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Al di qua del bene e del maledi Francesca Arcadu La notizia lì per lì potrebbe far sorridere, il titolo Rapine in sedie a rotelle può infatti evocare ricordi cinematografici. In realtà, la cronaca apparsa a metà giugno sul "Tirreno" riporta la vicenda giudiziaria di un uomo di sessantun anni, noto alla giustizia per aver compiuto nel corso degli anni numerose rapine a mano armata, anche a portavalori, evaso rocambolescamente negli anni Novanta dalla clinica di San Camillo di Forte dei Marmi su una sedia a rotelle, con l'aiuto di alcuni complici. Sì, proprio un ladro a quattro ruote quello che lo scorso giugno è finito nuovamente in manette per la rapina ad un ufficio postale, dal magro bottino di circa 400 euro. La cosa in sé non desterebbe riflessioni, se non fosse per il fatto che il gesto è stato compiuto durante gli arresti domiciliari, concessi per via delle condizioni di salute, dopo l'ultima rapina compiuta nel '94. L'uomo, tredici anni prima, era stato colpito da una raffica di mitra durante un conflitto a fuoco con le forze dell'ordine e da allora aveva accusato problemi di natura fisica; il tribunale di sorveglianza gli aveva concesso gli arresti domiciliari a causa dell'incompatibilità dello stato di detenzione con le condizioni carcerarie, concedendogli anche tre ore di libertà incontrollata "per attendere alle esigenze della vita". Tralasciando gli aspetti più strettamente giudiziari o di cronaca, la notizia fa riflettere per le condizioni della persona, oggetto di un trattamento di particolare benevolenza, oltre che per l'età, per la sua disabilità fisica. Verrebbe quindi da pensare che la legge non sia allora davvero uguale per tutti. In realtà si potrebbe portare il discorso su due piani ben diversi. Da un lato, se ci si sofferma a pensare allo stato in cui versano le carceri nazionali - sovraffollate, fatiscenti e spesso edificate decenni fa - non si fatica a considerare quanto possano essere lontane da quegli standard che rendono un edificio accessibile e vivibile per una persona con handicap fisico. Naturalmente non è solo questo a determinare l'incompatibilità con il regime carcerario in persone con disabilità (oltretutto i diversi gradi di disabilità e di reati connessi vengono affrontati in maniera distinta dalla legge), ma è evidente che spesso, anche qualora le condizioni fisiche di una persona su sedia a rotelle fossero compatibili con la permanenza in carcere, verrebbero rese impossibili dalla non accessibilità dell'edificio. E qui si potrebbe affermare che le stesse battaglie per l'accessibilità dei luoghi pubblici dovrebbero essere portate avanti anche per una migliore condizione delle carceri nostrane, delle quali peraltro non si parla quasi mai dal punto di vista in questione. D'altronde le pari opportunità passano attraverso i diritti, come quello di potersi muovere nelle città, ma anche per il dovere di espiare una pena se si è contravvenuto alla legge. E in questo caso si è davvero tutti uguali! Però, sul secondo piano di riflessione, ci può essere dell'altro e probabilmente il discorso delle pari opportunità "portato all'estremo", ovvero alle punizioni inflitte a chi si è macchiato di un crimine, lascia scoperto filosoficamente chi porta i segni di una disabilità, "dimenticato" metaforicamente e strutturalmente all'interno degli edifici carcerari perché non compreso tra coloro che siano ritenuti in grado di commettere un crimine. Forse il discorso si fa un po' troppo lato, ma non credo di sbagliare affermando che tutto è riconducibile all'immagine super partes della persona disabile, incapace di commettere un reato perché già provata dagli eventi. Una sorta di assoluzione già meritata in partenza che si riflette nell'immagine positiva, benevola, innocente al di là del bene e del male, con cui spesso le persone disabili vengono viste e riportate all'interno della società. Può far sorridere, a questo proposito, la vignetta di un giornale in circolazione qualche mese fa che auspicava una legge davvero uguale per tutti, raffigurando un patibolo accessibile attraverso una lunga e comodissima rampa. L'impatto con l'immagine lascia inizialmente perplessi per la forza del messaggio, volutamente provocatorio ma efficace, per poi cedere spazio a qualche considerazione fatta col sorriso sulle labbra. Un disegno che sintetizza efficacemente la realizzazione delle pari opportunità in ogni campo. Ma se ci pensiamo... in fondo i concetti etico-giuridici del bene/male, dei diritti/doveri, dell'innocenza/colpa rappresentano due facce della stessa medaglia, inscindibilmente legate nell'esistenza e nelle vicende di ciascuno, tanto da essere spesso difficili da distinguere. E nessun essere umano, disabile o meno, dovrebbe ritenersi esente da entrambe.
Articolo tratto da DM 149/150 - gennaio 2004. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com |