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La Bandiera della Pacedi Alberto Trevisan* In queste belle giornate di sole, le colorate Bandiere della Pace contribuiscono in maniera semplice e significativa ad un arredo urbano delle nostre comunità né voluto né pensato da stimati architetti: è la creatività popolare di chi vuole vivere in pace in città e nel mondo. Una finestra, un balcone, una terrazza che per anni ci sono apparse del tutto spoglie o anonime si sono arricchite di un tocco nuovo, di un piacevole sventolio colorato, producendo a volte anche un certo "effetto sorpresa" nel riconoscere nel balcone accanto quanto la nostra conoscenza degli altri, dei nostri vicini sia scarsa anche su temi così importanti per la nostra vita: per molti sarà occasione di nuovi incontri e di amicizie e questo è già un gran risultato. Sapere di avere a fianco delle persone che rifiutano la guerra, che credono nella possibilità della pace, è come ritornare a casa più tranquilli in un ambiente più accogliente, dove le porte non sono barriere invalicabili come spesso succede. E mentre questo naturale moltiplicarsi di colori ipotizza l'idea di un movimento grande e nello stesso tempo leggero perché spontaneo, dove i balconi anticipano i colori naturali dei fiori di stagione, c'è chi inevitabilmente ripropone la logica di "buttare in politica" un semplice gesto di fratellanza universale, di libertà che ognuno di noi, se convinto, può realizzare senza percorrere la strada della semplice e inutile imitazione. E allora perché se ne sappia di più e si esca dal solito manicheismo del tipo "sei di destra o di sinistra" o "tutti vogliono la pace però...", mi pare importante ricordare che questo semplice simbolo viene da lontano, ha una propria storia e accompagna da molto il variegato movimento della pace. Quando Aldo Capitini, maestro della nonviolenza in Italia, nel 1961 iniziò con altri amici e cittadini la Marcia per la Pace Perugia-Assisi, forse non aveva ancora le bandiere colorate, sicuramente non c'erano quelle dei partiti, ma molti erano i cartelli semplici e chiari ispirati agli ideali della nonviolenza e sicuramente ve n'era uno che indicava "ad ognuno di fare qualcosa" per la pace e che "la nonviolenza è il varco attuale della storia". La Bandiera della Pace con i colori dell'arcobaleno ha percorso sin dagli anni Ottanta le strade di tutta Europa, quando ci si opponeva all'installazione dei missili Pershing e Cruise dalle basi della Gran Bretagna a quella di Comiso in Sicilia e riuscendo a volte ad entrare nelle basi stesse, è servita come riparo dai potenti idranti puntati contro i pacifisti. E' stata portata nei luoghi di crisi e di guerra dal Medio Oriente ai territori della ex Jugoslavia, ha sventolato per dieci anni nelle più grandi città da Parigi a Mosca durante le Convenzioni Internazionali per il disarmo nucleare anche unilaterale: rappresenta la storia di milioni di persone singole o associate di Paesi del Nord o del Sud del mondo, uomini di ogni credo, associazioni di volontariato e cosi via. Questa è una bandiera che continua il suo percorso, che ha fatto grandi salti di qualità, che ha rinunciato a scendere in piazza solo quando era necessario, per andare e rimanere nei luoghi di guerra a fianco delle vittime, in particolare di quelle più deboli, al punto che non si trovano più autorevoli editorialisti che ad ogni guerra non andavano oltre una trita e ritrita polemica ("Dove sono i pacifisti?"), dal momento che ora rispettano finemente anche alcune vittime di questo movimento di solidarietà. E se ora ha deciso di scendere contemporaneamente il 15 febbraio in oltre trecento città del mondo per dire "No alla guerra", "No alle bombe `intelligenti' o `umanitarie'" e in questo caso "No alla guerra `preventiva'", ciò significa che la Bandiera della Pace non è un optional ma un modo semplice per dire ai Grandi della Terra, ai vari governi, che i popoli e le loro Comunità vogliono la pace e vivere in pace e che l'"effetto della pace sarà la giustizia tra i popoli" (Isaia). E che "la guerra è un avvenimento senza ritorno" (papa Giovanni Paolo II). Proprio per la storia di questa bandiera, la sua esposizione soprattutto nei luoghi pubblici e rappresentativi della nostra democrazia - che in questi giorni si stanno positivamente moltiplicando, superando barriere ideologiche e in molti casi frutto di decisioni trasversali - non può essere una mera pratica amministrativa o avvenire a colpi di maggioranza o persino con il pessimo gusto dell'imitazione, quasi per non perdere la faccia o un certo consenso dei cittadini. Quando si decide su questioni così importanti, di coscienza sia personale che collettiva, oltre che esprimere il ripudio della guerra, bisogna favorire politiche di disarmo, di sviluppo e cooperazione, realizzare progetti di accoglienza e di interculturalità per far crescere le nostre comunità in una spirito di fratellanza universale. Se così non fosse, se mancasse questo spirito ideale, quale differenza ci sarebbe tra le colorate bandiere che ci accolgono all'ingresso degli ipermercati della nostra società dai consumi sfrenati o le bandiere delle competizioni sportive sempre più aggressive, impregnate di un tifo sempre più violento e anche quelle di forze che fanno del dibattito politico un uso esasperato nei toni e nelle modalità? *Movimento nonviolento.
Articolo tratto da DM 148 - aprile 2003. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com |