DM 149/150 Gennaio 2004 Sociale Ricerca Opinioni Vita UILDM TeleThon Rubriche Miscellanea

 

La vita? Come tutto il resto!

Come già nel 2002, anche questa volta DM ha potuto contare su Nicola Schiavolin ed Elisabetta Gasparini, inviati del giornale alla sessantesima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. E come nell'anno precedente, grazie alla loro capacità di cogliere i momenti più significativi dell'evento, possiamo presentare ai lettori un ampio resoconto che guarda sia alla rassegna cinematografica che all'ambiente in cui essa si è svolta.

Tra eventi e pellicole di pace

di Nicola Schiavolin

Mercoledì 27 agosto al Lido di Venezia si è aperta la sessantesima edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica e anche quest'anno i prodi inviati di DM - Marilena e il sottoscritto - si sono sobbarcati quattro ore di viaggio al giorno, facendo i pendolari da Padova al Lido di Venezia, visti anche i prezzi proibitivi degli alberghi che non ci hanno consentito di soggiornare per tutto il periodo della manifestazione. Ne è valsa comunque la pena, visto che i film che poi siamo riusciti a vedere ci hanno ripagato ampiamente.

L'evento più importante di questa edizione è stato lo sbarco al Lido di Woody Allen, che per la prima volta è giunto al festival con un suo film, Anything Else, presentato fuori concorso. Vi si racconta il rapporto tra il giovane scrittore Jerry Falk, interpretato da Jason Biggs e la fidanzata sexy ma impossibile, Amanda (Christina Ricci). L'anziano e paranoico collega di Jerry, Dobbel (Allen), cerca con il suo sarcasmo di aprirgli gli occhi sulle cose del mondo. Dobbel è funzionale alla presa di coscienza di Jerry, la cui soluzione ai problemi della vita è di troncare la relazione con Amanda e con tutti gli altri: psicanalista, agente, lavoro e persino con New York, per andare in California e ricominciare da zero.

Un bel film, ironico e divertente, che attraverso le paranoie del personaggio interpretato da Allen - ossessionato dalle armi, dall'antisemitismo e dai kit di sopravvivenza - vuole rappresentare la tensione che ancor oggi attanaglia New York, che pure ha ripreso a vivere dopo gli attentati delle torri gemelle. Il tutto racchiuso nel titolo del film che deriva dalla battuta di un tassista al protagonista, mentre questi si interroga sul senso profondo della vita: "La vita? E' come tutto il resto...".

Tra le pellicole fuori concorso, da segnalare innanzitutto Monsieur Ibrahim e les fleurs du Coran ("Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano") e The Human Stain ("La macchia umana"). Il primo di questi, a parer mio, è uno dei film più interessanti visti alla Mostra, con un'interpretazione straordinaria del Leone d'Oro alla carriera Omar Sharif. Diretto dal francese François Dupeyron, vi si narra la storia di Ibrahim, bottegaio arabo nella Parigi degli anni Sessanta, un bottegaio "filosofo" che instaura una straordinaria amicizia con Momo, un ragazzino solo e abbandonato dal padre. Ibrahim dispensa perle di saggezza ("Ciò che dai è tuo per sempre, ciò che tieni è perduto per sempre"), trasmettendo tutto quello che sa della vita a Momo, privo di punti di riferimento. Ed è proprio in questo momento che la sua esistenza acquista un senso.

Incontro tra due mondi - quello musulmano (visto in modo molto positivo e filosofico e non come accade in questi ultimi tempi messo in evidenza solo per i suoi estremismi) e quello occidentale degli anni Sessanta - il film è un bell'apologo sulla tolleranza e sull'apertura verso l'altro.

L'altra citata pellicola fuori concorso è The Human Stain di Robert Benton, interpretata dalla coppia Kidman-Hopkins e tratta dal romanzo omonimo di Philip Roth (vincitore del Premio Pulitzer), ove si racconta la storia di Coleman Silk (Hopkins), distinto professore del New England College la cui vita professionale viene distrutta da accuse di razzismo. Con la carriera rovinata il professore troverà nuova vita grazie a due persone: lo scrittore Nathan Zuckerman (Gary Sinise) affascinato dalla sua storia e Faunia Farley (Nicole Kidman), giovane donna bellissima che si innamorerà di lui. Nel ricostruire la sua storia Zuckerman scopre il segreto che il professore ha nascosto persino alla moglie ed inizia a capire. Ed è intorno a questo segreto - da non svelare per la sorpresa dello spettatore - che il professore fa ruotare la propria vita.

Tra i film in concorso, quelli che mi hanno maggiormente interessato ed emozionato sono stati rispettivamente 21 grams del messicano Alejandro Gonzales Inarritu, già nel 2002 presente a Venezia con un episodio del film 11 settembre 2001 e Le cerf-volant della libanese Randa Chahal Sabbag.

21 grams è il peso che si perde quando si muore, in sostanza il peso dell'anima ed è su questa poetica metafora che il regista ha costruito il film, che ha per protagonisti Sean Penn (vincitore della Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile), Benicio Del Toro e Naomi Watts. L'espediente narrativo che avvicina i tre personaggi è un incidente d'auto nel quale perdono la vita un uomo e due bambine. Il cuore dell'uomo viene trapiantato nel corpo di Sean Penn, in bilico tra la vita e la morte. Rinato, l'uomo si avvicina alla vedova (Naomi Watts) del suo donatore e insieme pianificano l'uccisione di colui che ha distrutto la famiglia (Benicio Del Toro), un ex truffatore che ha abbracciato la fede religiosa con un'intensità mistica estrema. Vendetta, redenzione e amore sono le componenti che Inarritu mescola e alterna come il montaggio del film, che sconvolge la narrazione più consueta attraverso salti temporali che rendono la storia mai scontata fino alla fine ed è in questo che sta la sua maggiore originalità.

In Le cerf-volant la regista Sabbag descrive la vita in un villaggio diviso in due tra Libano e Israele e lo fa attraverso lo sguardo di una ragazzina, Lamia, che viene costretta a sposare un uomo che abita al di là del confine. Ci va da sola, a piedi, vestita di bianco. Ma il marito non è quello che lei vuole, lei ama il soldato arabo-israeliano che la sorveglia con il binocolo nei suoi passaggi di qua e di là del confine. E questo mondo diviso (attraverso il confine passano infatti solo sposi e defunti) viene descritto in due modi distinti: crudo e realistico da una parte - con filo spinato, campi minati, posti di blocco - sognato e poetico dall'altro - con bambini che fanno volare gli aquiloni, l'amore a distanza tra Lamia e il soldato e così via.

Un altro film che parla della divisione tra due popoli, quello greco e quello turco di Cipro, è Camur ("Fango") di Dervish Zaim, presentato nella categoria "Controcorrente" e coprodotto da turchi e ciprioti. Esso rappresenta un primo gradino verso la costruzione di un processo di comprensione tra due popoli sempre divisi, sempre in lotta, sempre distanti. E' la storia di Temel, ragazzo che prende parte ai progetti ONU per attenuare le tensioni tra le due etnie cipriote. Temel aveva commesso degli omicidi di massa durante il conflitto greco-turco del 1974, nascondendo i corpi sotto il fango di un grande lago salato. Vorrebbe confessare, ma la paura gli impedisce di avvicinarsi. Si confida così con Halil, suo compagno ai tempi della guerra, ma l'amico è indifferente al passato. Attraverso questa storia, Camur riesce a documentare, scuotere ed emozionare, rappresentando una pace possibile, una via di comunicazione tra i due popoli.

L'unico film italiano che ho potuto vedere al Lido è Il miracolo, del regista salentino Edoardo Winspeare, uomo di cinema molto legato alla sua terra - dove vive - che ambienta la storia a Taranto, città meravigliosa ma profondamente ferita, emblema della scellerata politica di industrializzazione nel Mezzogiorno, che non ha tenuto conto dell'identità del luogo. La vicenda è quella di un bambino che viene investito da un'automobile e prima di entrare in coma vede una luce speciale. Da quel momento egli comincia "a fare i miracoli": guarisce un uomo in fin di vita per un infarto e un anziano da un cancro. Questi però poi moriranno e lui si renderà conto di non avere poteri soprannaturali. Il vero "miracolo laico" che riuscirà a fare sarà invece quello di salvare una ragazzina di diciassette anni dal suicidio, non facendo niente, semplicemente con la propria presenza. In sostanza, nella vita di tutti i giorni, il vero miracolo è l'amore, innocente e assoluto, attraverso il quale si possono fare cose straordinarie.

La Mostra di quest'anno - diretta come nel 2002 da De Hadeln e che ha assegnato il Leone d'Oro al film russo Vozvraschenje ("Il ritorno") del giovane regista Andrey Zvyagintsev - ha visto una massiccia presenza di film italiani ed europei di ottima fattura, nonché della migliore produzione USA. Su un altro fronte non sono mancate le polemiche e le proteste da parte dei numerosi accreditati culturali - soprattutto giovani e appassionati di cinema - costretti a lunghe ore di coda, spesso inutili, per vedere i film, a causa dell'impossibilità di accedere alle sale, visto che prima entravano le persone che avevano acquistato il biglietto e poi gli accreditati. Fortunatamente chi scrive, assieme alle altre persone disabili, non è stato costretto a subire queste file interminabili, entrando nelle sale prima di tutti gli altri spettatori.

Solo in occasione di una proiezione in Sala Grande ho dovuto farmi spazio tra una marea di persone per potervi accedere e questo perché l'ingresso per i disabili (una lunga rampa) era stato utilizzato per far entrare gli altri spettatori e solo grazie alla gentilezza di questi ultimi sono riuscito ad entrare cinque minuti prima dell'inizio dello spettacolo.

Poi, all'interno della sala, i soliti problemi con le norme di sicurezza, che impediscono alle persone in carrozzina di sostare nei corridoi centrali, costringendole a vedere i film posizionate alla fine della sala o nei corridoi laterali. Problemi, questi, che si incontrano in molte sale cinematografiche e teatri e che potrebbero essere semplicemente risolti togliendo alcune poltrone poste al centro della sala, dando così la possibilità anche ai disabili in carrozzina di assistere allo spettacolo nelle migliori condizioni come per tutti gli altri.

Non occupo nemmeno una poltrona!

di Elisabetta Gasparini

Per incominciare un po' di cifre della Mostra: in undici giorni di proiezioni 143 film, 86 lungometraggi, 57 corti e medi, suddivisi in cinque sezioni: "Venezia '60", "Controcorrente", "Nuovi territori", "Settimana della critica" e "Venice Screenings". Undici giorni di proiezioni, otto sale cinematografiche. Quante le persone in carrozzina fra spettatori, cronisti e addetti ai lavori? L'amico Nicola con Marilena, l'amico Aldo con Martina, la sottoscritta, un ragazzo di nome Daniel, una signora francese, una ragazza inglese e alcuni altri. Tutto bene? Non ancora. Un grazie all'organizzazione della Biennale Cinema per la gratuità degli accompagnatori e per le disposizioni date al personale, sempre gentilissimo ed efficiente. Discrete le accessibilità architettoniche. Ancora un appunto, però, sulla mancanza di segnalazioni riguardo a tali accessibilità, sui parcheggi e sulle pari opportunità all'interno delle sale. Il servizio di sicurezza dice che una persona in carrozzina non può stare nei corridoi, ma deve stare di lato, magari vicino alla porta, più laterale di tutti. Perché? Se non si può stare nei corridoi per motivi di sicurezza o di intralcio, basta togliere qualche poltrona qua e là e riservare spazi alle carrozzine vicino ad un sedile riservato all'eventuale accompagnatore. Al cinema, a teatro, sul treno, in autobus, in vaporetto, ovunque possano andare tutti i cittadini. Nicola, ammonito perché non poteva stare in corridoio, ha detto: "Mi mandate via, ma come? Pago come tutti gli altri e non vi occupo neanche una poltrona!". Simpatico.

La rassegna principale "Venezia '60" è stata vinta dal film russo Vozvraschenje, "Il ritorno", di Andrey Zvyagintsev, complesso, sensibile, bello, non commerciale. Mia mamma, appena uscita dalla sala, ha detto: "Bello, non ho capito niente, vincerà!"... Scherzi a parte, è il vero film da mostra del cinema, molto particolare, che racconta di due fratelli adolescenti e del ritorno del padre che era stato lontano per dodici anni e che quindi non conoscevano. Con lui fanno un viaggio verso un'isola...

Carini e divertenti, tra i film americani fuori concorso, The Matchstick Men con Nicolas Cage grande truffatore, Anything Else di Woody Allen e Intolerable Cruelty (distribuito in Italia come Prima ti sposo, poi ti rovino), commedia simpatica, dove lui, George Clooney, è un avvocato divorzista di grido, e lei, Catherine Zeta-Jones, la bellissima a caccia di mariti ricchi. Nell'ambito della rassegna "Controcorrente", notevole l'interpretazione di Bill Murray in Lost in Translation, ove interpreta un divo del cinema e della TV, giunto a Tokyo per girare lo spot pubblicitario di un whisky. Per gli amanti del genere, poi, da vedere il film iraniano Abjad, "la prima lettera" sull'Iran prekhomeinista, il film del Bhutan Chang hup the gi tril nung, tradotto con "Viaggiatori e musicisti", il cui regista è un vero lama e il franco-libanese Le cerf-volant, del quale ha già ampiamente detto Schiavolin.

Ben fatto il film documentario Gulu di Luca Zingaretti per l'AMREF, l'associazione nota soprattutto per gli spot girati in Africa da Giobbe Covatta, nitidissimo quadro della situazione in Uganda, trasmesso anche in televisione il 14 settembre da "La 7".

E concludo parlando di quello che mi è sembrato il film più bello di tutti, Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano di François Dupeyron, presentato fuori concorso e interpretato da un grandissimo Omar Sharif e da uno splendido ragazzino sedicenne. Un film dolce, senza supereroi, sensibile, con una simpatica colonna sonora. Un'opera che mi sembra abbia parecchio da dire.

 

Articolo tratto da DM 149/150 - gennaio 2004. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com

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