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Disabili, punto e a capodi Riccardo Rutigliano Scettici. Cautamente ottimisti. Attendisti. Sfiduciati. In generale piuttosto perplessi. E sorpresi. Sorpresi da questo Anno Europeo che piomba addosso così inaspettato, ma non troppo. Dopotutto i disabili italiani, i cui umori e le sensazioni abbiamo cercato di saggiare prima di accingerci ad una riflessione sul significato ultimo di questo evento, erano abbastanza informati sull'avvento imminente di questi dodici mesi così particolari. Già dal dicembre del 2001, infatti, il Consiglio dell'Unione Europea aveva deciso di proclamare il 2003 "Anno Europeo delle Persone con Disabilità", per sensibilizzare l'opinione pubblica sull'argomento. Eppure, eccoci arrivati al dunque quasi di soppiatto, senza particolare clamore. E con un po' di sorpresa, appunto. Il nostro particolare censimento ha preso in considerazione sia il parere del "disabile della porta accanto" sia quello del disabile "referenziato". Tra i giudizi dei primi: "Trovo che sia una messa in scena per spendere un po' di soldi della Comunità Europea, visto che da qualche parte bisognerà pur spenderli!". "Sono indifferente. Al limite sfiduciata perché mi pare che, già nel passato, questi tipici `Anni' sono serviti davvero a poco. Personalmente preferirei non sentir più parlare di questo fantomatico `Anno del disabile', europeo o mondiale che sia". "Come genitore di un ragazzo distrofico, nutro la speranza che non si tratti solo di una formalità indetta per accontentare qualcuno o, al peggio, per emettere il solito francobollo celebrativo alla fine dei dodici mesi. Vorrei vedere eliminati o perlomeno attenuati i problemi derivanti dalle barriere architettoniche e dalla burocrazia relativa agli ausili". "Per l'Anno che ci attende sono ottimista nei campi in cui già esistono leggi ed obblighi per Comuni e Regioni. Credo infatti che il lavoro da svolgere sarà relativamente facilitato. Resto invece più pessimista sulle `nuove' questioni non ancora tutelate da precise normative". Come si vede, predomina un sano realismo, quando non si tratta di vera e propria sfiducia. Prima di confrontarci anche con le riflessioni di disabili che - per impegno e risultati ottenuti in anni di battaglie sociali nella nostra come in altre Associazioni o organismi - possono essere considerati dei riferimenti attendibili, cerchiamo però di analizzare più da vicino le motivazioni che hanno portato all'istituzione di questo anno domini, perché secondo noi esistono alcuni indizi che possono lasciare spazio a previsioni meno cupe del previsto. Innanzitutto la denominazione ufficiale: "Anno Europeo delle Persone con Disabilità". Per la prima volta, crediamo, in una grande manifestazione internazionale dedicata ai disabili compare il termine persona. E per la prima volta - e di questa primizia siamo abbastanza sicuri - essa rimane presente anche nella traduzione italiana. Dunque, se ne sono accorti! Il mondo ha scoperto che i disabili, queste eterne entità astratte, in realtà sono persone. E come tali sono titolari di diritti e di bisogni esattamente come tutti gli altri cittadini dell'Unione Europea. Sono ben 37 milioni le "persone con disabilità" nel continente del quale anche il nostro Paese fa parte. E tra queste, una su dieci deve ancora quotidianamente fronteggiare barriere e subire discriminazioni. Una su dieci, su trentasette milioni: fa 3.700.000 donne-uomini-bambini che ancora non possono dirsi integrati con il resto della società. Pensate, è come se in qualche angolo della vecchia Europa sorgesse dimenticata da tutti una città la cui intera popolazione, ben più numerosa di quella di prestigiose capitali europee come Parigi, Roma o Madrid, venisse in toto fatta segno di disuguaglianza e pregiudizio. Se una città così esistesse davvero, non tarderebbero a mobilitarsi legioni di persone in tutto il mondo per ottenerne la liberazione. In questi tempi di (finalmente) ritrovato impegno civile, quante marce, quante bandiere nascerebbero spontanee per rivendicare l'emancipazione di questa "città fantasma"?... Un dato assolutamente negativo, quello precedentemente esposto, certamente. Ma anche qui, guardando più da vicino, possiamo cogliere un segnale incoraggiante: questa volta la denuncia, circostanziata e impietosa, non viene da noi disabili. Non sono dati proposti all'attenzione generale dal mondo dell'associazionismo. Si tratta di cifre e statistiche ufficiali dell'Unione Europea sulle quali si è basato il suo augusto Consiglio nel decidere di istituire questo Anno Europeo. E la marcia esiste realmente. E' partita nel gennaio scorso dalla Grecia e approderà a dicembre per la sua chiusura proprio tra i nostri confini, in Italia. Non è una marcia di protesta contro le autorità, ma una marcia organizzata proprio dalle autorità per informare l'opinione pubblica dei Paesi membri sui problemi dei disabili. Piccoli segnali positivi... Ci accontentiamo di poco? Forse. Ma sono questi impercettibili cambiamenti, sommandosi in settori sempre più numerosi e differenziati e con sempre maggiore frequenza, a provocare le grandi trasformazioni, le svolte epocali. Del resto, anche voltandoci indietro a guardare gli anni ormai alle nostre spalle, può sembrarci che da quel fatidico 1981, Anno Internazionale del Disabile (non ancora "persona"...), non sia cambiato granché. Forse questo è anche comprensibile: eravamo così assorbiti dalle nostre grandi battaglie, spesso frustrate da autentici muri di gomma, da non accorgerci che alcune cose, non foss'altro che per inerzia, per il mutare dei tempi o per le nostre poche ma fierissime vittorie, non sarebbero state mai più le stesse. Così, ad esempio, siamo sicuri che - pur essendo il problema dei trasporti accessibili ben lontano dall'essere risolto - nessun portatore di handicap verrà mai più fatto viaggiare su un treno nel vagone-bagagli come un pacco postale. Allo stesso modo, siamo anche certi che nessun albergatore o ristoratore potrà più ingiustificatamente rifiutare accoglienza ad un disabile senza vedersi quantomeno ritirare la licenza. Così pure siamo fermamente convinti che nessun disabile potrà ancora rimanere segregato in casa, evitando di percorrere le strade della sua città, solo a causa di un immotivato senso di vergogna per la sua condizione. Potrà continuare a succedere forse per altre ragioni, ma mai più per un indotto senso di inesistente inferiorità. E infine, non potrà mai più accadere che, se invitato in televisione, un cantautore bravo e dai testi ricchi di contenuti come Pierangelo Bertoli (per citare un amico che ci ha lasciato proprio alle soglie di questo simbolico 2003) venga inquadrato sempre e soltanto in primo piano per "risparmiare" ai telespettatori la scomoda visione della carrozzina. O che, per togliere gli stessi da ogni possibile imbarazzo, non venga invitato affatto... Tutte queste cose, e altre ancora, non potranno accadere mai più. E vent'anni fa erano invece ancora all'ordine del giorno. Nei prossimi anni, altre cose cambieranno. Magari non ce ne accorgeremo subito, ma cambieranno. Quali? Qui entrano in gioco per aiutarci le riflessioni dei personaggi cui accennavamo all'inizio. Innanzitutto occorrerà aggiornare il linguaggio, passando dal concetto di "disabilità" a quello di "diversabilità". Secondo Claudio Imprudente, Presidente del Centro Documentazione Handicap di Bologna, occorre cercare il confronto, per poi condividere le cose che si hanno in comune e valorizzare le abilità e le potenzialità dell'altro. "Questo approccio permette di arricchirsi delle diversità, senza perdere la propria preziosa identità", sottolinea Imprudente nel caldeggiare l'utilizzo di questa nuova "parola-strumento". Per Franco Bomprezzi, direttore responsabile di DM, oltre che direttore editoriale del portale Internet dell'INAIL SuperAbile, gli interventi dovranno capitalizzare ciò che di buono è stato fatto in passato e fare pressione per le decisioni future. "E' ora di cominciare a far fruttare la legislazione esistente, che è già all'avanguardia in campo internazionale", anche a costo di mettere alle strette il governo "che deve recepire a livello di Finanziaria 2004 l'impegno a passare dalle parole ai fatti". Dopotutto, lo spettro dei tagli al welfare è per il governo italiano un'arma a doppio taglio di fronte all'Unione Europea. Proprio in un anno come questo, giustificare un restringimento dei finanziamenti per il sociale e per gli scopi propugnati dall'Unione Europea per il 2003 (tra i quali spicca "il sostenere azioni concrete per favorire le pari opportunità e l'inclusione sociale") potrebbe non risultare così facile... E ancora, secondo le parole di Pietro Barbieri, Presidente della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap), il prossimo obiettivo da raggiungere è la vittoria nella battaglia per la mobilità e poi "occorre fermare l'attenzione soprattutto sull'inserimento lavorativo dei disabili più gravi, quelli che non possono produrre reddito. Battendosi per la non discriminazione e per il diritto al lavoro, in applicazione della Direttiva europea n. 78". Ed infine Enrico Lombardi, Presidente Nazionale della nostra Associazione, recentemente intervenuto alla seconda Conferenza nazionale sulla Disabilità di Bari, che ha rappresentato - dal 14 al 16 febbraio - l'apertura ufficiale in Italia dell'Anno Europeo. "Non mi sembra di aver sentito interventi che chiedessero la luna, ma richieste concrete, e tutto sommato anche attuabili. Da parte del governo, almeno da parte dei ministri che, loro malgrado, hanno dovuto essere presenti, ho sentito un certo disagio e anche una grande ignoranza sull'argomento". E almeno due punti, tra le istanze presentate dalla UILDM sembrano essere stati recepiti, e cioè quello sull'unificazione dei criteri di accertamento dell'invalidità e della gravità dell'handicap e quello sui congedi parentali. Tra i pensieri provocatoriamente gettati nella mischia per l'occasione da Alberto Fontana, Presidente della UILDM di Milano, "bisogna resistere alle sirene tentatrici di politica e mass-media che potrebbero tentare di strumentalizzare questo `nostro' anno, in funzione di voti ed indici d'ascolto, e soprattutto ritirare la `delega in bianco' data dai disabili ai pochi che li animano e li rappresentano". Occorre, cioè, un ritorno all'impegno corale. La sensazione, in conclusione, è che a partire da quest'Anno Europeo, la responsabilità pesi soprattutto sulle nostre spalle di disabili. Ora che il mondo si è finalmente accorto di noi, dobbiamo infatti imparare ad interagire con il mondo stesso. Non ha più senso infatti lottare contro, ma bisogna cercare di lottare più che mai insieme e, finita l'epoca delle grandi utopie, per il futuro sarà fondamentale procedere per piccoli passi concreti. Niente di nuovo sotto il sole? Può darsi... Ma dopo il 2003, forse, le eterne ombre proiettate da quel sole immutabile cominceranno finalmente a sembrarci un po' meno lunghe.
Articolo tratto da DM 148 - aprile 2003. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com |