DM 151 Aprile 2004 Sociale Ricerca Opinioni Vita UILDM TeleThon Rubriche Miscellanea

 

Psicoterapia: tra mito e realtà

di Magda Simone

Ormai fa parte dell'iconografia moderna: un barbuto e canuto strizzacervelli che invece di ascoltare il paziente sdraiato sul divano, insegue la soluzione dei propri problemi e non vede l'ora di concludere la seduta. Giunge spontanea la domanda: chi ha più bisogno di psicoterapia? Il paziente cliente o l'impaziente psicanalista? Senza dimenticare una folgorante battuta di Woody Allen: "La psicanalisi è un mito tenuto in vita dall'industria dei divani"...

Un po' di ironia ogni tanto è salutare! Nel mio caso si tratta di autoironia perché, ahimè, sono psicologa, e come tutti gli psicologi che si rispettino, ho le mie paturnie, i miei talloni d'Achille, le mie debolezze. Pensare che gli psicologi siano immuni dalle nevrosi è come credere che i medici non abbiano mai un raffreddore. La figura dello psicologo perfetto, libero da paure e momenti di sconforto, è un mito. Nessuno è privo di cicatrici. La vita è spesso caratterizzata da una certa inquietudine, da una fragilità latente e il dolore a volte ci trova preparati ad affrontarlo, altre volte sopraggiunge in un momento in cui siamo più vulnerabili e deboli. Il malessere può avere delle cause tangibili, oppure essere diffuso e inspiegabile. Nella nostra frenesia quotidiana non abbiamo quasi mai il tempo e la pazienza di fermarci ad ascoltare l'amarezza in silenzio. La cacciamo via come un minaccioso nemico. Spesso non permettiamo alle lacrime di raccontare il nostro stato d'animo. Nascondiamo le nostre paure e le nostre piccole ossessioni, rimuoviamo i nostri conflitti interiori Lo psicologo potrebbe aiutarci a non temere l'introspezione e a non perderci negli imperscrutabili meandri della nostra mente.

Oltre ad essere psicologa in erba sono portatrice di handicap. La disabilità si presta benissimo ad essere identificata come causa di un malessere psicologico. Ma è veramente sempre l'unica responsabile di un disagio? La mia voglia di raccontarmi, di conoscermi meglio, di affrontare determinate tematiche personali si è a volte scontrata con l'incapacità degli psicologi di prescindere dalla disabilità. Come se fosse una parte fondamentale, essenziale della mia personalità. Il mio bisogno di essere accolta come persona nella sua interezza è stato spesso disatteso: l'handicap diventava la tappa fondamentale da affrontare nei colloqui e ciò indipendentemente dal percorso che potevo già aver fatto per conto mio. Non solo non mi sentivo libera di determinare gli argomenti delle prime sedute, ma non condividevo neanche il metodo con cui veniva trattata la diversità. Un metodo ancora permeato da vecchi preconcetti, basato sulla compensazione di un deficit, sulla rassegnazione, sull'accettazione delle discriminazioni.

Inoltre ho incontrato psicologi che mettevano in discussione il mio ruolo di psicologa disabile, facendomi presente che non sarei stata adatta a tutti i tipi di clientela. Nell'ambito del tirocinio ho però anche conosciuto psicologi non fossilizzati nei loro schemi, ma con la sensibilità e la competenza necessarie per assecondare il mio modo di vedere il mondo, per riconoscere ed incentivare le mie potenzialità.

Nella mia professione sarò paziente o impaziente? Troverò il giusto equilibrio tra dubbi e sicurezze, tra bagaglio di esperienze e voglia di continuare ad imparare? Saprò rinunciare alla dicotomia normalità/patologia? Non ho certezze, solo domande. Le risposte arriveranno assieme ad interrogativi sempre nuovi.

 

Articolo tratto da DM 151 - aprile 2004. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com

torna su