DM 151 Aprile 2004 Sociale Ricerca Opinioni Vita UILDM TeleThon Rubriche Miscellanea

 

Realtà virtuale e "tarocchi"

di Enrico Lombardi

Nel corso della puntata del 20 gennaio scorso, il popolare programma di Canale5 Striscia la notizia aveva denunciato la vicenda secondo la quale il signor Duilio Paoluzzi, tetraplegico, avrebbe ricevuto una falsa offerta di assistenza volontaria, durante la trasmissione RAI Unomattina del 6 giugno 2003, da parte di un certo Christian Pandolfino, presente tra il pubblico. In realtà, sempre secondo la trasmissione di Canale 5, quest'ultimo sarebbe risultato essere un dipendente RAI, per nulla interessato a svolgere servizio di volontariato. Si sarebbe quindi trattato di una vera e propria "messinscena in diretta", volta a dimostrare che in TV, volendo, si possono risolvere i problemi anche rapidamente.

La RAI, il 21 gennaio, aveva poi emesso un comunicato ufficiale a firma del direttore generale Flavio Cattaneo, per smentire seccamente l'esistenza di un proprio dipendente dal nome di Christian Pandolfino. L'azienda aveva dichiarato anche di voler procedere ad ulteriori controlli "per verificare le affermazioni fatte nel programma di Canale 5".

E' forse pretenzioso pensare che i risultati di tale indagine della RAI siano già disponibili, né alcuna risposta ha avuto una lettera della UILDM al direttore generale Cattaneo, alla ricerca di ulteriori chiarimenti. Attenderemo con fiducia. Resta il fatto, per altro, che il signor Paoluzzi, contattato da DM, ha confermato quanto già dichiarato in Striscia la notizia.

In ogni caso, l'unico auspicio - e anche l'impegno della UILDM a nome di tutti i suoi Associati - è che su tale incresciosa vicenda venga al più presto fatta la maggior chiarezza possibile, onde fugare quanto prima ogni dubbio sull'operato di una trasmissione di punta della televisione pubblica. Senza dimenticare che effettivamente - come annota Enrico Lombardi nell'editoriale qui pubblicato - compito dell'emittenza televisiva pubblica non dovrebbe certo essere quello di provvedere a supportare l'assistenza nel singolo caso, quanto quello di denunciare le carenze dei servizi sociali e di informare i cittadini sulla violazione dei diritti delle persone con disabilità.

(Stefano Borgato)

I lettori più attenti, e ahimè meno giovani, ricorderanno senz'altro Portobello. Una trasmissione, condotta da Enzo Tortora, andata in onda sulla RAI, più o meno dalla seconda metà degli anni Settanta ai primi anni Ottanta. Si trattò senz'altro di uno dei programmi televisivi di maggior successo, non soltanto per quei tempi. Certo, i telespettatori erano molto meno esigenti di oggi, la concorrenza, televisiva e non, praticamente non esisteva, e anche il numero di apparecchi televisivi presenti nelle case degli italiani non era certo paragonabile a quello di oggi. Insomma, si era praticamente costretti a guardare quello che veniva trasmesso, tanto che non è del tutto sbagliato affermare che ogni giorno - più esattamente ogni serata - della settimana aveva il suo programma. Ad esempio il lunedì era consacrato al "film", il martedì allo sceneggiato e così via, mentre Portobello andava in onda il venerdì sera e con la musichetta allegra della sua sigla, annunciava agli italiani l'inizio del weekend. Che però all'epoca si chiamava semplicemente fine settimana.

Al di là di questi fattori, la trasmissione rappresentò un vero e proprio punto di svolta, una pietra miliare nella storia della televisione italiana. Si disse che per la prima volta il pubblico dei telespettatori, la gente comune, con le proprie storie, "passava dall'altra parte", diventava protagonista. In effetti Portobello conteneva in sé i germi di quella che sarebbe stata la televisione negli anni futuri: esaltazione dei buoni sentimenti, spettacolarizzazione del dolore, situazioni paradossali, personaggi bizzarri, denuncia di disservizi ecc. Certamente non era ancora la reality-tv di oggi ma la via era tracciata.

Alla luce di ciò che vediamo oggi, tuttavia, vien da chiedersi se anche allora quelle storie, che tanto ci appassionavano, fossero tutte reali. Non ci fossero cioè aggiustamenti, forzature, finzioni, in altre parole, se non ci fossero, usando quello che è ormai un nuovo (orribile) termine del dizionario italiano, taroccamenti. Probabilmente, come abbiamo già detto, all'epoca la concorrenza non era così esasperata ed il pubblico era forse, televisivamente parlando, più ingenuo. L'impressione però è che in fondo in fondo non sarebbe cambiato molto. La gente avrebbe continuato a guardare quella trasmissione. E del resto è quello che succede attualmente: è ormai un dato di fatto che la cosiddetta "televisione verità" è più falsa che mai. I telespettatori non possono non rendersene conto, eppure continuano a guardarla in gran quantità.

Tutto sommato non vediamo in questo un grosso scandalo. Del resto quando andiamo al cinema, il vero divertimento è immedesimarsi con quello che succede sullo schermo, pur sapendo che si tratta di una finzione. Forse lo stesso meccanismo scatta con questo genere di programmi. Il problema però è rappresentato da quelle trasmissioni che si definiscono "di servizio". Anche queste possono essere ricondotte allo stesso genere di programmi. Il cliché è il medesimo. Un povero Cristo, in genere di cultura medio-bassa, va a raccontare la sua storia in televisione coadiuvato da un presentatore in odore di santità. Una volta focalizzato il problema, ci si adopera per risolverlo. Due le soluzioni più ricorrenti. La prima cercare di mettersi in contatto con le istituzioni preposte, per "sensibilizzarle" su quel problema specifico. In genere si tratta di un vero e proprio "linciaggio mediatico". Del resto, da sempre, vedere un "potente" in imbarazzo provoca grande piacere. La seconda soluzione possibile è invece quella di attivarsi personalmente per risolvere la questione. In genere si tratta di promuovere una raccolta di fondi per lo scopo.

E' chiaro lo schema su cui si fondano queste trasmissioni. Si attira la curiosità, anche morbosa, del telespettatore, in qualche modo lo si spaventa, ma alla fine si tende sempre a rassicurarlo. I problemi in un modo o nell'altro vengono risolti.

Il fatto è che raramente sappiamo se effettivamente si arriva ad una soluzione. Ma soprattutto c'è il fatto che per un caso risolto, ne rimangono sempre migliaia di cui nessuno si occuperà mai. Altro aspetto, non certo da sottovalutare, è che con questo meccanismo si finisce per deresponsabilizzare coloro che a certi problemi dovrebbero dare risposte, senza contare che anche nei diretti interessati - i poveri cristi di turno - viene instillata la convinzione che la soluzione alle proprie difficoltà sia proprio quella di andare in televisione. Personalmente sono già stato contattato da varie persone con disabilità, che per una questione o per l'altra, volevano sapere come fare per "andare a parlare in televisione" dei loro problemi (soldi, barriere architettoniche, lavoro ecc.).

Si obietterà che tra i compiti di un mezzo di comunicazione di massa vi è anche questo: denunciare cioè i problemi dei cittadini. Vero, verissimo. Attenzione però a non confondere l'informazione corretta, oggettiva, il giornalismo di denuncia, con il varietà. Possiamo infatti tollerare che qualcuno, per l'aspirazione di apparire in televisione, accetti di essere trattato come uno scemo dal Bonolis di turno, ma non possiamo accettare che si speculi, come recentemente dimostrato, sul dolore delle persone.

 

Articolo tratto da DM 151 - aprile 2004. DM è un trimestrale edito dalla Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. La Redazione di DM ha sede in: Via P.P. Vergerio, 19 - 35126 Padova, Tel. (049) 8025248 - Fax (049) 8025249 e-mail: redazionedm@eosservice.com

torna su