DM 149/150 Gennaio 2004 Sociale Ricerca Opinioni Vita UILDM TeleThon Rubriche Miscellanea

 

Reinventarsi la vita

di Stefano Andreoli

Piovono mucche è la storia di un gruppo di obiettori assegnati alla comunità per disabili "Ismaele". Guido, Moretti, Mercalli e Pollino sono i "veterani", Matteo ("io narrante" del film) e Corrado sono i nuovi arrivati e per loro il primo approccio con gli ospiti della comunità sarà davvero scioccante. Con una pastiglia Matteo rischia di soffocare Renato, tetraplegico tossico e pluricondannato. Non certo più facile è l'assistenza a Lela, una ragazza cerebrolesa incapace di parlare e ad Alex che avverte qualche problema di incontinenza... Con Beatrice, invece, nascerà una breve storia d'amore.

Dal canto suo, Corrado deve seguire Franco, un ex camionista semiparalizzato, che in seguito morirà per un'ulcera trascurata. Proprio la morte di Franco, uno dal carattere un po' burbero, ma capace di sentimenti sinceri e benvoluto dai ragazzi, costituirà la svolta nei rapporti sia all'interno del gruppo degli obiettori, sia tra gli obiettori e i responsabili della comunità (Rodovalerio e Flora, oltre al fondatore don Anselmo).

A fronte di una gestione autoritaria e autocratica di Rodovalerio e Flora, abituati a trattare gli obiettori solo in termini di "forza-lavoro", i ragazzi passano da un atteggiamento tipo "tutti contro tutti", che finisce solo per renderli più ricattabili da parte dei responsabili, alla capacità di autogestirsi il lavoro, togliendo così spazio all'arbitrio dei coordinatori.

E quando tutto sembra andare per il meglio, ecco l'imprevisto finale: il trasferimento di Corrado e Matteo a causa dell'overdose di Renato, scampato per poco alla morte.

Un film sull'obiezione di coscienza o sulla disabilità? Angelo Abbado, psicoterapeuta al carcere milanese di San Vittore, al termine della proiezione del film ai detenuti ha coniato la definizione più azzeccata: è l'incontro tra due difficoltà che crescono e che devono giorno per giorno reinventarsi la vita.

Uno dei meriti di questa bella opera prima di Luca Vendruscolo è l'aver colto la difficoltà quotidiana dei protagonisti di "reinventarsi la vita": obiettori e disabili vengono posti sullo stesso piano, lo sforzo dell'uno nei confronti dell'altro è speculare, uguale e contrario. C'è una sequenza che sintetizza questo concetto: quella in cui Matteo, arrivato da poco, accompagna nel prato accanto alla comunità Alex e Beatrice, e tra una chiacchiera e l'altra, Alex, vergognandosi, sussurra in un orecchio a Matteo di non essere più in grado di tenere la cacca. In preda al panico, Matteo inforca immediatamente la carrozzina di Alex e correndo come un centometrista, ritorna verso la comunità, lasciando sul prato Beatrice, anche lei impossibilitata a muoversi. La corsa sarà purtroppo vana e giunti al bagno, a mali estremi estremi rimedi, Matteo - spogliato Alex - gli "sparerà" addosso il getto della doccia.

Da un lato è certamente vero che Alex è costretto a subire, oltre all'incontinenza, anche un trattamento (mi si passi l'espressione!) letteralmente... di merda, dall'altro, però, Matteo deve fare violenza su se stesso, per risolvere, in un modo che sa non essere dignitoso per Alex, una situazione a cui è completamente impreparato. E comunque a sua volta dovrà subire le rimostranze di Beatrice, involontariamente "dimenticata" sul prato.

A ciò si aggiunga anche il rapporto, spesso teso e conflittuale, tra gli obiettori e i coordinatori, autocrati un po' frustrati, ma vittime di un'altra duplice difficoltà, anch'essa purtroppo molto reale in campo associazionistico, quella di fornire un buon servizio dovendo far quadrare i conti.

Attraverso il punto di vista di Matteo (ma in realtà non c'è un protagonista vero e proprio), Vendruscolo mette in scena una serie di situazioni che inducono a riflettere sul senso e sui limiti della "relazione di aiuto". Di volta in volta, infatti, l'obiettore è chiamato, rischiando come un trapezista senza rete, ad intervenire nella vita dell'"assistito" per evitare il peggio (si pensi a quando Pallino di notte si assume la responsabilità, non essendoci medici, di inserire il catetere a Franco, che non urinava da quindici ore) o di non intervenire per evitare di sovrapporsi alla sua volontà, anche a costo di arrivare al peggio (Renato che durante gli spostamenti in furgone riceve gli amici che gli procurano la "roba" e rischia la morte per overdose).

Difficoltà relazionali, vita indipendente, sessualità, problemi di vita e di gestione della comunità e altri temi: Vendruscolo evita l'affresco, preferisce "schizzarli", lasciando poi allo spettatore la possibilità di completare il disegno o di buttarlo nel cestino. In altre parole, il tocco leggero ma graffiante, sobrio ma brioso, evoca lo stile di Dino Risi anni Sessanta e il Ken Loach di Riff raff (1991), altro bel film di "antieroi", in questo caso operai che si ritrovano disoccupati.

Più di tutto, però, Piovono mucche andrebbe visto in parallelo con Uneasy riders (2001) del francese Jean Pierre Sinapi, che come il film di Vendruscolo non solo è ambientato in una comunità per disabili, ed è interpretato dagli stessi disabili, ma ha come tema centrale la relazione di aiuto.

Julie, una giovane assistente neoassunta, viene affidata a René, distrofico, noto per il suo carattere acido e maleducato, che gli deriva dal fatto di non poter fare del sesso. Julie, superando le perplessità del direttore e infischiandosene delle critiche dei colleghi, ritiene giusto assecondare la volontà di René di pagarsi una prostituta (molto riuscita, anche sul piano comico, la sequenza in cui Julie va alla ricerca lungo la statale di una prostituita dotata di camper accessibile alle carrozzine). Il fatto doveva rimanere segreto, ma la voce si sparge ugualmente tra gli altri ospiti e così in breve tempo verranno organizzate delle vere e proprie gite, con tanto di picnic, lungo la Nationale 7. L'iniziativa finirà per avere effetti benefici sull'umore di tutti e stempererà il carattere di Renè che troverà l'anima gemella in Sandrine, l'assistente, sostituita da Julie, precedentemente maltrattata.

Sebbene con un finale un po' troppo buonista e girato con uno stile irrisolto che vorrebbe rifarsi a Lars Von Trier, l'opera seconda di Sinapi è comunque un buon film che affronta una tematica pochissimo esplorata dal cinema e, quel che più conta, con ironia e senza moralismi.

 

Articolo tratto da DM 149/150 - gennaio 2004. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com

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