DM 151 Aprile 2004 Sociale Ricerca Opinioni Vita UILDM TeleThon Rubriche Miscellanea

 

Le aree critiche dell'assistenza

a cura di Cristina Benfenati

E' recentemente stato pubblicato, a cura dell'IREF (Istituto di Ricerche Educative e Formative), un interessante documento intitolato Il prisma del welfare: analisi dei regimi socio-assistenziali nelle regioni italiane, a cura di Cristiano Caltabiano. In esso si tenta di fotografare la situazione del welfare italiano nel biennio 2000-2001, ossia all'entrata in vigore della Legge 328/2000, nota anche come "riforma dell'assistenza".

Ne prendiamo in esame le parti più sostanziali, per esporre ai lettori i dati più significativi emersi dalla ricerca.

Com'è noto, la sfida decisiva contenuta nella Legge 328 del 2000 - nota anche come "riforma dell'assistenza" - era stata quella di voler rafforzare il decentramento a livello comunale delle politiche sociali, garantendo contemporaneamente l'omogeneità dei servizi a livello nazionale. E la portata di tale sfida è ancor più chiara, tenendo conto dell'elevata eterogeneità di partenza delle realtà amministrative italiane, in cui la maggior parte degli enti locali sono di piccole dimensioni e alle prese con una carenza endemica di risorse.

Gli indicatori

L'analisi recentemente pubblicata dell'IREF (Istituto di Ricerche Educative e Formative) assume come indicatori dei servizi essenziali il livello di copertura degli asili nido e delle strutture per anziani, in seguito alla considerazione che i cambiamenti in atto nella famiglia e l'invecchiamento della popolazione hanno fatto aumentare considerevolmente la domanda di cura per bambini e anziani. In particolare sono stati messi a confronto quindici indicatori che misurano le dimensioni del benessere collettivo nelle regioni italiane. Nel dettaglio, sono stati considerati gli indicatori di spesa nel settore sociale, gli indicatori dell'offerta e della domanda (ricorso al settore privato), la pressione demografica esercitata dagli anziani e la struttura e il livello di attivazione della famiglia. Ne emergono quattro regimi socio-assistenziali profondamente dissimili, che qui di seguito presentiamo.

Dal munifico al fragile

Il primo di essi, definito munifico, caratterizza le regioni del Trentino Alto Adige e della Valle d'Aosta, accomunate dalla contenuta superficie territoriale e dal limitato numero di abitanti, oltre che dall'essere regioni a statuto autonomo. Qui i cittadini possono contare su una cospicua dotazione di risorse. Basti pensare ad un dato che meglio degli altri sintetizza il divario con il resto del Paese: si tratta dei 454 euro di spesa sociale regionale pro capite, contro la media nazionale di 78 euro. A livello comunale, poi, la spesa media pro capite è di 127 euro contro gli 88 di quella nazionale. In queste due regioni lo Stato sociale appare addirittura sovradimensionato. Le famiglie che vi risiedono, pur avendo una disponibilità di spesa media mensile di 2.328 euro, debbono ricorrere con minor frequenza a babysitter e a collaboratori domestici, oltre che ad altre forme di assistenza a pagamento. In queste due regioni, infine, il tasso di occupazione femminile è il più elevato del Paese, a comporre un quadro di nuclei familiari a doppia carriera e con status economici elevati che possono contare su servizi di cura socio-assistenziali pubblici e che quindi ricorrono raramente a quelli a pagamento.

La seconda macroarea è costituita da cinque regioni del Nord: Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia-Giulia ed Emilia Romagna, ove la spesa socio-assistenziale pro capite di 51,5 euro è poco più di un decimo rispetto a quella di Trentino Alto Adige e Valle d'Aosta, mentre il divario si riduce notevolmente per quella comunale: 113 euro pro capite rispetto ai 127 del primo gruppo e agli 88 della media nazionale. Questo tipo di welfare è definito efficiente dalla ricerca di IREF, poiché può contare su standard di prestazioni assistenziali alquanto simili a quelli del primo gruppo in termini di incidenza percentuale del numero dei posti letto nelle strutture residenziali per anziani e di ricettività degli asili nido. In questo gruppo è più elevata rispetto al primo la percentuale di famiglie che si rivolgono al mercato privato dei servizi assistenziali, ma è anche più elevato in assoluto il tenore di vita: 2.421 euro di spesa mensile.

Il terzo gruppo è definito poi quello del cosiddetto welfare sotto pressione e vi rientrano la Liguria, la Toscana, l'Umbria, le Marche, il Lazio e la Sardegna. Per "pressione" si intende quella demografica esercitata dal 14,8% di popolazione ultrasessantacinquenne. Qui il deficit sostanziale è quello dei posti letto in strutture per anziani, al quale si aggiungono più bassi indicatori di spesa, sia a livello regionale che comunale. E' invece superiore che nei due gruppi precedenti il ricorso al mercato privato dei servizi di assistenza, pur essendo la capacità di spesa familiare minore.

Nell'ultimo gruppo, infine, definito quello dal welfare fragile, rientrano l'Abruzzo, il Molise, la Campania, la Puglia, la Basilicata, la Campania e la Sicilia. Gli indicatori di spesa socio-assistenziale pro capite danno con evidenza la misura del divario: 27 euro a livello regionale e 51 a livello comunale, ciò che si riflette su una modesta disponibilità di posti negli asili nido e nelle strutture residenziali per anziani. La famiglia è quindi molto esposta al lavoro di cura. Inoltre, uno Stato sociale fragile è d'ostacolo all'ingresso delle donne nel mondo del lavoro, proprio quando sono giovani. Di conseguenza al Sud il modello di famiglia allargata deve sopperire alle carenze di servizi alla persona, sacrificando sostanzialmente la carriera lavorativa femminile.

Conclusioni

Le conclusioni della ricerca individuano tre aree critiche da presidiare per un buon esito della riforma introdotta con l'approvazione della Legge 328/2000. La prima, la più forte, è quella di ridurre il divario che separa il Sud dal resto del Paese, in base alla considerazione che la dotazione territoriale dei beni pubblici debba essere omogenea su tutto il territorio nazionale. Attualmente, infatti, il welfare meridionale subisce un'allocazione quasi "perversa" delle risorse collettive, tutto ciò in un contesto in cui il modello di famiglia monoreddito non può più considerarsi al riparo dall'esclusione sociale in particolari momenti congiunturali e in cui proprio l'assenza di servizi alla persona costituisce una barriera all'ingresso nel lavoro delle donne.

La seconda area critica è quella legata alla pressione demografica: Umbria, Marche, Toscana, Molise e Abruzzo - pur avendo un impatto della popolazione anziana simile a quello di Piemonte, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia - non destinano risorse proporzionate ai bisogni di cura espressi dalle persone non più autosufficienti. Ciò espone maggiormente le famiglie al rischio di scivolare nell'esclusione sociale.

La terza e ultima area critica va riferita infine al ruolo da attribuire al Terzo Settore nella riforma del sistema socio-assistenziale, in una logica di progressiva esternalizzazione dei servizi al privato sociale da parte delle amministrazioni locali.

 

Articolo tratto da DM 151 - aprile 2004. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com

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