|
La sfida di Pinocchiodi Claudio Imprudente* Qualche tempo fa sono stato invitato a un convegno dedicato al tema Favole e diversabilità, nell'ambito dell'inaugurazione di una biblioteca. Si proponeva in quell'occasione il lancio di un catalogo di favole che avessero un legame con il mondo della diversità in genere. Decisi di lodare l'iniziativa, ma, pensando alle favole che più ho sentito raccontare e che più hanno avuto successo cinematografico, qualcosa dentro di me non tornava e quindi ho cominciato nella mia mente a ripercorrerle e sono riaffiorate domande che da tempo non mi ponevo. La prima volta che mi raccontarono la favola di Biancaneve, per esempio, giocai al "toto-nano": volevo indovinare quale dei sette nani l'avrebbe sposata! Ma le mie attese furono deluse dall'arrivo del bel principe azzurro: è come se Biancaneve venisse salvata da una situazione "sbagliata", ovvero la convivenza con l'inferiorità, rappresentata dai nani, per tornare a una situazione di normalità. Questo ha fatto sì che il principe mi risultasse sempre particolarmente antipatico, ingrato e superficiale, insomma, il prototipo del "normodotato grave". Ma nel 2003, Anno Europeo delle Persone con Disabilità, chi sono i "normodotati gravi"? Forse chi è sicuro delle proprie abilità e non riconosce quelle altrui se non riflettono le proprie, forse chi vede nella diversità un problema e non una ricchezza, forse chi non è disposto a lanciarsi in una relazione alla pari con la debolezza, forse chi ha bisogno della forza per avere delle conferme, sicuramente chi rivolge altrove lo sguardo per non vedere. Tutte queste riflessioni mi hanno portato a vedere le favole "classiche" con occhi diversi e mi hanno stimolato a ricercarvi percorsi di lettura che scavassero un po' più a fondo. Così, pensando alla favola di Pinocchio, mi sono chiesto: "Chissà cosa pensava Collodi della normalità e della diversità? Si sarà posto il problema?". E poi mi sono detto: "Forse ha scritto una favola e basta, senza farsi troppe domande!". Credo però che questa favola si presti davvero a una lettura interessante che vede i mondi di diversità e normalità intrecciarsi ripetutamente e in diversi modi, anche se forse non era esplicita intenzione di Collodi di farlo. Mi sembra di poter leggere nei personaggi che accompagnano Pinocchio delle curiose metafore di realtà che conosciamo molto bene e con le quali siamo quotidianamente in contatto; anzi, a volte, noi stessi ci troviamo ad assumere i ruoli che quei personaggi incarnano in maniera così originale. Vediamoli un po'... Pinocchio: il diversabile per eccellenza, bambino e non bambino perché di legno e, dunque, pensato più spesso come un burattino, quasi una deformazione dell'essere bambino. Un burattino che gioca, scherza, si diverte, ma che ha una grande ambizione, o meglio su cui molti che gli stanno intorno hanno una grande ambizione: che diventi un bambino normale. Così il Grillo Parlante, la sua "coscienza scocciatrice", sempre presente nei momenti che Pinocchio vorrebbe godersi in santa pace... E a me questo Grillo Parlante ricorda molto la figura dell'operatore, dell'educatore. Non intendo con questo dire che gli educatori e gli operatori siano scocciatori, tutt'altro. Essi però ricoprono un po' quella figura di vicinanza alla persona, le forniscono consigli, la "educano" al vivere normale, che qualche volta rappresenta la meta ambita, quasi il risultato da raggiungere per ogni intervento educativo che si concluda con successo. Un intervento, quello degli educatori, indispensabile e insostituibile, una vera ricchezza se sfruttata per aiutare e promuovere, nella persona diversamente abile, una fiducia nelle proprie abilità che sono sì diverse, ma non per questo non abilità. In quest'ottica il lavoro degli operatori è davvero una pietra preziosa che brilla nel variegato panorama degli interventi sul mondo della diversabilità... L'anno Duemilatré è un'occasione che si offre a tutti noi per valorizzare e formare tutte queste abilità diverse, facendo un po' quel salto culturale-politico che va dal "dis-valore" al "valore diverso". Mi piace poi vedere questa azione del Grillo Parlante combinata con quella della Fata Turchina che rappresenta invece, a parer mio, l'orizzonte di normalità da raggiungere. Il vivere di Pinocchio, del resto, è costantemente orientato al raggiungimento della fata per seguirla e per comportarsi come lei ha raccomandato di fare, diventando così "un buon bambino". Intravedo in questa bella figura turchina tutti quei sogni, quelle mete "normali" a cui il mondo della diversabilità costantemente ambisce e per le quali spesso lotta. Ancora una volta non posso fare a meno di considerare l'anno in corso come un'opportunità per far crescere una cultura che non aspiri ad annullare differenze e anormalità, ma che giunga a dar loro il giusto significato, in quanto elementi di novità in grado di arricchire rapporti ed esperienze. Lungo la strada che vede Pinocchio burattino impegnato a raggiungere la fata, con il Grillo Parlante alle costole, si inseriscono poi figure ed elementi chiave nei confronti di Pinocchio e del mondo della diversabilità. La fata, il grillo, il babbo: tutti raccomandano a Pinocchio di andare a scuola e lui, solo dopo mille peripezie, riesce a resistere alle tante tentazioni che lo distolgono dal buon proposito e obbedisce. Ma non mi sembra che Pinocchio - il burattino - venga accolto con grande gioia e approvazione né dal maestro né tanto meno dai compagni, fatta eccezione di Lucignolo che presto diventa il suo compagno di ventura. Immediatamente i due si trovano o meglio sono fatti trovare - perché vengono subito messi in banco insieme - così che le possibili fonti di disturbo e di devianza si trovano una accanto all'altra facilmente rintracciabili e tenute, soprattutto, a debita distanza dal resto della classe, dai bravi bambini. Un'immagine di classe che, fortunatamente, si addice sempre meno alle nostre scuole che invece si stanno prodigando sempre più nell'integrare il pinocchio, il burattino all'interno del gruppo classe, perché tutti raccolgano frutti dalla vicinanza e dal rapporto con la diversità. Già nel suo primo giorno di scuola Pinocchio non resiste alla tentazione di buttarsi dentro un teatrino per assistere a uno spettacolo di marionette che lo affascina. Tutto va bene fino a quando il proprietario del teatro e dell'équipe dei burattini non lo cattura per i sui spettacoli. Ecco il personaggio: Mangiafuoco, simbolo del mondo dei mass-media e di quei settori di essi che, con i loro programmi e i loro servizi, sfruttano l'immagine, le storie, le "disgrazie" della diversità per fare audience, per fare scalpore, per intenerire il pubblico che così rimane fedele al programma. Ma quello stesso mondo che Mangiafuoco rappresenta potrebbe essere - e oggi lo sta diventando sempre di più - una preziosissima risorsa per promuovere la cultura della diversabilità, attraverso le grandi potenzialità che sono parte costitutiva di questi mezzi. Si presentano come palcoscenici potenti per mettere a confronto il Pinocchio e il bambino, in un rapporto alla pari che permette ad entrambi di guardarsi negli occhi. Se i mass-media informano e, in qualche modo, formano il loro pubblico, ne va tenuto conto particolarmente in quest'Anno Europeo delle Persone con Disabilità: promuovere, pubblicizzare, proporre programmi che diano visibilità a chi stenta ad averne, significa in qualche modo dare dignità e riconoscere il ruolo di protagonisti a queste persone anche al di là della loro "disabilità". Insomma alla fine anche Pinocchio diventa bambino, anche Pinocchio vince la sua gara con la diversità che lo rendeva burattino e diventa "come tutti gli altri", diventa normale. Non so se considerare la sua gara vinta o persa. So però che mi sarebbe piaciuto molto di più se Collodi lo avesse fatto rimanere burattino, mantenendo le caratteristiche che lo distinguevano, rendendolo diverso e un po' "diversamente abile". E' così che penso anche all'anno Duemilatré: un anno in cui non necessariamente le persone con disabilità debbano in tutti i modi vincere non tanto la sfida della normalità quanto piuttosto quella della diversabilità: non necessariamente tutti dobbiamo essere ricondotti agli standard di normalità, ma dobbiamo accogliere e dare valore alle nostre abilità diverse perché abilità di persone. Ecco allora che avrei certamente preferito un Pinocchio burattino, così come avrei preferito - provate un po' a fare mente locale su altre favole famose - una Sirenetta che avesse mantenuto la sua bella e sinuosa coda da pesce anziché perdere la voce, il suo dono più prezioso. Oppure mi avrebbe certo affascinato di più un cigno nero, anziché il conformista cigno bianco; sarebbe stato un bel colpo di scena se l'amore che Belle dimostra alla bestia, baciandola quando questa è in punto di morte, non l'avesse trasformata in un baldo principe (eccolo che ritorna: il baldo principe!), ma l'avesse semplicemente mantenuta in vita con le sue preziose e "diverse" sembianze di bestia. Insomma, mi piacerebbe che queste fiabe venissero riscritte e chissà se un giorno mi cimenterò io in quest'impresa... *Presidente del Centro Documentazione Handicap di Bologna. In collaborazione con Alessandra Pederzoli.
Articolo tratto da DM 148 - aprile 2003. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com |