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I fili di convivenze divisedi Piero Stefani* Riceviamo dalla UILDM di Bologna e ben volentieri pubblichiamo questa presentazione, curata dal filosofo Piero Stefani, di Raccontare il patto, la più recente opera di monsignor Giovanni Catti, raffinato studioso della Bibbia, responsabile dello scoutismo cattolico, promotore di iniziative interetniche e di azioni per la pace, pedagogista e preside dell'Università dei Burattini della città felsinea. Nel linguaggio corrente, quando si assume in modo impegnativo la parola "patto", si tende a impiegarla al singolare. Se una persona si sta rivolgendo a un'altra per esprimerle la propria volontà di impegnarsi fedelmente e stabilmente nei suoi confronti, le comunicherà il proprio impegno a stringere con lei un patto; se invece le dichiara di volersi cautelare delimitando le pretese reciproche, userà il plurale, comunicando la propria intenzione di scendere a patti con lei. Non per nulla nel proverbio "patti chiari e amicizia lunga", l'essere amici non è inteso nel suo valore più alto di contrassegnare un legame sicuro tra due persone, ma è visto come una forma di tolleranza reciproca basata sul rispetto di confini prestabiliti, vale a dire, per esprimersi in parole povere, sulla scelta di non pestarsi i piedi a vicenda. Giovanni Catti, sacerdote domenicano bolognese assai noto sia per il suo impegno pedagogico diretto in particolare all'educazione alla pace, sia per l'apertura spirituale che lo ha portato a frequentare con uno stile inconfondibile molti ambienti e a coltivare relazioni con gruppi e persone della più varia provenienza (se ne ricordi ad esempio l'opera Quando il vicino di banco si chiama Abdul Karim o la cura del periodico "Don Milani e la pace"), ha pubblicato non molto tempo fa un breve testo intitolato Raccontare il patto (Bologna, Edizioni Dehoniane, 2001), ove la scelta del singolare non è casuale. Nella formazione, nella vita e nell'insegnamento di don Giovanni, la Bibbia ha sempre avuto grande spazio. Questo volumetto ha infatti radici profonde più di mezzo secolo, risalenti all'epoca degli studi al Pontificio Istituto Biblico e della frequentazione dei ragazzi della chiesa romana di Santa Lucia in Prati. Già allora, quindi, Sacra Scrittura ed educazione cominciavano a fermentarsi a vicenda. La parola "patto" è costitutiva della Bibbia, le cui due parti che in virtù della traduzione latina si è soliti chiamare Antico e Nuovo Testamento, significano appunto Patto, Alleanza. Ma c'è di più: in ebraico, lingua in cui è stata composta la prima parte della Bibbia, la parola berit (patto) è sprovvista di plurale. In quell'antico idioma, dunque, non si sarebbe mai potuto dire "patti chiari e amicizia lunga". In definitiva, raccontare il patto significa radicarsi in un impegno capace di vincolare appieno i suoi contraenti. Sulle prime l'architettura del libro sembra per altro smentire quanto detto: partendo infatti dalla successione dei capitoli, ci si accorge che il testo inizia con patti tra gli uomini detti al plurale, mentre solo i capitoli centrali sono caratterizzati da un singolare riferito al Patto tramite cui Dio si lega agli uomini (Dai patti al Patto, pp. 23-47; Nel nuovo Patto, pp. 49-61). E tuttavia l'opera si conclude ancora con un riferimento diretto a patti stipulati tra esseri umani (I patti di pace, pp. 73-77; Un patto tra le generazioni, pp. 77-79). Perché questi plurali che incorniciano un singolare? La prima, ma non unica, risposta è che nella Bibbia le vicende e i rapporti interumani rivendicano a loro stessi un ruolo cruciale. I patti raccontati nella prima parte parlano infatti della volontà di scongiurare contrasti sia pubblici che privati (come il patto di Abramo con Abimèlec, di Giacobbe con Libano, di re Sèdecia con il popolo) o di rafforzamento di amicizie personali, come nel caso, toccante, di Davide e Gionata, amici legati da un vincolo in cui l'uno amava l'altro come se stesso (Samuele 18,3). A questi esempi succede la narrazione del Grande Patto (sempre detto al singolare) con Adamo, Noè, Abramo, Mosè, Aronne, Davide e in Gesù. Qui il singolare non può che significare la perennità dei legami fondati e stabiliti da Dio. Una certezza, questa, che si deduce - secondo la più adeguata comprensione della visione biblica riproposta con efficacia dall'attuale insegnamento della Chiesa (cfr. la presentazione al libro di Catti curata da Alfio Filippi, pp.5-8) - che l'alleanza tra Dio e il popolo ebraico non è mai stata revocata. Il fatto che gli appartenenti a tutti i popoli della terra possano in Gesù Cristo diventare figli di Abramo (Galati 3,29) non implica perciò che gli ebrei siano ormai esclusi dal Patto (Romani 9,4-5; 11, 28-29). La conclusione del libro, ricorrendo di novo al plurale, parla di un aspetto particolare dell'opera di San Francesco. Il poverello di Assisi, quando giungeva nelle città, si impegnava con mitezza a far sì che quelle convivenze lacerate da fazioni in lotta reciproca deponessero le ostilità: "non aveva stile di uno che predicasse, ma di conversazione. In realtà, tutta la sostanza delle sue parole mirava a spegnere le inimicizie e a gettare le fondamenta di nuovi patti di pace" (vedi Nuovi patti di pace. Saggi per Giovanni Catti nel settantesimo compleanno, a cura di G.D. Cova, Bologna, Edizioni Dehoniane, 1994, p. 5). Infine, sulla spinta dell'interesse educativo dell'autore e in particolare della sua appassionata vicinanza all'esperienza scoutistica, si aggiungono alcune considerazioni sul patto che va stretto tra le generazioni. A proposito del metodo Scout, Baden-Powell - vale la pena di ricordarlo - additava la necessità per l'educazione di partire ascoltando il ragazzo e la ragazza, prassi che nel suo ripetersi diviene un vero e proprio patto "fra chi educa e chi è il soggetto dell'educazione" (pp. 77-78). Ci chiediamo: come vanno intese queste tre grandi scansioni in cui è suddiviso il libro? Partire dalle relazioni umane e concludere con esse passando attraverso il Grande Patto tra Dio e gli uomini non significa rendere quest'ultimo un semplice momento di passaggio. Non è certo l'azione umana a fondare quella divina. E tuttavia è ben vero che l'alleanza di Dio con gli uomini giunge al suo scopo solo se si prolunga fino alla costruzione di vincoli saldi e fattivi tra gli essere umani. Come dice il Vangelo, la ricapitolazione di tutta la Legge e i Profeti (i modi con cui il Signore ha parlato alle sue creature) si può esprimere in questa massima: "fa agli altri quanto vorresti che gli altri facciano a te" (Matteo 7,12). La dimensione umana è legata però all'esistenza del limite: per essa, quindi, vale sempre anche la forma plurale nella quale la riproposizione di "nuovi patti di pace" esprime una tenace volontà di riannodare i fili di convivenze divise. *Insegnante di storia e filosofia, insigne biblista e studioso di ebraismo.
Articolo tratto da DM 151 - aprile 2004. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com |