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Conta solo l'intelligenzaa cura di Stefano Andreoli I termini diversità e divertimento - notava Roberto Grezzo nel numero 66 di "HP-Accaparlante" - hanno la stessa radice nella parola latina devertere, cioè volgere in opposta direzione, percorrere altre strade. La disabilità o meglio la diversabilità è sicuramente una condizione divergente, a volte proprio opposta, rispetto al metro con cui normalmente (perdonate l'avverbio!) siamo abituati a misurare l'abilità nel fare determinate cose. Anche la molla che fa scattare il divertimento è una situazione di opposti: Pirandello, in un saggio cardine della cultura novecentesca, definì l'umorismo "sentimento del contrario". Nasce da qui l'idea di esplorare come il cinema comico - con particolare riferimento al cartone animato - abbia saputo rappresentare personaggi e situazioni legati all'handicap e, capovolgendo i termini della questione, perché e con quale finalità un'associazione che si occupa di handicap abbia scelto il cartone animato per lanciare una campagna di sensibilizzazione su questo tema. Riderne si può Si tratta di una proposta di riflessione che, grazie all'iniziativa del Centro Servizi per il Volontariato di Modena e di Bergamo e con la fattiva collaborazione delle UILDM locali, si è concretizzata in due convegni, Da Dumbo ai Simpson (Modena, 15 febbraio 2003) e Riderne si può (Bergamo, 31 gennaio 2004), coordinati da chi scrive, che hanno registrato una vasta partecipazione di studenti delle scuole superiori. I lavori in entrambi gli incontri si sono aperti con gli spot della campagna Muscoli di cartone, realizzati da Silvio Pautasso e Giorgio Valentini. Stefano Borgato, dopo aver ricordato la scelta della UILDM a favore di una campagna "universale" sui disabili, anziché ancorata ad una patologia specifica, ha spiegato - mostrando alcune delle "Grandi vignette di DM" - la peculiarità del disegno, capace di divertire in quanto esagera la realtà e in grado di esagerare poiché ricrea un mondo "altro": l'evidenza della finzione, data dal disegno in movimento, consente allo spettatore di concentrarsi maggiormente sugli aspetti simbolici, immaginifici, in altre parole sui concetti che le immagini esprimono, più che credere per immedesimazione, come avviene in un film con attori, che la realtà stia in quelle immagini. La gag dello spot Decide chi progetta (il passeggero disabile che tenta di salire in autobus con un mollone posto sotto alla carrozzina) non sarebbe stata realizzabile girando "dal vero" e in ogni caso non avrebbe avuto lo stesso impatto. "Il cartone animato - ha continuato Borgato - è parso dunque il mezzo più adatto per veicolare determinati messaggi: la disabilità come `concetto sociale' che può riguardare chiunque nel momento in cui si sta prendendo l'autobus, anche un genitore con un bimbo in passeggino; oppure fermarsi a pensare ad un gesto fatto senza pensare, quale quello della mano per scacciare una mosca dal naso, che può diventare un problema insopportabile per chi abbia una ridotta capacità motoria; ed infine lo sport - in questo caso l'hockey in carrozzina - in cui la disabilità diventa un fattore irrilevante: ciò che conta è la prestazione sul campo, non il fatto che per svolgerla il giocatore necessiti di una carrozzina". Da Dumbo a Mr Magoo La seconda parte dei convegni ha costituito invece l'occasione per rileggere alcuni film d'animazione, noti e meno noti al grande pubblico. A Modena, si è tentato un confronto - con esempi "classici" e "moderni" - tra "patetico" e "comico", centrale invece nell'appuntamento di Bergamo, grazie anche alla straordinaria partecipazione di Bruno Bozzetto. Carlo Mauro, docente all'Accademia di Belle Arti di Bologna ed esperto dell'opera di Disney, ha tracciato un articolato profilo storico del cinema disneiano, nel quale spesso ricorre, prima e dopo la morte del suo fondatore, il tema dello svantaggio e della deformità/diversità fisica. Un tema che, come altri, viene metaforizzato attraverso l'antropomorfismo (la ricerca dell'umanità nell'animale e dell'animalità nell'uomo) e di cui Dumbo (1941) rappresenta sicuramente un emblema, fino allo spettacolare realismo del Gobbo di Notre Dame (1996). L'elefantino volante e il campanaro deforme: due alfieri di "correttezza politica", contrapposti a Gerald McBoing Boing e Mr Magoo da un lato e a Homer Simpson dall'altro. Gerald McBoing e Mr Magoo - come ha spiegato Marco Giusti, critico e autore di trasmissioni di successo quali Blob e Stracult - sono tra le maggiori creazioni dell'UPA, una casa di produzione indipendente americana fondata nel 1944 da un ex dipendente di Walt Disney, Stephen Bosustow, il quale riunì attorno a sé un gruppo di autori e di animatori di ottimo livello (alcuni dei quali licenziati dalla Disney a seguito dello sciopero del 1941), desiderosi di creare un'alternativa al modello culturale imposto al cartoon dal papà di Topolino. Nacque così l'I-style (opposto dell'O-style disneiano), un'autentica rivoluzione sia estetica (il disegno diventa stilizzato, sghembo, antiprospettico, con un uso vivace del colore che scontorna dalle stesse figure) sia contenutistica (i personaggi, surreali o grotteschi, e le storie mettono a nudo, grazie a una comicità irriverente e raffinata, le contraddizioni della società americana). Gerald McBoing Boing - nato dalla fantasia del Dr. Seuss e trasposto in cartoon da Robert Cannon, vincitore dell'Oscar nel 1951 per il miglior cortometraggio animato - è un bambino non-parlante (sa dire solo boing boing), ma in grado di riprodurre qualsiasi rumore. Emarginato dalla scuola e dalla famiglia, scappa di casa, ma sarà proprio grazie a questo handicap che diventerà un divo della radio acclamato da tutti. Dal canto suo, l'anziano miliardario Mr Magoo - creato da John Hubley nel 1949 - a causa di un'accentuata miopia, finisce puntualmente per mettersi (e per mettere) nei guai, uscendone sano e salvo per miracolo. Se Gerald è un esempio di "diversabile" che trova il proprio posto nella società, Mr Magoo rappresenta invece un acido conservatore, che crede di vederci benissimo e colpevolizza gli altri per i propri problemi di ipovedente. La pigrizia di Homer Ed infine i "gialli" Simpson, figli della "rivoluzione culturale" dell'UPA (ma anche in parte di Disney), ideati da Matt Groening e apparsi per la prima volta nel 1989, sono ormai diventati non solo una delle sit-com più seguite in America e in Europa (l'alto livello qualitativo ne fa comunque un prodotto squisitamente cinematografico e non un banale telefilm), ma anche un fenomeno sociale, di costume e di opinione. Guido Michelone - docente di Musica Filmica all'Università Cattolica di Milano e coautore con Pierluigi Marchisio del saggio I Simpson. Allucinazione di una sit-com - ha commentato il video Homer, la sfortuna di essere normodotato, realizzato da chi scrive e da Bruno Esposito, nel quale sono stati raccolti alcuni brani di episodi con riferimenti all'handicap (vedi anche Gialli politicamente (s)corretti, in DM 145, www.uildm.org/dm/145/sociale/53simpso.htm). Michelone - intervenuto sia a Modena che a Bergamo - ha sottolineato che uno dei bersagli preferiti dai Simpson è l'uso esagerato del "politicamente corretto" e che il sarcasmo, la battuta spregiudicata, non sono mai fini a se stessi, ma orientati a porre un problema, a far emergere una contraddizione etica, sociale, politica. Essi rappresentano l'America reale, quella che si scrive senza "k", proletari di una piccola provincia, consumisti un po' omologati e un po' no, soprattutto quando si tratta di fare i conti a fine mese o di pagarsi le cure ospedaliere. Chi meglio di Homer concentra tutte queste contraddizioni? La sua pigrizia - di cui egli ha fatto con la birra e le ciambelle un'autentica filosofia di vita - è soprattutto mentale, ha spiegato Michelone, e la sua obesità descrive il trionfo dell'ideologia consumista (o meglio il trionfo di uno stile di vita su qualsiasi ideologia). Riderne si deve! Come accennato sopra, il convegno di Bergamo, approfondendo il lato "comico", ha dimostrato una tesi molto semplice: si può (sor)ridere senza deridere, ironia ed umorismo sono anzi i migliori anticorpi verso qualsiasi forma di sfottò, perché il divertimento nasce da un problema o da un disagio e serve per far scaturire nello spettatore quanto meno un barlume di coscienza su quel problema. Oltre a ciò, il film di Bruno Bozzetto, Vip mio fratello superuomo (1968), ha anche dimostrato che si possono lanciare messaggi sulla disabilità pur parlando d'altro e anzi senza avere alcuna intenzione di farlo, come lo stesso regista ha dichiarato. Il film infatti è una satira sullo strapotere delle multinazionali e sul condizionamento della pubblicità. I protagonisti sono Minivip e Supervip, ultimi rampolli di una famosa stirpe di Superuomini: Supervip è bello e forte, mentre Minivip è piccolo, occhialuto e debole, ma nonostante questo sarà proprio lui a salvare il fratello muscoloso da una brutta fine. Tutta la storia si svolge in un'isola deserta, quartier generale di Happy Betty, proprietaria di una catena di supermercati che vuole usare Minivip come cavia per un piano diabolico: trasformare l'umanità, attraverso i "missili-cervello", in una massa di automi che risponda all'unico ordine di comprare i suoi prodotti. Da notare che accanto a Minivip, il "disabile buono" (nel quale Bozzetto ha detto di riconoscersi), la "cattiva" Happy Betty si muove su una carrozzina cingolata simile a un carro armato, simbolo del dispotismo e dell'arroganza del potere. Qualche psicanalista potrebbe forse ipotizzare che la sete di potere della manager carrozzata nasca come forma di compensazione al fatto di non volersi accettare paralitica. Diffidente verso qualsiasi "interpretazione" della disabilità, per tale personaggio Bozzetto ha confessato di aver fatto la caricatura della produttrice americana, che dopo avere imposto le canzoni al progetto originario, ha deciso di tagliarle dall'edizione in inglese. A Bergamo le conclusioni sono state affidate a Danilo Ruocco, storico dello spettacolo e responsabile dell'ufficio stampa del locale Centro Servizi per il Volontariato: anche Supervip è in fin dei conti un "diverso", dal momento che la stessa "iperabilità" può rivelarsi una forma di disabilità: "A lui infatti - ha annotato Ruocco - sono precluse cose molto comuni, come appoggiarsi semplicemente ad un muro, perché con la sua forza sovrumana lo distruggerebbe. Se ridere si può di problemi delicati quali l'handicap, allora vuol dire che bisogna riderne sempre, perché il riso instaura una forma di empatia che avvicina gli esseri umani".
Articolo tratto da DM 151 - aprile 2004. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com |