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L'accessibilità totaleIntervista a Raul Pantaleo Qualche anno fa ci avevamo provato: interpellare una serie di celebri architetti italiani, per sapere la loro opinione sulla progettazione accessibile e altri temi del genere. Ma dopo un po' - di fronte alla sconcertante impossibilità di trovare delle risposte - ci eravamo arresi, limitandoci a dare spazio a Poul Ostergaard, insigne architetto danese, che ben volentieri aveva accettato la nostra intervista (Gli handicap dell'estetica, in DM 125). Recentemente - e del tutto per caso, dopo una serie di contatti riguardanti la ristrutturazione della sede di Banca Popolare Etica, a Padova - abbiamo avuto l'occasione di avviare un proficuo rapporto di collaborazione con Raul Pantaleo, giovane architetto milanese, progettista e consulente nei settori dell'architettura bioecologica (materiali e processi produttivi) e della riqualificazione urbana, che si occupa di gestione e mediazione dei conflitti nei processi di progettazione partecipata e comunicativa. Egli si occupa inoltre di tecniche di comunicazione sociale e grafica per le Pubbliche Amministrazioni e per il Terzo Settore. Ne è nata un'interessante chiacchierata, che presentiamo ai nostri lettori. (Stefano Borgato) Dopo un incontro praticamente casuale, occasionato dal progetto di ristrutturazione della sede di Banca Etica a Padova, siamo riusciti ad avviare un positivo rapporto di collaborazione. Ma le era già capitato di affrontare finora nel suo lavoro problemi legati all'accessibilità per le persone con disabilità? Noi professionisti affrontiamo quotidianamente il tema dell'accessibilità, dovendo adeguare i progetti alla normativa vigente in materia. Si tratta quindi di una questione sempre presente nella pratica professionale, ma spesso ho avuto modo di notare che in molti colleghi essa viene vissuto come "un fastidio", come una delle tante incombenze amministrative da assolvere, senza comprendere la valenza sociale che quest'atto ha nel progetto. Affrontando la ristrutturazione di Banca Popolare Etica abbiamo voluto confrontarci invece con il tema dell'accessibilità totale, intesa come luogo della compresenza, in senso fisico e concettuale. Pensare una nuova sede per questa istituzione ha significato infatti immaginare un edificio che la rappresentasse nelle sue valenze e che contribuisse a diffonderne i valori di tolleranza e di inclusione. E del resto qualsiasi edificio si relaziona con un luogo, con la sua storia, con l'ambiente che lo circonda e può influenzare profondamente il contesto in cui si colloca e il modo di vivere e percepire uno spazio. Non si è trattato solo di una questione di immagine esteriore (ad esempio un palazzo neoclassico, un opificio di archeologia industriale, o un edificio hi-tech in vetro, con l'insieme di suggestioni e simboli che ognuna di queste figure evoca), ma di un complesso di scelte che devono coinvolgere i materiali costruttivi (biocompatibili, ecologici, riciclabili), i sistemi tecnologici (a basso livello di dispersione e consumo energetico e con energia da fonti rinnovabili), le modalità di gestione (costi di esercizio e flessibilità d'uso), l'attenzione verso l'altro (in particolare verso chi subisce l'assenza di diritti, come i disabili, gli anziani, i bambini). Nel progetto di Banca Etica è stato messo in atto un principio del costruire e dell'abitare che ha posto in primo piano l'uomo e l'equilibrio con quell'ambiente che condivide con altri umani e non-umani: un concetto che riteniamo parte non trascurabile della filosofia che ispira l'azione stessa di questa istituzione. L'idea di base, pur nei limiti dei vincoli di una ristrutturazione (circa il 70 % dell'intervento), è stata insomma quella di pensare all'organismo edilizio come uno spazio aperto e fruibile anche dal punto di vista concettuale. Credo infatti che le barriere siano sia di tipo architettonico che mentale e che derivino spesso dall'incapacità di pensare allo spazio come a un organismo unitario e vitale (accessibilità = vita), fin dal primo approccio al progetto. Per questa ragione, per la nuova sede di Banca Etica si è pensato a un "dispositivo di accessibilità", un sistema integrato che garantisse piena accessibilità fisica e mentale. La cultura contemporanea ha prodotto norme che - almeno sulla carta - tentano di tutelare i diritti degli anziani e dei disabili. Non sempre però, di queste indicazioni, si trova traccia nell'operare dei progettisti, in particolare negli interventi di restauro o di conservazione. Come interpreta e giudica questa contraddizione? Come dicevo poc'anzi, è essenzialmente una questione di cultura. Parliamo di norme e non di consuetudini, di regole e non di attenzione all'altro. Frequentemente il tema dell'accessibilità viene vissuto come un incidente, spesso un'aggiunta dell'ultimo momento. L'attenzione al tema dell'altro significherebbe, invece, fare dell'altro, del "diverso da sé" uno dei temi del progetto. Purtroppo la progettazione è spesso prodotta da un sistema performativo ed estetico che si impone come criterio di verità, validità e fattibilità, e quindi presupponendo una verità precostituita che si impone anche in modo violento. Essa non pone cioè alla base del suo agire il principio di responsabilità nei confronti delle conseguenze che può generare verso le persone che saranno oggetto delle sue scelte e che troppo spesso ne subiranno le "violente" conseguenze anche nel futuro. Per questo penso che uno spazio "bello" non necessariamente sarà uno spazio utile; al contrario, uno spazio "bello" che si impone con la violenza sarà sicuramente uno spazio "sbagliato", non tutelato dai suoi stessi fruitori. La tutela dei diritti, se trattata esclusivamente dal punto di vista normativo, diventa una sterile procedura; è necessario creare attenzione e questo deve iniziare a partire dall'università, dove tale tema troppo spesso viene ignorato. Facciamo un esempio: un museo antico, ideato in un periodo storico nel quale un disabile era comunque "marginale", dovrà rimanere per sempre inaccessibile a una persona in carrozzina o secondo lei sarà possibile riadattarlo senza "violentarne" l'estetica e la storia? E' difficile generalizzare, ogni caso fa storia a sé, certo è che accessibilità significa soprattutto attenzione da parte di chi progetta e di chi gestisce un luogo. Per quanto attiene ad importanti luoghi storici non trasformabili senza grave danno, forse sarebbero sufficienti dei servizi di assistenza efficienti a cui rivolgersi: dei dispositivi integrati che permettano di superare le barriere in modo fisico, ma soprattutto in modo che potremmo definire "socialmente condiviso". Il problema credo vada posto proprio su questo punto. A cosa serve un bagno accessibile se poi viene usato come deposito? Oppure un montascale, se poi non è funzionante o non si trova l'addetto con la chiave? Il tema dell'accessibilità dev'essere vissuto come patrimonio condiviso di una collettività che richiede con fermezza che tutti i cittadini abbiano diritto alle stesse opportunità in termini di mobilità e di fruizione di servizi. Insisto, è ancora un problema di cultura... A suo tempo DM aveva tentato di proporre alcune interviste ad architetti italiani molto famosi, per capire se e come si fossero posti i problemi relativi all'accessibilità. L'idea non ebbe seguito, soprattutto a causa dei problemi incontrati nel trovare la disponibilità di quei personaggi. Come mai tante difficoltà? Solo molti impegni o c'è dell'altro? Non è, a mio avviso, un problema di tempo o di impegni. Un progettista di fama ha un ruolo sociale a cui non dovrebbe MAI sottrarsi e per questo giudico doppiamente colpevole questa mancanza. Il problema è che il tema dell'accessibilità viene spesso vissuto come una questione accessoria, un "fastidio" normativo che, se affrontato solo al termine del processo progettuale, diventa quasi una specie di vessazione nei confronti della "purezza" dell'opera architettonica. Lo scarto culturale è convincere i progettisti che questo tema è tra i princìpi fondativi del progetto, da collocare a monte e non a valle, cercando poi di "adattare" l'opera. Restando in tema, avrà seguito l'ampio dibattito relativo al progetto per il quarto ponte di Venezia, ideato da Santiago Calatrava, nel quale in un primo tempo non si era tenuto conto dei problemi di accessibilità. Noi riteniamo - e l'abbiamo detto in varie sedi - che anche alla luce della "visibilità" di Venezia, in Italia e nel mondo, ci si sarebbe dovuti muovere ben diversamente. Che ne pensa di tutta la vicenda? Mi riallaccio a quanto dicevo prima, questa vicenda ha dell'incredibile! E' inconcepibile che un'importante opera, peraltro senza grandi vincoli dal punto di vista spaziale, come quelli riscontrabili in un edificio storico, sia stata progettata senza tenere in considerazione le persone diversamente abili. Come è incredibile che un grande professionista come Calatrava e i suoi collaboratori non abbiano preso in considerazione nella fase preliminare questo tema. Affrontando solo a valle il problema, è evidente che il progetto subisce una violenza nei suoi principi ispiratori, dovendo rincorrere un adeguamento che, in questo caso, vista la pulizia e l'eleganza dell'opera, risulta essere difficilmente conciliabile con il fattore estetico. Ma, ripeto, è esclusivamente un problema di cultura. Questo genere di cose semplicemente non dovrebbero accadere, tanto più in un'opera di valenza pubblica e di visibilità mondiale. In conclusione, quale pensa possa essere l'azione più incisiva da parte di associazioni come la UILDM per favorire la diffusione di una filosofia di progettazione che ci piacerebbe definire "il più democratica possibile"? Lo scarto culturale è convincere i progettisti che il tema dell'"accessibilità totale" è tra i principi fondativi del progetto da affrontare a monte, e non a valle, cercando di adattare il progetto solo in seguito. Penso che tale consapevolezza sia acquisibile soltanto in forma esperienziale, vivendo fisicamente le difficoltà che si incontrano a non riuscire ad entrare in un bagno o a fare una scala. E questo deve iniziare dall'università, che è un luogo di sapere e di sperimentazione, ma anche negli ambiti professionali dei vari ordini. La cultura nasce dall'esperienza, dall'avere vissuto realmente il problema; a questo punto le norme diventeranno "vive" e il tema dell'accessibilità non verrà più inteso come un accessorio, ma come "azione consapevole". Credo che l'architettura debba riflettere con cura sul significato di individuo, di inclusione, di tolleranza, elaborando modelli che possano condurre ad un rinnovamento sociale basato su rapporti nonviolenti tra individui. Recuperando come progettisti quei valori solidali che fanno di noi stessi una componente del sociale, ci rapportiamo non soltanto con i bisogni e con i diritti degli altri, ma anche con i significati intrinseci e fondanti la società stessa. E' attraverso un'assunzione diretta di responsabilità che si affermano infatti quei valori di consapevolezza e di appartenenza che sono posti alla base dell'identità collettiva e che definiscono la storia e la vita di un territorio, di una città, di un gruppo sociale. I processi di partecipazione possano insomma aiutare a creare degli spazi condivisi e non estranei a chi li abita: veri e propri spazi di nonviolenza!
Articolo tratto da DM 149/150 - gennaio 2004. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com |