DM 149/150 Gennaio 2004 Sociale Ricerca Opinioni Vita UILDM TeleThon Rubriche Miscellanea

 

Lo zen e l'arte di sopportare la distrofia

di Gianni Minasso

Lo zen nacque tanti anni fa in India, fu esportato in Cina da un certo Bodhidharma e nel dodicesimo secolo continuò il suo viaggio verso il Giappone. Una sua definizione lapidaria potrebbe essere quella che lo identifica come "uno speciale insegnamento senza testi codificanti che, al di là delle parole, ha come traguardo l'essenza spirituale dell'uomo il quale, grazie ad esso, raggiunge l'Illuminazione". In Occidente è stato per lo più metabolizzato in modo banale, come l'ennesima filosofia esotica da apprezzare in considerazione della sua decisa opposizione al materialismo di cui siamo fin troppo impregnati.

Sulla scia di questo sfruttamento è possibile tentare un'ulteriore appropriazione, magari un poco ardita ma senza dubbio pittoresca: in fondo lo zen può essere comparato per molti versi alla distrofia muscolare, al punto che spesso un distrofico si ritrova ad essere, suo malgrado, un irreprensibile filosofo zen. Un accostamento audace, certo, ma se si è "più attenti all'essere che all'agire", allora quest'affermazione può diventare minimo comun denominatore di tale paragone. E non solo.

Lo zen non è una religione o una setta, bensì un'"esperienza". Altrettanto si può dire della nostra malattia preferita e anche se qualche tesserato UILDM è riuscito a trasformarla in una specie di concezione mistica, pochi casi non fanno di certo testo.

Non si può capire lo zen ingabbiandolo entro precise staccionate o attribuendo ad esso caratteristiche ben delineate. Studiarlo non è alla portata di tutti; ponderosi manuali non servono a nulla. Intricato e complesso, per entrare in contatto con esso necessitano anni e a volte non basta neppure un'intera vita per comprenderlo. Non si potrebbe dire la stessa cosa per la distrofia?

Il discepolo zen lotta per affinare il proprio intuito al pari di chi finisce in carrozzina con i muscoli knockout. Il carrozzato in effetti si dedica più o meno volontariamente a una sorta di continua meditazione su vita, difficoltà di varia natura e l'ultima sconfitta della Juve in campionato. A parte il calcio, anche l'adepto dello zen pone in primo piano la cosiddetta "meditazione seduta", senza impegnarsi consapevolmente verso una meta, "assiso pacificamente senza far niente" (Zazen = distrofia, vero?). Inoltre il caposaldo dell'autodisciplina trova in entrambi i concetti una piena rispondenza: infatti, chi più del distrofico è pronto a sopportare, spesso in silenzio, il dolore, gli sbalzi di temperatura, la noia, le frustrazioni, le varie impossibilità... Basterà qualche anno di anzianità dopo la biopsia e ben pochi si baloccheranno ancora con quelle aspirazioni superflue così esecrate da questa dottrina orientale.

Il seguace dello zen ha il compito di "ripulire" il proprio cuore da tutte le impurità prodotte dalla "Conoscenza" e quindi di ristabilire l'"Innocenza". In ciò il distrofico ha gioco facile: lui è già innocente, se non altro per l'impossibilità muscolare nel commettere crimini!

La semplicità di vita zen è raggiunta dall'ammalato neuromuscolare fin dall'infausta diagnosi. Infatti la routine carrozzina-letto-fisioterapia è raramente interrotta da avvenimenti più macchinosi. Semmai le complicazioni sono totalmente a carico degli assistenti, che ovviamente non hanno tempo da perdere con gli strani saperi di paesi lontani. Anche in relazione all'"integrarsi umilmente con l'umanità, concretizzando con misericordia la propria presenza su questa terra", non sorgono eccessivi problemi di affinità. Inoltre il disprezzo per il formalismo, e cioè per la cura esagerata dell'apparenza a scapito della sostanza, è facile da mettere in pratica da chi è stato prostrato così tanto nel corpo e nella mente grazie a un DNA a dir poco mattacchione.

Sotto l'azione dell'ammaestramento zen, la vita e l'esperienza spirituale si dovrebbero amalgamare, così come succede con la distrofia che, pure lei, offre ai più dotati fra i suoi discepoli la famosa "Illuminazione" metafisica e cioè la vera capacità di determinare il valore dell'esistenza. Infine, non riesco a trovare qualcosa di più calzante della seguente, possibile, descrizione comune per zen e distrofia: il fascino inafferrabile dell'incompletezza.

Certamente il distrofico non è in grado di realizzare alla perfezione tutte le indicazioni zen. In genere gli mancano alcune quisquilie tipo la devozione al lavoro (con tutte le pensioni di invalidità in giro...). La paura in lui non solo non è scomparsa, ma spesso aumenta; i dubbi sussistono indisturbati e in quanto ad aver abolito le emozioni estreme, basta immaginare la prima volta in cui si usa l'Insufflator o un tipo nervoso che spinge la carrozzina, per rendersi conto dell'insufficiente equilibrio interiore conseguito. L'ispirazione zen è caratterizzata da una pace e una comprensione universale assolutamente scevre di atteggiamenti ingenerosi o da qualsivoglia azione egoistica, mentre ogni tanto l'iscritto alla UILDM vorrebbe spaccare qualcosa o qualcuno. In quanto poi all'arrivare "a godere della vita in beata tranquillità, permeati da dolci sensazioni di appagamento...", beh, ce ne corre! A parte l'inerzia dei casi patologici più gravi, davvero non riesco a ricordarmi nessun ammalato neuromuscolare (me compreso) che abbia ottenuto questo lodevole risultato.

Comunque non disperiamo: questi sono obiettivi che dovrebbero centrare non solo i distrofici, bensì tutti. Se lo zen è una strada verso il raggiungimento della perfezione, probabilmente non ci arriveremo mai, ma cerchiamo almeno di avvicinarci. Ci servirà. E poi chissà che un giorno, in piena sintonia zen, potremo osservare la nostra fine come "un petalo che cade da un fiore".

 

Articolo tratto da DM 149/150 - gennaio 2004. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com

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