|
Un lavoro vero, ma senza pensionedi Pierluigi Penna Ho 42 anni, sono invalido civile al 100% con handicap grave ai sensi della Legge 104 e bisognoso di assistenza continua. Dopo una prima parte di vita trascorsa in istituto, durante la quale ho conseguito il diploma, sono ritornato in famiglia con i miei genitori. Deceduti entrambi, ho vissuto per alcuni anni con mio fratello e la sua famiglia, poi nel '98 ho conosciuto una ragazza coetanea e nel 2000 siamo andati a vivere insieme e ci siamo sposati. Attualmente abbiamo come unico reddito la mia pensione d'invalidità, il mio assegno d'accompagnamento e la reversibilità della pensione di mio padre, poiché mia moglie, avendo scelto di accudirmi, ed essendo pertanto casalinga-assistente-infermiera, non può lavorare mancandole il tempo materiale e non potendo lasciarmi solo per lunghi periodi. Il nostro Comune, devo dirlo, ci aiuta, riconoscendomi, tramite un finanziamento regionale, un contributo per nove ore settimanali di assistenza, ma poiché le ore di una settimana sono 168, alle rimanenti 159 pensa mia moglie... Pur avendo quindi solo il mio reddito (circa 1200 euro complessivi al mese, considerando la tredicesima), oggi, con sacrifici, mutuo da pagare ecc., non avendone quasi mai per il risparmio o per il superfluo, "tiriamo avanti" e sebbene con qualche mugugno, non ci lamentiamo troppo. Il vero problema però è il futuro di mia moglie nella vecchiaia, quando non ci sarò più io e il mio reddito, perché lei non avrà diritto a nulla. Infatti, le mie pensioni - quella di invalidità e di reversibilità - non danno diritto ad una reversibilità a suo favore. Ed è qui a mio parere che scatta l'ingiustizia. Una persona si sacrifica, per amore, lavorando (perché di vero lavoro si tratta) dentro le mura domestiche, in silenzio, ventiquattr'ore ore su ventiquattro, senza festività né ferie, anche quando sta male, perché la persona che accudisce può anche non mangiare, può anche non bere, ma alla pipì, pur stringendo i denti per tenerla fino a scoppiare, non si può dire di no, con il risultato che, poiché non riesce ad andare in bagno da sola, ci si deve alzare dal letto, con la testa che gira, anche se le forze mancano, per aiutarla. Il tutto fino alla sera, quando tornerà l'assistenza esterna che lo metterà a letto, come lo ha alzato questa mattina. Si tratta in sostanza del mancato riconoscimento di un lavoro che non appare, che non è visibile, ma che aiuta a far apparire, a far vedere l'Italia come paese civile, perché i disabili si tengono in famiglia, inseriti nella società, non in istituto! Mi domando: quanti nel nostro Paese tra madri, padri, fratelli, sorelle, mogli o persone care hanno scelto di tenersi in casa e di accudire amorevolmente un disabile grave, consci di effettuare un vero lavoro non retribuito (e questo può passare), ma che, per colmo, non dà diritti futuri? Quante persone si trovano nella situazione di mia moglie di non poter lavorare fuori casa con dei contributi versati ai fini pensionistici? Vi sembra giustizia questa? Bisognerebbe non retribuire quest'oscuro lavoro, ma almeno riconoscergli dei contributi figurativi per ogni anno di "servizio" o quantomeno riconoscere la reversibilità delle pensioni che avevano le persone da loro accudite, dopo il loro decesso. Riguardo poi ai contributi figurativi, non si riconoscono già a certe categorie di lavoratori che svolgono lavori cosiddetti "usuranti"? Quanto ne passa perché il lavoro svolto da queste persone sia riconducibile a questi? Voglio concludere aggiungendo che per trovare soluzioni ai problemi non c'è bisogno di dedicar loro degli "Anni" specifici che in genere vengono spesi in riunioni e convegni dove si sottolineano, si vivisezionano, si studiano al microscopio e si passano ai raggi X i problemi stessi, per giungere alla conclusione che effettivamente esistono e che bisogna trovare soluzioni, sulle quali si comincia poi a discutere... Tutti questi studi e discussioni sono costati 365 giorni e quindi il 31 dicembre non c'è più tempo per approvare con delle leggi le soluzioni trovate... A quel punto c'è solo il tempo per spegnere i riflettori, uscire dall'ultimo convegno, brindare all'anno nuovo e i problemi tanto studiati restano irrisolti, insignificanti e dimenticati da qualche parte...
Articolo tratto da DM 149/150 - gennaio 2004. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com |