti. Trovo questa insinuazione molto pesante. Mi permetto di farLe notare che la rivista è gestita da un Comitato di Redazione composto da otto persone della cui onestà intellettuale non c'è mai stato motivo di dubitare. Se Lei ritiene di avere argomentazioni valide per fare queste insinuazioni, è invitato ad esplicitarle con puntualità, in caso contrario La invito caldamente ad utilizzare meglio il Suo inchiostro e il nostro tempo. Un cordiale saluto. Simona Lancioni Vorrei estrarre alcune frasi dalla lettera del signor Rottigni, anche se non si dovrebbe, perché una frase estratta potrebbe non ricondurre all'esatto pensiero di chi scrive. Per questa volta, però, "mi si consenta"... Vien detto: "Non intendo, qui, confutare le tesi in se stesse dei due amici", ma allora - posto e concesso che siamo "amici" - che cosa esattamente intendeva fare con il suo scritto? E più oltre: "...per denunciare un fenomeno negativo che dilaga da decenni nei mezzi di comunicazione e nel comune modo di esprimersi, cioè la debolezza di ragionamento, il politicamente corretto, il conformismo...". Non sono sicuro di aver compreso. Attraverso il mezzo di comunicazione (DM?) io avrei esplicato una certa debolezza di ragionamento? E sarei conformista? Me ne hanno dette di tutti i colori, ma chiamarmi conformista, proprio non me l'aspettavo. Ma forse ho capito male. Proseguiamo. "Anche l'opinione richiede senso critico e intelligenza". Giusto. Presumo quindi di essere senza la minima intelligenza (può essere) e di non avere senso critico. Intelligenza non ne ho di certo, perché della lettera del signor Rottigni, lo confesso candidamente, non ho capito praticamente nulla! Vedo anche che cita questo e quello e anche quell'altro. Quando una persona parla per citazioni, forse non ha troppi argomenti elaborati in proprio. Ma forse mi sbaglio: "Quello sulle mezze verità è un concetto che scoprii da solo"... Questo quindi sembrerebbe confutare la mia tesi precedente! Sulle questioni in cui si parla di Galimberti, della Commissione Veronesi e si cita Locke, penso poi che sia la solita "lotta" fra chi crede che esista l'anima e che quindi anche l'embrione sia sacro e chi invece, laico, non crede nella stessa cosa. Quante citazioni signor Rottigni: Locke, Socrate, Huxley, Solzenicyn, Dante... Complimenti, li ha letti tutti? Bella la frase di Huxley: "Far amare agli schiavi ecc.". Si adatta perfettamente ad una certa mentalità, quella di chi - senza offesa per nessuno - prende dei bambini dagli otto ai dodici anni per far loro un vero e proprio "lavaggio del cervello"... Non cambia il fatto che il "maestro" di cui parla Huxley sia un muezzin, un prete o un rabbino! E aveva ragione anche Solzenicyn. Ho forse mai detto che il mondo occidentale è perfetto? Tutt'altro, sono lontanissimo da dire questo. Ma che abbiamo di meglio? Intanto un giornale come DM ci permette di dialogare e di polemizzare, il che non mi pare una brutta cosa. E veniamo alla minima parte che comprendo meglio, quando vengo citato direttamente: "In senso più specifico, pare che Antonio Garofalo non distingua libertà da arbitrio, democrazia da oligarchia o, peggio, tirannide lì dove afferma: `Gli unici valori veramente validi sono quelli istituzionalizzati, sotto forma di leggi'". Potrebbe essere che il signor Rottigni non mi abbia compreso? E' un'ipotesi. Dopo tutto cosa sono i Dieci Comandamenti, se non valori che il popolo ebraico ha istituzionalizzato? Il "Non uccidere" è valido dappertutto, almeno nella forma. Eppure ci sono dei criminali (la mafia, ad esempio) che non rispettano quei valori, ne hanno degli altri e rispettano quelli. Solo che quei loro valori non sono istituzionalizzati da noi, non sono rispettati dalla maggioranza dei cittadini e dalle nazioni. Tutto è relativo. Per paradosso, se un giorno lontano la mafia prendesse il totale comando dello Stato, non cambierebbero forse i valori attuali? I valori in cui noi crediamo? Libertà. Vediamo se ho capito cos'è. Per me libertà è quella cosa che mi permette di fare tutto, fino a che le mie azioni non danneggiano gli altri. Quindi ci sono tante limitazioni alla mia libertà. Ho sbagliato? Perbacco! Rottigni dice che il primo diritto di ogni uomo è il diritto alla vita. E io che ho detto? Appunto, la mia vita è mia di diritto, solo io posso decidere se curarmi o non curarmi, o chiedere aiuto per avere l'eutanasia. Sempre che questa, però, fosse concessa! Dove sta scritto che "diritto alla vita" significhi "vivere per forza fino a che Dio non ti chiami"? E se uno non è credente, perché deve obbedire alla fede altrui? Siamo alle solite. In pratica, mi sembra che il signor Rottigni sia cristiano, mentre io sono ateo. Egli non mi dà il diritto di morire quando voglio, io invece gli do il diritto di vivere con tutte le malattie che il suo Dio gli darà fino a quando Egli non lo chiamerà a se. A questo punto lascio giudicare ai lettori chi di noi due sia più - come dire - democratico? Libertario? Dittatore? Per finire, penso a due altre citazioni: "La madre degli stolti è sempre incinta" e "Per avere idea dell'infinito basta pensare alla stoltezza umana". Sapesse quanto ha ragione il signor Rottigni!... Ma entrambi questi passi possono essere letti in un senso o nell'altro. E una citazione la voglio fare anch'io, da Ambrose Bierce: "Per molte persone il cervello è un apparato mediante il quale esse pensano di pensare". Cordialmente. Antonio Garofalo
Articolo tratto da DM 148 - aprile 2003. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com |