DM 148 Aprile 2003 Sociale Ricerca Opinioni Vita UILDM TeleThon Rubriche Miscellanea

 

A volte definire vuol dire limitare

di Annibale Bianchini

Non è forse l'ora di finirla di considerare disabili le persone che si muovono in carrozzella? E piantarla di dar loro la precedenza alle casse del supermercato? Non siamo in grado di aspettare qualche minuto o un quarto d'ora? Il più delle volte evito di andare alle casse prioritarie proprio per questo motivo. E il bello è che nonostante il mio rifiuto di passare avanti, le persone insistono e non c'è alternativa - per evitare di mandarle a quel paese - che passare avanti e ringraziare della cortesia. Le casse prioritarie dovrebbero solo garantire un passaggio più largo delle altre...

Stesso discorso quando c'è coda al bagno o quando la gente si scansa nei corridoi. La cosa più divertente è quando accidentalmente urti le caviglie di chi ti sta davanti, con questi che si girano e ti chiedono scusa...

Basta con gli intercalari del tipo: "Oh, povero figliolo sfortunato..." oppure (con la faccia affranta): "Che sfortuna!". Che sfortuna un corno! Io sono quello che sono, mi piace cantare, scrivere, so aspettare, scherzare, ridere, godermela, in definitiva so vivere! A questo proposito mi ha dato gioia osservare, durante un concerto, due ragazze con sindrome di Down: si divertivano un sacco, ridevano e gridavano, e si muovevano a tempo. Mi ha pure colpito - e in seguito ho apprezzato - la frase di una persona scomparsa qualche tempo fa (ha proprio usato questi termini): "Anche fra i disabili ci sono gli stronzi...". Eh già! Potrei essere uno di quelli, almeno per qualcuno...

Purtroppo diventiamo ciò che ci caratterizza. Per cui si è considerati (e soprattutto poi ci si considera) miodistrofici, disabili, ciechi, zoppi: ma io non sono miodistrofico, non sono la mia malattia, se così vogliamo chiamarla, io sono io, al di là della distrofia.

Questo non significa negare la realtà delle cose. Significa invece rendersi conto che ci sono molte potenzialità da mettere in gioco, da realizzare e, certamente, tante situazioni da cambiare e da migliorare, ma considerarci ed essere considerati delle persone speciali, non ci può che far perdere molte opportunità. Una cara amica una volta mi ha detto: "Non penserai di essere un handicappato?". L'avrei baciata sulla bocca, ma c'era lì il fidanzato, per cui...

Allargando il discorso, si possono fare anche altri esempi, parlando di omosessuali - persone a cui piacciono persone dello stesso sesso - di tossicodipendenti - persone che fanno uso di droga - di ciechi - persone i cui occhi fisici non funzionano - e così via, fino ad arrivare agli psicologici, agli avvocati, ai cantanti, ai direttori, agli operai... tutte persone che fanno un lavoro, ma non sono il proprio lavoro!

Chissà perché si è arrivati a questo... Mi sorge il dubbio che tutto sia nato per risparmiare parole e quindi tempo e magari denaro, abituati come siamo, probabilmente dall'inizio dei tempi, a ottenere il massimo con il minor sforzo possibile. E così probabilmente è diventato più facile etichettare che considerare ogni persona per ciò che realmente è, a partire da se stessi.

 

Articolo tratto da DM 148 - aprile 2003. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com

torna su