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Stasera in piazza!di Claudio Imprudente* Un luogo mi è particolarmente caro: la piazza. Con questa sua forma quadrata e spesso circolare: uno spazio che si apre tra le case, i negozi, le chiese e gli edifici. Su una piazza si affaccia sempre un bar, con i suoi tavolini, i profumi e la gente che prende un caffè o beve una birra mentre scambia due parole. Così gli uomini passano dalla piazza, incontrano un amico e colgono l'occasione per fermarsi, darsi una pacca sulla spalla per poi mettersi a discutere di calcio o di politica. Le donne invece passeggiano tra un acquisto e l'altro, ma non dimenticano di passare dalla piazza per vedere un po' chi c'è in giro, così, per fare due chiacchiere. Ci sono poi i bambini che giocano, tranquilli del fatto che in piazza non passano macchine, al massimo qualche bicicletta... Insomma, un luogo in cui la gente passa e si ferma; in cui ci si incontra con la voglia di passare un po' di tempo insieme. Non sono diventato un poeta, mi sto dilungando in descrizioni, ma ora arrivo al dunque. Dicevo che a me la piazza è stata davvero cara, soprattutto negli ultimi anni. Lo è stata proprio per queste sue caratteristiche di incontro e scambio sulle quali non ci si ferma mai a riflettere, nonostante dalla piazza passiamo sempre tutti, chi più o chi meno. Io invece credo di poter trarre anche da questo luogo uno spunto interessante. La piazza vede sempre tanta gente, per questo può essere davvero un buon palco e, come tutti i palchi, può avere anche la grande potenzialità di innalzarti a essere protagonista alla pari delle relazioni che in piazza si intrecciano, ma può anche distruggerti, lasciandoti ai margini, pensandoti incapace di metterti in relazione. Per me ci sono tante e diverse piazze: a partire da quella paesana, di incontro di amici e conoscenti, a quelle un po' "diverse". Penso ad esempio ai convegni, anzi ai palchi dei convegni ai quali sono spesso invitato a parlare, alle trasmissioni televisive e radiofoniche alle quali ho partecipato, alle serate di presentazione dei miei libri, alle manifestazioni di apertura di varie iniziative. Queste sono le mie piazze, i luoghi che - dicevo prima - mi sono cari. Lo sono perché costituiscono occasioni in cui incontro persone, scambio con loro contenuti ed esperienze; sono luoghi però che potenzialmente portano con sé dei rischi. Essere su un palco significa camminare su una sottile linea di confine tra la partecipazione attiva, propositiva, in cui io sono una persona che porta la sua proposta culturale e una situazione in cui è la mia condizione di diversabile che diventa il fenomeno da baraccone. Come ogni situazione della vita, anche la piazza dev'essere gestita, in modo da sfruttarne le potenzialità e non inciampare nei rischi. Per questo credo sia importante arrivare alla piazza avendo spalle robuste e ben preparate da una corretta consapevolezza di sé, delle proprie potenzialità; una buona dose di autostima che aiuti a far diventare interessanti le proprie abilità e anche i propri limiti, in modo da suscitare nella gente la voglia dell'incontro, della relazione e dello scambio. Il tutto non può non essere farcito da un pizzico - che in me non è proprio un pizzico - di sana autoironia: ridere un po' di se stessi non fa mai male, avvicina le persone abbattendo ogni possibile barriera. Lo sappiamo, il deficit mette a disagio per i motivi che ho già spiegato in altri articoli, allora che fare? Bisogna mettere le persone a proprio agio e qual modo migliore che farsi insieme una bella risata? Prendersi un po' in giro aiuta non a ridere dei diversabili ma a ridere con i diversabili. La piazza ha anche un'altra caratteristica che mi affascina: la sua capacità di mettere in rete le notizie e le persone; si pensi per esempio a quanto circolano i pettegolezzi di paese: una volta che riescono ad arrivare in piazza, ecco che diventano immediatamente di pubblico dominio. Così il fatto che si tratti di luoghi di relazione fa sì che abbiano la grande potenzialità di saper creare delle grandi reti di contatti e di persone. Allora la diversabilità stessa può diventare piazza, dunque luogo d'incontro e di scambio. Certo, bisogna avere voglia di andare alla piazza; molto spesso è più comodo svicolarla e passare da vie periferiche, più buie, meno affollate. Mi spiego, è certo più facile starsene in casa davanti alla TV oppure uscire ma non entrare in relazione alla pari con le persone per accettare da queste solo l'assistenza ponendosi in un atteggiamento vittimistico di chi è stato colpito dall'ingiustizia della vita; oppure ancora chiudersi in se stessi, creandosi un proprio mondo che non è lo stesso mondo degli altri. I nostri giorni hanno invece la fortuna di vivere su una "megapiazza": l'Anno Europeo delle Persone con Disabilità. La stessa Comunità Europea ha sottolineato come uno degli obiettivi del 2003 fosse proprio quello di dare visibilità alle persone diversabili. Tante allora sono le piazze sulle quali possiamo incontrarci come protagonisti attivi e propositivi di una cultura nuova; sono piazze politiche, cinematografiche, televisive, culturali, sportive, radiofoniche, musicali, sociali, multimediali... e chi più ne ha più ne metta. E allora, cosa aspettate? Scendete in piazza! *Presidente del Centro Documentazione Handicap di Bologna. In collaborazione con Alessandra Pederzoli.
Articolo tratto da DM 149/150 - gennaio 2004. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com |