DM 151 Aprile 2004 Sociale Ricerca Opinioni Vita UILDM TeleThon Rubriche Miscellanea

 

Una questione di coscienza

di Riccardo Rutigliano

La vicenda ha fatto scalpore, finendo dritta e filata nella grande macchina "masticatrice" dei media. La storia ha perforato l'indifferenza di molte coscienze, spingendole a porsi domande.

Del "caso" della signora Maria (nome fittizio utilizzato dai mezzi d'informazione per tutelarne la privacy) si può dire tutto, ma non, sicuramente, che sia passato inosservato. Perché stiamo parlando di una persona che, liberamente e in modo consapevole, ha scelto di rifiutare le cure che le venivano prospettate dai medici per risolvere la sua grave situazione sanitaria, andando così incontro a morte pressoché certa.

L'episodio, venuto alla ribalta tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio del corrente anno, è andato evolvendosi in brevissimo tempo, per poi altrettanto rapidamente sparire nel nulla, non si sa se per rispetto nei confronti della volontà di riserbo espressa dalla protagonista o semplicemente per i ritmi sempre più frenetici imposti da certa comunicazione "usa e getta" che imperversa al giorno d'oggi. Ad ogni modo stiamo parlando di una signora di Milano, sui sessant'anni, residente nel popolare quartiere del Giambellino. Una donna come tante, che anche chi scrive avrebbe potuto incontrare per strada (o avere magari inconsapevolmente già incontrato, chissà), passeggiando con la sua carrozzina in una zona che non risulta nemmeno molto distante da quella dove l'anziana donna ha probabilmente maturato la sua straziante decisione. Che è stata quella di non dare il consenso all'amputazione del suo piede destro, intervento richiesto dai medici per fermare la cancrena causata della grave patologia dalla quale la donna era affetta, il diabete.

Del polverone alzato dalle troppe voci che hanno voluto a tutti i costi dire la loro, poco ci interessa. Più importante è cercare di capire, in una situazione così estrema, dove sia situato esattamente il confine tra i doveri dei medici e i diritti del malato.

La nostra legislazione in merito è assai completa e tutelante (come spesso accade, sulla carta, nel campo del sociale). La novità, se così si può dire, è che stavolta è stata applicata correttamente. La Legge 145 del 28/3/2001, che ha inteso ratificare una Convenzione Europea del 1997 sui diritti dell'uomo e sulla biomedicina, richiede il consenso del paziente come procedura obbligatoria per qualsiasi intervento nel campo della salute. Di più: questo consenso dev'essere "libero e informato". Questa persona deve cioè ricevere tutte le informazioni sullo scopo e sulla natura dell'intervento che sta per subire e sulle sue conseguenze e i suoi rischi. E nel caso specifico, i medici hanno rigorosamente osservato la procedura. E la signora Maria ha detto NO. Ha espresso cioè chiaramente la volontà di non dare il consenso. Ma la legge, prevedendo la possibilità di rifiuti del consenso causati da stati di alterazione mentale, dispone in questi casi di accertare se la paziente sia nel pieno possesso delle sue facoltà. L'Ospedale San Paolo, dove la donna era ricoverata, ha quindi eseguito, come da prassi, un esame psichiatrico. E il risultato è stato che la signora Maria era perfettamente in grado di intendere e di volere. Questo rendeva quindi impossibile l'attuazione del TSO, o Trattamento Sanitario Obbligatorio, misura che il sindaco (e lui soltanto) può disporre nei casi in cui il paziente non sia in grado di decidere autonomamente della sua salute. E il sindaco Albertini, a malincuore, si è dovuto fermare, non lasciando nulla di intentato per arrivare altrimenti ad una soluzione che consentisse di salvare la vita alla donna, forse rinsaldata nei suoi propositi anche da una visione particolare della vita, che esperti e commentatori hanno definito "parafilosofica". Noi, più modestamente, ci sentiremmo di chiamarla "fatalista".

Il sindaco ha dunque scritto una lettera aperta indirizzata alla signora, per convincerla a recedere dai suoi propositi; signora che nel frattempo aveva lasciato volontariamente l'ospedale per spostarsi prima in Liguria e poi al Sud, presso le sorelle. I parenti più prossimi, del resto, a loro volta non avevano fornito alcun appiglio ai medici, confermando di voler rispettare la volontà della propria congiunta. E nemmeno l'estremo tentativo dei sanitari - quello cioè di ricorrere alla Procura per ottenere il trattamento sanitario coatto - ha dato esito positivo, anzi: una sentenza del 2002, scovata nell'archivio della Corte di Cassazione, stabilisce che un medico che operi un paziente che, consapevole di ciò a cui va incontro, non dia il proprio consenso, risponde di violenza privata.

Come detto sopra, eviteremo giudizi sulle tante voci che hanno contribuito ad alimentare la cacofonia sull'episodio della signora Maria, anche se molte hanno suscitato in noi più di una perplessità, più di un moto di fastidio. Traiamo dal mazzo solo una voce, soltanto per dire che ci sono sembrate un poco sopra le righe, non ce ne voglia l'Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Milano, le affermazioni di Tiziana Maiolo, la quale ha sostenuto che "non bisogna essere matti per non essere in grado di intendere e di volere. Ci sono tante sfumature. La legge va interpretata". No, egregio Assessore. La legge non va interpretata. Va applicata. E una perizia può bastare. Perché, se una riflessione ci viene indotta da questa dolorosa vicenda, è quella che in presenza di una volontà così chiaramente espressa, anche i tentativi fatti in buona fede per raggiungere una soluzione positiva tramite la cura, se protratti oltre il limite di decenza, possono essere paragonati ai tanto deprecati casi di "accanimento terapeutico". Con tutti i dovuti distinguo naturalmente, si può tracciare una sorta di parallelo tra le cure ormai inutili protratte fino all'autentica vessazione nei confronti di un malato terminale e i tormentosi ed estenuanti tentativi di imporre la cura ad una persona che non la desidera e che ha deciso di aspettare la morte. Si può non essere d'accordo sul merito e sulla portata della decisione, ma non sul diritto di avvalersene. Davanti al coraggio di un essere umano che ha scelto liberamente di affrontare il proprio destino infausto, il giuramento di Ippocrate deve cedere il passo al rispetto per l'uomo.

Come giustamente ha scritto Franco Bomprezzi in un articolo per il settimanale "Vita", "per vivere non basta essere vivi. Occorre averne voglia". Per quanto ne sappiamo, la protagonista di questa vicenda non dimostrava quella voglia e oggi che è deceduta, stroncata dalla setticemia scatenata dalla cancrena al piede non amputato, concediamole "l'onore delle armi" che merita una scelta comunque coraggiosa, ancorché non condivisibile da tutti.

Chi scrive e gran parte dei lettori di queste righe con ogni probabilità avrebbe agito diversamente. Ma non si possono cercare valori e risposte assoluti nel modo con cui ognuno sceglie di porsi di fronte al dolore e alla morte. Lo so, è tremendamente difficile in un'associazione come la UILDM, nella quotidiana lotta contro patologie come le nostre, fermarsi, voltarsi e guardare in faccia la morte. Ma la difesa della dignità di una persona passa anche da queste forche caudine: ed imparare a confrontarsi con l'evento luttuoso diventa passaggio obbligato per apprezzare e difendere sempre di più la vita.

Una nota aggiuntiva per dovere di cronaca: dopo la stesura del presente articolo, si è verificata a Sanremo una situazione del tutto analoga a quella sulla quale si sofferma Riccardo Rutigliano. Diversa in questo caso la conclusione: infatti, il magistrato, stante la perizia di incapacità di intendere e volere, ha disposto il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO).

 

Articolo tratto da DM 151 - aprile 2004. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com

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