DM 149/150 Gennaio 2004 Sociale Ricerca Opinioni Vita UILDM TeleThon Rubriche Miscellanea

 

Una partita in panchina

di Carlo Macciò

Scrivo direttamente al Presidente del Consiglio e ai Ministri tutti del Governo Italiano, come persona che, rispetto a chi gioca attivamente la partita della vita, si trova ad assistervi "dalla panchina", con la necessità, specie nelle giornate fredde, di essere accompagnato dovunque, costringendo i propri familiari a una "vita da mediano" per essere in qualche modo integrato nella società.

Vi sono sinceramente grato per non aver cercato di usare i nostri problemi per ottenere il consenso elettorale e quindi l'onere (e l'onore) di guidare il governo della nostra nazione in questi anni, ma ora, da cittadino, chiedo ad ognuno di voi di lavorare... anche per noi, perché anche chi siede "in panchina" sia messo in grado di giocare la propria partita personale e di segnare, con l'integrazione sociale, il cosiddetto "gol della vita".

Come uomo in perfetta salute - nonché come presidente di una squadra di calcio - Lei, Presidente del Consiglio, conosce certamente l'importanza dell'allenamento fisico di tutti i giocatori per il raggiungimento di un unico, importante obiettivo: la vittoria, vista come frutto del lavoro di tutti, quindi anche di chi è momentaneamente seduto, ma potrebbe essere chiamato in ogni momento ad entrare in campo. E ciò vale anche per noi che, per mezzo della fisioterapia, combattiamo ogni giorno contro i mali che limitano la nostra autonomia, cercando di vincerne o di limitarne il più possibile le conseguenze, ma che, in questa lotta, ci troviamo a volte ad affrontare lunghe liste d'attesa e a frequentare palestre prive di quelle attrezzature che possano aiutare sia noi che il personale nelle delicate manovre di sollevamento e trasferimento dalla carrozzina al particolare lettino medico utilizzato per svolgere i vari esercizi. Oppure ad essere, al bisogno, ricoverati in strutture sanitarie che a volte non consentono adeguate condizioni di soggiorno ai degenti (essendo ad esempio caratterizzate dalla presenza di barriere quali scalini, porte strette, pavimentazioni sconnesse o non disponendo di un adeguato servizio di manutenzione per sopperire a tali situazioni e ad eventuali guasti che possano verificarsi a danno degli ausili in dotazione) e di lavoro a chi da esse dipende, guadagnandosi, con ammirevole impegno, il pane quotidiano.

A volte il problema della disoccupazione tocca da vicino anche le nostre famiglie. A tal proposito penso che bisognerebbe cercare di combattere quest'umiliante condizione, creando, in ogni settore delle attività produttive (industria, commercio, artigianato, servizi) cooperative in cui il lavoratore potesse esercitare la propria professione, essendo remunerato con le somme che oggi sono chiamate indennità di disoccupazione, fino al raggiungimento della nuova posizione lavorativa. Sentendosi, in tal modo, ciò che nessun uomo, finché vive e lavora onestamente, cessa di essere: utile a se stesso, alla propria famiglia, alla società civile.

A proposito delle risorse finanziarie spettanti di diritto a chi abbia lavorato per una vita o a chi, purtroppo non possa lavorare, suggerisco di adeguare le pensioni al costo della vita, in relazione, oltre che ai contributi versati, alla gravità delle avverse condizioni di salute fisica e di rivedere i limiti minimi di età (attualmente fissati a sessantacinque anni), per accedere all'adeguamento ad un milione dell'assegno mensile perché c'è chi, purtroppo, a causa di malattie, incidenti stradali (che ogni anno causano situazioni di grave disabilità permanente a circa ventimila persone), domestici o sul lavoro, è costretto a sedere a vita sulla più scomoda delle "panchine": la sedia a rotelle... E per sedervi, ahimè, non c'è alcun limite minimo di età!

Anche in questa condizione ogni persona deve comunque trovare il modo di vivere pienamente, godendo dei diritti riconosciuti a tutti i cittadini, primo fra tutti la completa integrazione sociale con la possibilità di risiedere in alloggi accessibili, di studiare e lavorare in strutture che ne rispettino i limiti fisici, di accedere alle cure dello specialista di fiducia, senza doversi preoccupare per la presenza di barriere o per l'entità della parcella, di acquistare, avendo potuto conseguire la patente di guida, la relativa automobile, oppure di disporre di una nuova carrozzina, di un computer o di un telefono cellulare (apparecchi che, se per altre persone sono solo uno strumento di lavoro, per noi sono mezzi preziosi per il raggiungimento di una degna qualità della vita). E ancora, di essere assistito nelle proprie necessità da persone (anche straniere) oneste, sensibili e competenti, potendo, per questo servizio, dar loro la giusta paga mensile. Per non chiedervi, in sostanza, di legalizzare, con l'eutanasia, il proprio suicidio, atto contrario all'umanità della persona in quanto negazione dell'inestimabile valore della vita. Tutto ciò perché anche noi siamo cittadini italiani. Scusate se è poco, ma per noi è più che sufficiente per dirvi questo: per cortesia, datevi da fare!

 

Articolo tratto da DM 149/150 - gennaio 2004. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com

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