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Una società distrattaIntervista a Gian Antonio Stella Prestigioso editorialista e inviato del "Corriere della Sera", autore di libri di successo sulla società italiana (tra gli altri Schei, Lo spreco, Chic, Tribù, L'orda). E' Gian Antonio Stella, già presente sulle colonne di DM, dapprima per le sue battaglie contro il progetto del quarto ponte sul Canal Grande di Venezia, più recentemente con un lucido intervento intitolato Regolamenti ributtanti (DM 149/150, www.uildm.org/dm/150/voci/61stella.htm), dedicato all'anacronismo di certe norme comunali. E' un piacere presentare ai nostri lettori la lunga intervista concessaci da Stella. (Barbara Pianca) In qualità di giornalista osservatore della società italiana, come pensa sia cambiato negli ultimi vent'anni l'atteggiamento generale sul tema della disabilità? Trovo che sia aumentata l'attenzione sul tema, ma solo da un punto di vista formale. Mia madre è disabile e io, che ho la sventura e la fortuna di spingere carrozzelle da trent'anni, mi accorgo di un avvenuto miglioramento lessicale, di cortesia ed etichetta: in giro, ad esempio, non si sente più dire "storpio", "orbo" o "gobbo". C'è quindi più pudore, ma cambiamenti profondi nella gestione corretta del problema non ce ne sono stati. Prova ne sia quanto è accaduto a Venezia di recente. Si è deciso, dopo decenni, di aggiungere un nuovo ponte sul Canal Grande e per farlo ci si è rivolti al maggior architetto di ponti vivente, lo spagnolo Calatrava. Risultato: la costruzione progettata è inaccessibile e solo grazie ad una battaglia condotta dai giornali locali e dal "Corriere della Sera" - con un mio durissimo articolo in proposito - il progetto del ponte è stato adattato alle esigenze delle persone disabili. Ma perché nel nostro Paese continuano a esserci ancora tante barriere? Per lo stesso motivo per cui nel nostro Paese continuano a mancare le infrastrutture: non viene completata l'autostrada Palermo-Messina, messa in sicurezza la Salerno-Reggio Calabria, costruita la Pedemontana in Veneto. Per sciatteria. Il nostro è un Paese sciatto, dove la pubblica amministrazione è spesso stravolta, nelle sue visioni e intenzioni, dalla distrazione, dal "facciamo domani", dal "me ne son dimenticato". Non credo ci sia un'idiota "volontà antidisabili", questo sarebbe assurdo. Però ci sono approssimazione e superficialità gestionali che producono di fatto situazioni "antidisabili". E gli organi di informazione, stampa, TV, radio... Colpevoli. Colpevoli di cosa? Di non occuparsi del tema. L'anno scorso avevo scritto un pezzo per segnalare come nell'Anno delle Persone Disabili il governo e tutto il mondo politico avessero mostrato disattenzioni incredibili nei confronti della disabilità. Incredibili e vergognose. I giornali hanno reagito, come sempre su questo argomento, con distrazione. Che sia perché la disabilità "non fa audience"? La disabilità non è "bella", mentre giornali e televisione teorizzano proprio il bello: muscoli palestrati, cosce lunghe, unghie curate, capelli in ordine. Certo, nessuno è così ebete e autolesionista da andare in televisione a dire "io me ne frego dei disabili", per fare una figuraccia che scavalca i limiti del "politicamente corretto". Però al di là di questo - che ancora una volta è solo forma - nella sostanza i mass-media non sono altro che la riproposizione del "figo". E' chiaro che, dentro ad una società come questa - e cito Mino Martinazzoli che esita nella scelta di una cravatta - la disabilità è scandalosa e dà fastidio. Qualche tempo fa Stefania Delendati, sul nostro giornale, aveva scritto: "Fra i tabù che circondano i portatori di handicap, di uno non si discute quasi mai: se è vero che nessuno è perfetto, anche le persone in carrozzina dovranno pur avere alcuni difetti, o no? Tutti invece tendono a considerare i disabili dei gran bravi ragazzi... Ci tolgono pure il diritto di essere persone insopportabili!". Che ne pensa? Quella di Stefania è una presa di coscienza molto interessante e ricca di autoironia, si inserisce bene nel mio ragionamento: se ci fosse rispetto vero per il disabile, se il disabile fosse davvero considerato uguale, se io potessi dire "quello lì è uno stronzo, quella lì è un'arpia, quello lì è un approfittatore", la questione sarebbe risolta. Invece, siccome il rapporto con il disabile è solo forma, del disabile non si parla mai male, non si può toccare. E' un'altra emarginazione. C'è anche un problema di linguaggio? Non ci si capisce proprio. La sinistra italiana ritiene di essere più politicamente corretta sul tema della disabilità di quanto sia la destra e la accusa di distrazione: "noi della sinistra sì che facciamo volontariato, badiamo ai deboli, stiamo attenti agli emarginati". Ma proprio una fetta di questa sinistra ha applaudito di recente Sabina Guzzanti che ha dato del "ciccione" a Giuliano Ferrara. Ora, di Ferrara sì può pensare ciò che si vuole, ma è fuori discussione che abbia ragione a dire che nessuno si sognerebbe di dare ad un altro del "brutto storpio" o del "cieco di merda". La sinistra deve ragionare meglio sull'argomento perché, come ha ben risposto Ferrara, l'obesità - in casi come il suo in cui è molto accentuata - è anch'essa una forma di disabilità e va trattata con il dovuto rispetto. Tutto ciò per dire che intorno a questi temi c'è, proprio sull'uso delle parole, una grande ipocrisia di fondo. Preferirei che si chiamassero gli zoppi "zoppi" e però poi si progettassero bagni e ascensori accessibili e scale con lo scivolo. Che si stia attenti a usare il termine "disabile" al posto di "handicappato" e poi non si prendano misure concrete per l'integrazione sociale, è indecente. L'attenzione rimane legata alla forma e assente sulla sostanza. E tutte le battaglie per l'utilizzo di termini come "diversamente abile" dove si collocano? Non le trovo così importanti, sono sincero. Lo dico perché so cosa vuol dire sulla mia pelle. E' come se per legge non si potessero pronunciare le parole "lebbroso", "lebbra" e "lebbrosario", ma solo la parola "portatore del morbo di Hansen". La questione vera è il rispetto per chi ha la lebbra, per chi ti si presenta con la faccia stravolta o la mano monca. Di fronte all'esigenza di accoglienza sostanziale della persona - comunque sia fatta (che abbia due gambe o una, due occhi, uno, o tre) - le parole mi sembrano secondarie. Continuando a parlare dell'approccio formale della società verso la disabilità, non si può evitare di passare per uno dei temi più scottanti e tabù, come quello della sessualità. Cosa pensa, ad esempio, di quella proposta di legge belga - di cui si è occupato anche DM - per l'istituzione di un fondo di 620 euro mensili da destinare agli uomini disabili per andare con le prostitute? Forse la proposta belga è provocatoria, però pone un problema vero: nella nostra società, in cui si muovono bene solo i palestrati, il diritto alla sessualità va garantito in qualche modo. Sarebbe ipocrita dire che ognuno si trova il suo compagno per conto proprio, non si può pretendere che chi non ha pieno possesso dei requisiti chiesti dalla teorizzazione del bello reagisca, si muova e conquisti i suoi spazi di sessualità come gli altri. Anche il diritto al lavoro della persona disabile è spesso un'affermazione più di forma che di sostanza. Come mai, nonostante le leggi approvate, l'integrazione lavorativa è ancora un problema? La sinistra in crisi, che si interroga sulle nuove frontiere e su cosa voglia dire oggi fare delle battaglie, dovrebbe affrontare meglio proprio questo problema che riguarda i disabili e tutti i non adatti ad una società basata su concorrenza e competizione. Nessuno ha detto che occorre essere bravissimi in ciò che si fa. Nessuno può pretendere che io sia un grande calciatore, che un altro sia un maestro al pianoforte o che opportunamente indirizzato diventi un grande pittore. La verità è che c'è qualcuno più bravo e qualcuno meno bravo, fa parte della vita. Nel liberismo spinto dell'Italia che produce e che tira, è necessario scoprire la tutela del mediocre. Se una persona ha diritto a che non si pretenda che sia un grande calciatore o un grande pianista, allora va tutelato meglio anche chi lavora male. E' un tema che riguarda tutti, bisogna trovare un modo per conciliare le esigenze produttive con il fatto che non tutti ce la fanno a correre alla velocità chiesta da un sistema a volte feroce. È difficile immaginare di poter conciliare il problema di un'azienda che stia sul mercato, e che lo faccia bene, con l'accettare dei lavoratori che non possano offrire lavoro qualificante... Ma l'azienda deve porsi questo problema, deve porselo punto e basta. Se il figlio di Tanzi fosse un coglione, o lo fosse quello di Berlusconi, questi il problema di tutelarlo se lo porrebbero eccome! A maggior ragione ogni azienda deve porsi il problema di tutelare le persone che non hanno la possibilità di stare al passo. E' un dovere assoluto che gli imprenditori dovrebbero sentire dal punto di vista morale, anche ascrivendolo in conto perdite. Se non se ne fanno carico loro, allora dovrebbe imporglielo lo Stato. Non è possibile sfruttare tutti i vantaggi derivati dal produrre in una società competitiva, senza farsi anche carico delle zone di sofferenza della società stessa. E' una previsione a breve o un auspicio? Siamo ancora ben distanti da questa responsabilizzazione, ma è un obiettivo a cui tendere in modo assoluto.
Articolo tratto da DM 151 - aprile 2004. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com |